C
aro Augias, Equitalia sarà pure “un mostro”. Ma voglio raccontarle la mia esperienza di revisore dei
conti. Alcuni anni fa venni incaricato da un piccolo Comune del centro Italia di rivedere le cartelle esat-toriali confrontandole con il catasto degli immobili, le licenze commerciali, la composizione dei nu-clei familiari, le concessioni di suolo pubblico eccetera. Insomma una revisione globale dello stato finanzia-rio di quel Comune come altri fortemente indebitato. Ci siamo messi al lavoro con i miei collaboratori e in
capo a qualche mese abbiamo redatto il quadro di sintesi della nostra ricerca. Il risultato era spaventoso. Im-poste e tasse non riscosse da anni, ricorsi vinti mai portati a riscossione, cartelle esattoriali palesemente ina-deguate e mai aggiornate. Quel Comune perdeva ogni anno somme considerevoli che andavano ad aggra-vare il già disastrato bilancio. Con una certa fierezza abbiamo consegnato i nostri tabulati alla Giunta sicuri
di vedere le finanze pubbliche rifiorire e alcuni importanti progetti portati a compimento: nuovi locali per
scuola elementare e asilo nido, piccolo giardino sulla piazza dello stesso Comune. Non è successo niente. I
tabulati sono finiti in un cassetto dove tranquillamente dormono da anni.
Lettera firmata
L’ALTRA FACCIA DELL’EVASIONE FISCALE
A
nche Equitalia, cioè la riscossione dei tributi, co-me la rimozione e lo smaltimento delle immon-dizie fa parte di quelle funzioni pubbliche con le
quali gli italiani hanno forti problemi di convivenza. Ci
sono città del nord Europa che pagherebbero per avere
i nostri rifiuti con i quali scaldano le case e producono
elettricità. Noi li trasformiamo in veleni per i campi e le
falde sotterranee. Le tasse vengono riscosse ovunque
nel mondo civilizzato ma non si hanno notizie degli eter-ni conflitti che questa funzione (sgradevole che sia) sca-tena da noi. Le critiche ad Equitalia sono state fonda-mentalmente due: essere implacabile nella riscossione
creando non pochi e a volte preoccupanti disagi per sin-goli ed imprese in tempo di crisi. Aver discriminato a fa-vore dei “ricchi e potenti” concentrando il suo rigore sui
“piccoli e poveri”. La destra ha aggiunto a queste critiche
la consueta dose antistatale per cui Alemanno a Roma
ha potuto impostare sulla cancellazione di Equitalia la
sua campagna elettorale. I manifesti con lo slogan “Ab-biamo cancellato Equitalia” strizzano chiaramente l’oc-chio al vecchio e mendace “Meno tasse per tutti” di al-cuni anni fa. Come tutte le riforme mal fatte (abolizione
dell’Ici in primis ) anche questa rischia di creare scom-pensi gravi essendo molti Comuni impreparati alle nuo-ve incombenze. A questo s’aggiunge l’inconveniente se-gnalato dal nostro lettore e cioè la riluttanza di un orga-nismo eletto a farsi esattore puntuale dei propri elettori
giovedì 13 giugno 2013
23/5/13 - LA (BELLA) POLITICA DEL FARE
C
aro Augias, la «Lunga Marcia per L’Aquila» è un social-trekking che vuole unire i luoghi dell’ultimo
terremoto a quelli del terremoto più disastroso di questi ultimi anni nel cratere aquilano. Stiamo per
partire da Novi di Modena il 25 maggio, anniversario del terremoto dell’anno scorso. Attraversere-mo l’Italia nel ricordo di terremoti più o meno disastrosi come Sansepolcro, Gubbio, Assisi, Foligno, Noce-ra Umbra, Camerino, Norcia e Avezzano. Partiremo poi da Roma il 14 Giugno per parlare oltre che di rico-struzione anche di prevenzione e messa in sicurezza degli edifici. Il 22 giugno le due carovane arriveranno
a L’Aquila, luogo simbolo di questa impresa. Non vorremmo aspettare il prossimo terremoto senza far nien-te per poi piangere i morti. Pensiamo ad una legge che renda deducibili tutte le spese sostenute dai privati
per la messa in sicurezza degli edifici, convinti che un simile incentivo permetterebbe l’apertura di migliaia
di cantieri in tutta Italia favorendo una «buona» crescita diffusa che proprio per questa sua caratteristica sa-rebbe al sicuro da infiltrazioni mafiose al contrario delle cosiddette «grandi» opere che grandi sono solo per
gli interessi finanziari e malavitosi che muovono.
Enrico Sgarella — lungamarciaperlaquila@gmail.com
LA (BELLA) POLITICA DEL FARE
Q
uesta lettera annuncio mi ha di colpo riporta-to in termini concreti al significato della pa-rola “politica”. Leggo i giornali, ascolto (non
sempre) i telegiornali; vedo e sento parlare di politi-ca come di un’attività che riguarda questo o quel
partito o uomo di partito. Equilibri, incarichi, pen-denze giudiziarie. Siamo così abituati e rassegnati a
questo livello di discussione da aver dimenticato
che la politica è altro. Seguendo le indicazioni del si-gnor Sgarella si potrebbe pensare a commissioni
parlamentari chine sul problema della prevenzione
dai terremoti; deputati e senatori che s’interrogano
sul modo migliore per mettere in sicurezza un terri-torio ballerino come quello che abitiamo. Poiché si
invoca spesso un “paese normale” credo che sareb-be questo un eloquente esempio di normalità. Ri-cordo che lo storico dell’arte Giovanni Urbani
(1925.1994), direttore dell’Istituto Centrale per il Re-stauro, s’era battuto fin dal 1975 per un piano di tu-tela del patrimonio culturale dai rischi sismici. Nel
1983 aveva addirittura organizzato una mostra do-ve presentava un concreto “Piano pilota” per la pro-tezione dei monumenti ma anche delle abitazioni.
L’argomento del resto era già stato impostato da Ce-sare Brandi, altro insigne storico dell’arte. Ci sareb-be insomma addirittura una scuola alla quale rife-rirsi. Se qualcuno avesse voglia di farlo invece di di-scutere di scontrini al ristorante o di come salvare
Dell’Utri da sgradevoli incidenti giudiziar
aro Augias, la «Lunga Marcia per L’Aquila» è un social-trekking che vuole unire i luoghi dell’ultimo
terremoto a quelli del terremoto più disastroso di questi ultimi anni nel cratere aquilano. Stiamo per
partire da Novi di Modena il 25 maggio, anniversario del terremoto dell’anno scorso. Attraversere-mo l’Italia nel ricordo di terremoti più o meno disastrosi come Sansepolcro, Gubbio, Assisi, Foligno, Noce-ra Umbra, Camerino, Norcia e Avezzano. Partiremo poi da Roma il 14 Giugno per parlare oltre che di rico-struzione anche di prevenzione e messa in sicurezza degli edifici. Il 22 giugno le due carovane arriveranno
a L’Aquila, luogo simbolo di questa impresa. Non vorremmo aspettare il prossimo terremoto senza far nien-te per poi piangere i morti. Pensiamo ad una legge che renda deducibili tutte le spese sostenute dai privati
per la messa in sicurezza degli edifici, convinti che un simile incentivo permetterebbe l’apertura di migliaia
di cantieri in tutta Italia favorendo una «buona» crescita diffusa che proprio per questa sua caratteristica sa-rebbe al sicuro da infiltrazioni mafiose al contrario delle cosiddette «grandi» opere che grandi sono solo per
gli interessi finanziari e malavitosi che muovono.
Enrico Sgarella — lungamarciaperlaquila@gmail.com
LA (BELLA) POLITICA DEL FARE
Q
uesta lettera annuncio mi ha di colpo riporta-to in termini concreti al significato della pa-rola “politica”. Leggo i giornali, ascolto (non
sempre) i telegiornali; vedo e sento parlare di politi-ca come di un’attività che riguarda questo o quel
partito o uomo di partito. Equilibri, incarichi, pen-denze giudiziarie. Siamo così abituati e rassegnati a
questo livello di discussione da aver dimenticato
che la politica è altro. Seguendo le indicazioni del si-gnor Sgarella si potrebbe pensare a commissioni
parlamentari chine sul problema della prevenzione
dai terremoti; deputati e senatori che s’interrogano
sul modo migliore per mettere in sicurezza un terri-torio ballerino come quello che abitiamo. Poiché si
invoca spesso un “paese normale” credo che sareb-be questo un eloquente esempio di normalità. Ri-cordo che lo storico dell’arte Giovanni Urbani
(1925.1994), direttore dell’Istituto Centrale per il Re-stauro, s’era battuto fin dal 1975 per un piano di tu-tela del patrimonio culturale dai rischi sismici. Nel
1983 aveva addirittura organizzato una mostra do-ve presentava un concreto “Piano pilota” per la pro-tezione dei monumenti ma anche delle abitazioni.
L’argomento del resto era già stato impostato da Ce-sare Brandi, altro insigne storico dell’arte. Ci sareb-be insomma addirittura una scuola alla quale rife-rirsi. Se qualcuno avesse voglia di farlo invece di di-scutere di scontrini al ristorante o di come salvare
Dell’Utri da sgradevoli incidenti giudiziar
22/5/13 - UNA SCUOLA PER TUTTI
C
aro Augias, una signora s’è detta preoccupata per il referendum consultivo a Bologna che potrebbe
abolire il finanziamento pubblico alla scuola privata. La signora dice che senza il finanziamento di
Stato non potrà permettersi una scuola che educhi ai valori in cui lei crede. Il problema è tutto qui:
la scuola uno non se la “deve permettere” spetta a tutti, a prescindere dal portafoglio. La scuola, quella ve-ra, non ha steccati, l’ingresso è libero dentro ci sono bambini di ogni famiglia e pure i bambini svantaggia-ti che la privata in genere rifiuta — a proposito di valori. A scuola s’imparano le cose: storia, italiano, geo-grafia ma poi s’impara a stare con gli altri e a sentirsi, nei limiti del possibile, uguale agli altri. Non vi fate in-gannare dai muri lindi, dalle didattiche particolari, dall’uso dell’inglese, è solo apparenza. La scuola, la sa-nità, l’acqua, le spiagge, l’aria devono essere per tutti. Rimane comunque un mistero come la formula “sen-za oneri per lo stato” sia diventata “a carico dello stato”.
Mario Iudici — lagonegro1@tiscali.it
UNA SCUOLA PER TUTTI
P
er una singolare coincidenza le parole del si-gnor Iudici ricordano molto da vicino quelle
che usò Edmondo De Amicis per il suo cele-berrimo “Cuore”: «Pare che li faccia tutti uguali e
tutti amici la scuola». O anche: «Viva la scuola che vi
fa una sola famiglia, quelli che ne hanno e quelli che
non ne hanno». Emerge insomma un’idea di scuo-la come luogo dove s’impara non solo a scrivere, a
leggere e a far di conto ma anche a vivere insieme
agli altri con spirito, se non altro, di solidarietà, do-ve si dovrebbe assimilare l’appartenenza ad una
stessa nazione, volendo adottare una desueta
espressione deamicisiana: alla stessa patria. Ho ci-tato De Amicis perché l’articolo 33 della Costituzio-ne che regola tra l’altro i rapporti tra scuola pubbli-ca e scuole private discende da quell’ideologia e la
richiesta della signora bolognese che chiede la sov-venzione del Comune perché la retta delle private è
salata e lei vuole che ai suoi figli sia insegnata la fe-de cattolica non rientra nel quadro. Ho visto che an-che di recente s’è ripetuta la nota obiezione: ma co-sì si nega alle famiglie la libertà di scelta. Per l’inse-gnamento d’una fede e dei suoi valori ci sono istitu-zioni apposite, gestite ottimamente, gratuite o qua-si, numerose. C’è un’altra obiezione possibile che
ha un suo peso: i costi. Il Comune di Bologna dà al-le private un milione annuo di sovvenzione. In cam-bio ottiene un servizio che copre un quinto dei bam-bini bolognesi. Se li dovesse gestire in proprio spen-derebbe molto di più. Questo è un dato sul quale si
può ragionare anche per non violare quel “senza
oneri per lo Stato” che l’art. 33 prevede. Ma per fa-vore lasciamo la libertà ad argomenti più congrui.
aro Augias, una signora s’è detta preoccupata per il referendum consultivo a Bologna che potrebbe
abolire il finanziamento pubblico alla scuola privata. La signora dice che senza il finanziamento di
Stato non potrà permettersi una scuola che educhi ai valori in cui lei crede. Il problema è tutto qui:
la scuola uno non se la “deve permettere” spetta a tutti, a prescindere dal portafoglio. La scuola, quella ve-ra, non ha steccati, l’ingresso è libero dentro ci sono bambini di ogni famiglia e pure i bambini svantaggia-ti che la privata in genere rifiuta — a proposito di valori. A scuola s’imparano le cose: storia, italiano, geo-grafia ma poi s’impara a stare con gli altri e a sentirsi, nei limiti del possibile, uguale agli altri. Non vi fate in-gannare dai muri lindi, dalle didattiche particolari, dall’uso dell’inglese, è solo apparenza. La scuola, la sa-nità, l’acqua, le spiagge, l’aria devono essere per tutti. Rimane comunque un mistero come la formula “sen-za oneri per lo stato” sia diventata “a carico dello stato”.
Mario Iudici — lagonegro1@tiscali.it
UNA SCUOLA PER TUTTI
P
er una singolare coincidenza le parole del si-gnor Iudici ricordano molto da vicino quelle
che usò Edmondo De Amicis per il suo cele-berrimo “Cuore”: «Pare che li faccia tutti uguali e
tutti amici la scuola». O anche: «Viva la scuola che vi
fa una sola famiglia, quelli che ne hanno e quelli che
non ne hanno». Emerge insomma un’idea di scuo-la come luogo dove s’impara non solo a scrivere, a
leggere e a far di conto ma anche a vivere insieme
agli altri con spirito, se non altro, di solidarietà, do-ve si dovrebbe assimilare l’appartenenza ad una
stessa nazione, volendo adottare una desueta
espressione deamicisiana: alla stessa patria. Ho ci-tato De Amicis perché l’articolo 33 della Costituzio-ne che regola tra l’altro i rapporti tra scuola pubbli-ca e scuole private discende da quell’ideologia e la
richiesta della signora bolognese che chiede la sov-venzione del Comune perché la retta delle private è
salata e lei vuole che ai suoi figli sia insegnata la fe-de cattolica non rientra nel quadro. Ho visto che an-che di recente s’è ripetuta la nota obiezione: ma co-sì si nega alle famiglie la libertà di scelta. Per l’inse-gnamento d’una fede e dei suoi valori ci sono istitu-zioni apposite, gestite ottimamente, gratuite o qua-si, numerose. C’è un’altra obiezione possibile che
ha un suo peso: i costi. Il Comune di Bologna dà al-le private un milione annuo di sovvenzione. In cam-bio ottiene un servizio che copre un quinto dei bam-bini bolognesi. Se li dovesse gestire in proprio spen-derebbe molto di più. Questo è un dato sul quale si
può ragionare anche per non violare quel “senza
oneri per lo Stato” che l’art. 33 prevede. Ma per fa-vore lasciamo la libertà ad argomenti più congrui.
mercoledì 5 giugno 2013
21/5/13 - LA NUOVA CHIESA AL SERVIZIO DELLA SOCIETÀ
C
aro Augias, conosco bene le sue posizioni. La sento però vicino quando critica, anche con asprezza, il
malcostume che ha inquinato una parte non piccola di società a cominciare dai vertici. Sono prete e
in quanto tale chiedo che la Chiesa, assumendo la profezia di papa Francesco, non cerchi privilegi o
spazi di potere com’è avvenuto purtroppo anche nel recente passato ma si ponga in atteggiamento di servi-zio disinteressato per salvare il salvabile. Nel nuovo contesto politico italiano, che qualcuno definisce di “pa-cificazione ” ma che rischia invece di trasformarsi in progressiva “omologazione”, bisogna ritrovare le ragio-ni di una nuova speranza d’impegno, etico e culturale prima che politico. In uno straordinario e lungimi-rante documento dei vescovi italiani, si legge che “ il consumismo ha fiaccato tutti. Ha aperto spazi sempre
più vasti e comportamenti ispirati solo al benessere, al piacere, al tornaconto degli interessi economici o di par-te. Lo smarrimento prodotto da simile costume di vita pesa particolarmente sui giovani, intacca il ruolo del-la famiglia e indebolisce il senso della responsabilità, tre dei cardini portanti di un sicuro tessuto sociale ”.
don Giorgio Morlin— Treviso (giorgiomorlin@libero.it)
LA NUOVA CHIESA AL SERVIZIO DELLA SOCIETÀ
I
nfatti c’è un buon tratto di strada che cattolici il-luminati e laici in buona fede possono fare insie-me prima di arrivare a certi temi che oggi è di mo-da chiamare “divisivi”. Il consumismo sfrenato è
certamente uno di questi. Si può cercare al più di
metterlo in una prospettiva storica per tentare di ca-pire meglio che cosa (ci) è successo. In un paese po-vero da sempre, e insufficientemente acculturato
come il nostro, quel po’ di benessere arrivato dopo il
primo boom del dopoguerra ha rappresentato un
tale sollievo da nascondere ogni altro valore. Non so-lo il reddito ma lo stesso investimento emotivo di
molti si è concentrato esclusivamente su quello. Con
la conseguenza che, arrivata la crisi, un’intera pro-spettiva di vita è sembrata scomparire insieme al be-nessere. Basta questo disorientamento a spiegare la
facilità con la quale abili demagoghi sono riusciti ad
incantare milioni di connazionali a dispetto dei loro
comportamenti deplorevoli e di promesse clamoro-samente mancate. Don Giorgio si richiama al mes-saggio lanciato dal nuovo papa. Lo faccio anch’io
consapevole come sono che la secolare presenza
della Chiesa cattolica nella penisola è un dato im-prescindibile della convivenza. La Chiesa, o meglio
il Vaticano, ha usato spesso male la sua influenza, ha
appoggiato governi e personalità sbagliate per puro
tornaconto immediato tradendo il messaggio di cui
si proclama portatrice. Se papa Francesco riuscisse
a frenare i calcoli di pura convenienza, credo che
non solo la Chiesa grandemente se ne gioverebbe
aro Augias, conosco bene le sue posizioni. La sento però vicino quando critica, anche con asprezza, il
malcostume che ha inquinato una parte non piccola di società a cominciare dai vertici. Sono prete e
in quanto tale chiedo che la Chiesa, assumendo la profezia di papa Francesco, non cerchi privilegi o
spazi di potere com’è avvenuto purtroppo anche nel recente passato ma si ponga in atteggiamento di servi-zio disinteressato per salvare il salvabile. Nel nuovo contesto politico italiano, che qualcuno definisce di “pa-cificazione ” ma che rischia invece di trasformarsi in progressiva “omologazione”, bisogna ritrovare le ragio-ni di una nuova speranza d’impegno, etico e culturale prima che politico. In uno straordinario e lungimi-rante documento dei vescovi italiani, si legge che “ il consumismo ha fiaccato tutti. Ha aperto spazi sempre
più vasti e comportamenti ispirati solo al benessere, al piacere, al tornaconto degli interessi economici o di par-te. Lo smarrimento prodotto da simile costume di vita pesa particolarmente sui giovani, intacca il ruolo del-la famiglia e indebolisce il senso della responsabilità, tre dei cardini portanti di un sicuro tessuto sociale ”.
don Giorgio Morlin— Treviso (giorgiomorlin@libero.it)
LA NUOVA CHIESA AL SERVIZIO DELLA SOCIETÀ
I
nfatti c’è un buon tratto di strada che cattolici il-luminati e laici in buona fede possono fare insie-me prima di arrivare a certi temi che oggi è di mo-da chiamare “divisivi”. Il consumismo sfrenato è
certamente uno di questi. Si può cercare al più di
metterlo in una prospettiva storica per tentare di ca-pire meglio che cosa (ci) è successo. In un paese po-vero da sempre, e insufficientemente acculturato
come il nostro, quel po’ di benessere arrivato dopo il
primo boom del dopoguerra ha rappresentato un
tale sollievo da nascondere ogni altro valore. Non so-lo il reddito ma lo stesso investimento emotivo di
molti si è concentrato esclusivamente su quello. Con
la conseguenza che, arrivata la crisi, un’intera pro-spettiva di vita è sembrata scomparire insieme al be-nessere. Basta questo disorientamento a spiegare la
facilità con la quale abili demagoghi sono riusciti ad
incantare milioni di connazionali a dispetto dei loro
comportamenti deplorevoli e di promesse clamoro-samente mancate. Don Giorgio si richiama al mes-saggio lanciato dal nuovo papa. Lo faccio anch’io
consapevole come sono che la secolare presenza
della Chiesa cattolica nella penisola è un dato im-prescindibile della convivenza. La Chiesa, o meglio
il Vaticano, ha usato spesso male la sua influenza, ha
appoggiato governi e personalità sbagliate per puro
tornaconto immediato tradendo il messaggio di cui
si proclama portatrice. Se papa Francesco riuscisse
a frenare i calcoli di pura convenienza, credo che
non solo la Chiesa grandemente se ne gioverebbe
Iscriviti a:
Commenti (Atom)