G
entile Augias, la Chiesa di Roma è in procinto di dichiarare santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il
papa polacco a me pare una figura controversa anche se molto amata tra i fedeli come dimostra il fa-moso cartello “Santo subito” innalzato durante i funerali. Mi hanno invece profondamente commos-so la bontà e l’umanità di papa Roncalli, Giovanni XXIII. Il giorno dopo la sua morte, partecipai alle esequie
in piazza san Pietro. Alcune persone di mia conoscenza non lo apprezzavano perché aveva sdoganato i co-munisti come dicevano. Mi hanno anche detto che alcuni esponenti vaticani e una certa corrente pubblici-stica di stampo antisemita lo ritengono responsabile dell'intrusione degli ebrei negli affari ecclesiastici, cosa
che i suoi predecessori avevano impedito. Ammesso che queste idee abbiano dignità per essere discusse do-ve potrebbero trovare un loro fondamento, o pretesto?
Porfirio Russo — porfirio.russo@live.it
IL PAPA “PONTIERE” TRA CRISTIANI E EBREI
I
l pretesto di cui parla il signor Russo, del resto mol-to noto e ormai affidato alla storia, potrebbe esse-re la dichiarazione conciliare Nostra Aetate pro-mulgata nel 1965 quando papa Roncalli era già mor-to ma che ha un suo significativo precedente in un
commovente incontro avvenuto qualche anno pri-ma. Il 13 giugno 1960 Angelo Roncalli, che era stato
eletto papa col nome di Giovanni XXIII solo un anno
e mezzo prima, ricevette in udienza lo storico Jules
Isaac, estensore, insieme ad altri intellettuali, dei fa-mosi “10 punti di Seelisberg” con i quali, dopo la tra-gedia della Shoah, si cercava di riannodare il dialogo
fra cristiani ed ebrei. I precedenti erano scoraggian-ti. Un incontro fra Isaac e Pio XII avvenuto il 16 otto-bre 1949 era andato molto male. Quando lo storico
aveva offerto al pontefice il documento, papa Pacel-li aveva detto gelidamente: «Lo appoggi pure su quel
tavolo». Giovanni XXIII non solo accolse il documen-to, ma quando Isaac, la cui famiglia era stata stermi-nata ad Auschwitz, gli chiese se poteva nutrire qual-che speranza, rispose testualmente: «Vous avez droit
à plus que de l’espoir », lei ha diritto a più di una spe-ranza. Papa Roncalli morì il 3 giugno 1963, Jules Isaac
tre mesi dopo. La Dichiarazione conciliare Nostra Ae-tate , promulgata nel 1965, al punto 4 diceva: “Scru-tando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricor-da il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento
è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo... Per
questo non può dimenticare che ha ricevuto la rive-lazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel
popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia,
si è degnato di stringere l’Antica Alleanza...”. Era un
nuovo inizio che proprio papa Wojtyla avrebbe defi-nitivamente consacrato durante la visita in sinagoga
quando benedisse gli ebrei “Nostri fratelli maggiori
mercoledì 28 agosto 2013
venerdì 16 agosto 2013
IL CASO SNOWDEN COME L’ANTIGONE DI SOFOCLE
C
aro Augias, se gli sviluppi del caso Edward Snowden sono una cartina di tornasole per verificare parole co-me verità, dovere, moralità, privacy, libertà, credo che il risultato sia tragico. Questo coraggioso ha de-nunciato un fatto di tale magnitudine che fa diventare ingenue e primitive le microspie della Nkvd. Siamo
di fronte a un tale attentato alla nostra privacy, libertà di opinione, di associazione che neppure Orwell l’avreb-be concepita. Questo scandalo è stato gestito così bene dai controllori che la notizia è stata presentata come se
si trattasse dell'ennesimo scandaluccio finanziario o di un ministro che scappa con un’attricetta. A me sembra
tragico che politici, sindacalisti, organizzazioni di cittadini e opinion makers siano rimasti in un tale silenzio e
che la maggioranza dei governi, fedeli solo al Grande Fratello Americano, non abbiano spezzato alcuna lancia
per questo eroe. Lei non crede che un caso come questo dimostra non solo che la nostra libertà è in serio peri-colo ma pure che i valori più importanti come verità, giustizia, onestà stanno scomparendo?
Jorge Pescio - jorgepescio@hotmail.it
IL CASO SNOWDEN COME L’ANTIGONE DI SOFOCLE
L
a mia opinione è che non abbiamo sufficienti
informazioni per capire davvero chi sia questo
giovane dalla faccia molto simpatica, quali reali
motivazioni l’abbiano spinto, se la sua clamorosa de-nuncia si giovi di collegamenti, aiuti, interessi indebiti.
È difficile decifrare le faccende di spie per i noti giochi di
specchi che le distinguono, ma è altrettanto difficile giu-dicare le storie di contro-spie. Può darsi che il giovane
Snowden sia uno di quegli idealisti americani che han-no in Henry David Thoreau il loro punto di riferimento,
un campione dell’innocenza americana; ma non sono
impossibili, al momento, motivazioni diverse. Leggo,
tra l’altro, che il giovane Snowden si è anche guadagna-to il diploma di “Hacker etico” per aver completato un
corso di antipirateria digitale mentre lavorava come
contractor della National security agency (Nsa) – meno
nota della Cia ma ancora più potente e attrezzata – che
sorveglia la sicurezza interna degli Usa. Non sappiamo
nemmeno chi sia realmente il soldato Bradley Manning
detenuto in condizioni inumane per un reato analogo
né conosciamo bene le reali motivazioni di Julian As-sange. Possiamo solo presumere la buona fede di que-sti giovani, immaginare cioè che nel loro tenebroso la-voro si siano trovati davanti a situazioni così ripugnan-ti alla coscienza da spingerli violare il giuramento pre-stato al momento di assumere quell’incarico. Se così
fosse (ed è possibile) saremmo di fronte all’ennesimo
caso già esposto da Sofocle nella tragedia “Antigone” di
contrasto tra la legge scritta e la superiore legge morale
umana. Se così fosse il giovane Snowden potrebbe dav-vero essere considerato un ero
aro Augias, se gli sviluppi del caso Edward Snowden sono una cartina di tornasole per verificare parole co-me verità, dovere, moralità, privacy, libertà, credo che il risultato sia tragico. Questo coraggioso ha de-nunciato un fatto di tale magnitudine che fa diventare ingenue e primitive le microspie della Nkvd. Siamo
di fronte a un tale attentato alla nostra privacy, libertà di opinione, di associazione che neppure Orwell l’avreb-be concepita. Questo scandalo è stato gestito così bene dai controllori che la notizia è stata presentata come se
si trattasse dell'ennesimo scandaluccio finanziario o di un ministro che scappa con un’attricetta. A me sembra
tragico che politici, sindacalisti, organizzazioni di cittadini e opinion makers siano rimasti in un tale silenzio e
che la maggioranza dei governi, fedeli solo al Grande Fratello Americano, non abbiano spezzato alcuna lancia
per questo eroe. Lei non crede che un caso come questo dimostra non solo che la nostra libertà è in serio peri-colo ma pure che i valori più importanti come verità, giustizia, onestà stanno scomparendo?
Jorge Pescio - jorgepescio@hotmail.it
IL CASO SNOWDEN COME L’ANTIGONE DI SOFOCLE
L
a mia opinione è che non abbiamo sufficienti
informazioni per capire davvero chi sia questo
giovane dalla faccia molto simpatica, quali reali
motivazioni l’abbiano spinto, se la sua clamorosa de-nuncia si giovi di collegamenti, aiuti, interessi indebiti.
È difficile decifrare le faccende di spie per i noti giochi di
specchi che le distinguono, ma è altrettanto difficile giu-dicare le storie di contro-spie. Può darsi che il giovane
Snowden sia uno di quegli idealisti americani che han-no in Henry David Thoreau il loro punto di riferimento,
un campione dell’innocenza americana; ma non sono
impossibili, al momento, motivazioni diverse. Leggo,
tra l’altro, che il giovane Snowden si è anche guadagna-to il diploma di “Hacker etico” per aver completato un
corso di antipirateria digitale mentre lavorava come
contractor della National security agency (Nsa) – meno
nota della Cia ma ancora più potente e attrezzata – che
sorveglia la sicurezza interna degli Usa. Non sappiamo
nemmeno chi sia realmente il soldato Bradley Manning
detenuto in condizioni inumane per un reato analogo
né conosciamo bene le reali motivazioni di Julian As-sange. Possiamo solo presumere la buona fede di que-sti giovani, immaginare cioè che nel loro tenebroso la-voro si siano trovati davanti a situazioni così ripugnan-ti alla coscienza da spingerli violare il giuramento pre-stato al momento di assumere quell’incarico. Se così
fosse (ed è possibile) saremmo di fronte all’ennesimo
caso già esposto da Sofocle nella tragedia “Antigone” di
contrasto tra la legge scritta e la superiore legge morale
umana. Se così fosse il giovane Snowden potrebbe dav-vero essere considerato un ero
martedì 13 agosto 2013
GLI ADDII SERENI DI CHI NON CREDE
C
aro dottor Augias, l'appartata morte di Margherita Hack mi ha rattristato come credo sia stato per molte
persone, anche credenti. Atea dichiarata, eppure “cristiana dentro”, rispettosa più di tanti devoti del ma-trimonio (sposata da settant'anni), la grande astrofisica possedeva, oltre alle note capacità divulgative,
doti di ferma dolcezza e di grande modestia. La sua morte mi ha fatto venire alla mente Christopher Hitchens,
il grande scrittore e polemista inglese scomparso a fine 2011; quasi agli antipodi per ciò che riguarda il caratte-re. Tanto irruento lo scrittore quanto pacata la Hack, ma uniti sui motivi per non credere, e soprattutto per la se-renità di fronte alla coscienza di una vicina morte. Mi sembra un’ulteriore prova di quanto ha detto, più d'una
volta, il professor Veronesi: avere visto tante persone senza fede morire più serenamente di molti devoti, quasi
a dimostrare che il credente attende un premio - direi il premio - ma non è sicuro d’averlo meritato, mentre chi
non ha il dono della fede, nulla aspettandosi dopo la morte, lascia il mondo in serenità.
Gabriele Barabino - Tortona (Alessandria)
GLI ADDII SERENI DI CHI NON CREDE
L
a morte è il grande tabù della nostra epoca che si
vuole immersa nella frenesia dell’esistenza. La
serenità consapevole con la quale Hack e Hit-chens ci hanno lasciato ci riporta alla dignità del pen-siero antico. Lo stoicismo, una delle grandi filosofie
dell’umanità, insegnava a non scansare la morte, a
non temerla, se necessario ad andarla a cercare apren-dosi le vene, gettandosi sulla daga tenuta ferma da uno
schiavo. Umberto Veronesi e Giovanni Reale hanno
dialogato per Bompiani su La responsabilità della vi-ta (2013), e quindi della morte. Daniela Monti ha in-tervistato per Einaudi (2010) sei filosofi e storici sul si-gnificato del morire. Un elemento accomuna questi
pensatori, alcuni dei quali cattolici praticanti, ed è la
libertà del morire. La cosiddetta “fine naturale della vi-ta” ormai non esiste più. Afferma Veronesi che un pa-ziente ricoverato in una buona terapia intensiva può
essere tenuto “in vita” quasi a tempo indeterminato.
Ma è lecito, è morale, definire in vita quella povera car-cassa trafitta da aghi e sonde? Se sul tema dell’eutana-sia attiva esistono pareri discordi, unanime invece il
favore sull’eutanasia passiva. Afferma il teologo catto-lico Vito Mancuso: «L’eutanasia passiva, sancita dal-l’articolo 32 della Costituzione, rende lecito rifiutare
determinati trattamenti comprese nutrizione e idra-tazione con sondino nasogastrico, giudicati invasivi».
Credere in una vita eterna al di là di questa dà certo
enorme consolazione. Però anche l’idea di ridiventa-re un pugno di polvere perso nell’immensità non è
male. Purché lo Stato non si metta di mezzo per ren-derci più lunga l’agonia, più doloroso il passaggi
aro dottor Augias, l'appartata morte di Margherita Hack mi ha rattristato come credo sia stato per molte
persone, anche credenti. Atea dichiarata, eppure “cristiana dentro”, rispettosa più di tanti devoti del ma-trimonio (sposata da settant'anni), la grande astrofisica possedeva, oltre alle note capacità divulgative,
doti di ferma dolcezza e di grande modestia. La sua morte mi ha fatto venire alla mente Christopher Hitchens,
il grande scrittore e polemista inglese scomparso a fine 2011; quasi agli antipodi per ciò che riguarda il caratte-re. Tanto irruento lo scrittore quanto pacata la Hack, ma uniti sui motivi per non credere, e soprattutto per la se-renità di fronte alla coscienza di una vicina morte. Mi sembra un’ulteriore prova di quanto ha detto, più d'una
volta, il professor Veronesi: avere visto tante persone senza fede morire più serenamente di molti devoti, quasi
a dimostrare che il credente attende un premio - direi il premio - ma non è sicuro d’averlo meritato, mentre chi
non ha il dono della fede, nulla aspettandosi dopo la morte, lascia il mondo in serenità.
Gabriele Barabino - Tortona (Alessandria)
GLI ADDII SERENI DI CHI NON CREDE
L
a morte è il grande tabù della nostra epoca che si
vuole immersa nella frenesia dell’esistenza. La
serenità consapevole con la quale Hack e Hit-chens ci hanno lasciato ci riporta alla dignità del pen-siero antico. Lo stoicismo, una delle grandi filosofie
dell’umanità, insegnava a non scansare la morte, a
non temerla, se necessario ad andarla a cercare apren-dosi le vene, gettandosi sulla daga tenuta ferma da uno
schiavo. Umberto Veronesi e Giovanni Reale hanno
dialogato per Bompiani su La responsabilità della vi-ta (2013), e quindi della morte. Daniela Monti ha in-tervistato per Einaudi (2010) sei filosofi e storici sul si-gnificato del morire. Un elemento accomuna questi
pensatori, alcuni dei quali cattolici praticanti, ed è la
libertà del morire. La cosiddetta “fine naturale della vi-ta” ormai non esiste più. Afferma Veronesi che un pa-ziente ricoverato in una buona terapia intensiva può
essere tenuto “in vita” quasi a tempo indeterminato.
Ma è lecito, è morale, definire in vita quella povera car-cassa trafitta da aghi e sonde? Se sul tema dell’eutana-sia attiva esistono pareri discordi, unanime invece il
favore sull’eutanasia passiva. Afferma il teologo catto-lico Vito Mancuso: «L’eutanasia passiva, sancita dal-l’articolo 32 della Costituzione, rende lecito rifiutare
determinati trattamenti comprese nutrizione e idra-tazione con sondino nasogastrico, giudicati invasivi».
Credere in una vita eterna al di là di questa dà certo
enorme consolazione. Però anche l’idea di ridiventa-re un pugno di polvere perso nell’immensità non è
male. Purché lo Stato non si metta di mezzo per ren-derci più lunga l’agonia, più doloroso il passaggi
LE INSIDIE DELL’INSUFFICIENZA CULTURALE
C
aro Augias, alcuni anni fa apparve La cultura degli italiani, una conversazione con Tullio De Mauro
curata da Francesco Erbani (Laterza). A un certo punto il professore così esemplifica: “Più di 2 milio-ni di adulti sono analfabeti completi, quasi 15 milioni sono semianalfabeti, altri 15 milioni sono a ri-schio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensio-ne e di calcolo necessarie in una società complessa che voglia non solo dirsi, ma essere democratica”. De
Mauro si riferiva a “misurazioni del 1999”, nei tre lustri ormai quasi trascorsi, non mi è capitato di leggere di
altre misurazioni che fornissero più confortanti valutazioni. Si parla anzi di “morte delle Lettere”. Il dato
“sconvolgente”, termine usato da De Mauro, è che non reggiamo il confronto con il resto d’Europa (ma sa-rei per dire del mondo). È “la cultura degli italiani” la grande malata che dovrebbe essere sottoposta a cure
ad un tempo amorevoli e assidue, mentre tutte le agenzie culturali in capo allo Stato-Repubblica si reggono
ormai principalmente sulla dignità di operatori mal pagati e abbandonati a sé stessi.
Vittorio Melandri– vimeland@alice.it
LE INSIDIE DELL’INSUFFICIENZA CULTURALE
I
l saggio di Tullio De Mauro citato dal signor Melan-dri riflette sullo stato della cultura diffusa in Italia
descrivendola in termini non solo umanistico-let-terari. Certo, ci sono le cifre spaventose citate nella let-tera ma più in generale l’autore descrive un paese il cui
livello medio di acculturazione è desolatamente al di
sotto di quello che servirebbe a una società complessa
inserita, con qualche affanno, nel circuito dei paesi più
avanzati. Prevale, scrive De Mauro, un’arretratezza
strutturale verso cui le classi dirigenti dimostrano scar-sa attenzione, di cui anzi quelle stesse classi dirigenti si
fanno specchio, come dimostrano i comportamenti
pubblici e privati di tante personalità (ultimo in ordine
di tempo il leghista Gianluca Bonanno) e, ad un livello
propriamente politico, le disastrose riforme scolasti-che e formative. Una parte di responsabilità ricade an-che sulla società letteraria che pare aver dimenticato
completamente la stagione detta dell’impegno. Con
tutti i suoi limiti e le sue distorsioni, era servita comun-que a far circolare idee e modelli culturali oggi scom-parsi. Quando si parla di tassi di alfabetizzazione non
ci si riferisce solo al saper leggere e scrivere una carto-lina ma alla voglia di ascoltare le notizie, di cercare di
capirle. Qui il discorso diventa politico nel senso che
una società così largamente disinformata può diven-tare facile preda del primo saltimbanco con sufficien-ti capacità affabulatorie. In questo senso l’insufficien-za culturale si trasforma in un pericolo per la stessa so-pravvivenza della democrazia
aro Augias, alcuni anni fa apparve La cultura degli italiani, una conversazione con Tullio De Mauro
curata da Francesco Erbani (Laterza). A un certo punto il professore così esemplifica: “Più di 2 milio-ni di adulti sono analfabeti completi, quasi 15 milioni sono semianalfabeti, altri 15 milioni sono a ri-schio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensio-ne e di calcolo necessarie in una società complessa che voglia non solo dirsi, ma essere democratica”. De
Mauro si riferiva a “misurazioni del 1999”, nei tre lustri ormai quasi trascorsi, non mi è capitato di leggere di
altre misurazioni che fornissero più confortanti valutazioni. Si parla anzi di “morte delle Lettere”. Il dato
“sconvolgente”, termine usato da De Mauro, è che non reggiamo il confronto con il resto d’Europa (ma sa-rei per dire del mondo). È “la cultura degli italiani” la grande malata che dovrebbe essere sottoposta a cure
ad un tempo amorevoli e assidue, mentre tutte le agenzie culturali in capo allo Stato-Repubblica si reggono
ormai principalmente sulla dignità di operatori mal pagati e abbandonati a sé stessi.
Vittorio Melandri– vimeland@alice.it
LE INSIDIE DELL’INSUFFICIENZA CULTURALE
I
l saggio di Tullio De Mauro citato dal signor Melan-dri riflette sullo stato della cultura diffusa in Italia
descrivendola in termini non solo umanistico-let-terari. Certo, ci sono le cifre spaventose citate nella let-tera ma più in generale l’autore descrive un paese il cui
livello medio di acculturazione è desolatamente al di
sotto di quello che servirebbe a una società complessa
inserita, con qualche affanno, nel circuito dei paesi più
avanzati. Prevale, scrive De Mauro, un’arretratezza
strutturale verso cui le classi dirigenti dimostrano scar-sa attenzione, di cui anzi quelle stesse classi dirigenti si
fanno specchio, come dimostrano i comportamenti
pubblici e privati di tante personalità (ultimo in ordine
di tempo il leghista Gianluca Bonanno) e, ad un livello
propriamente politico, le disastrose riforme scolasti-che e formative. Una parte di responsabilità ricade an-che sulla società letteraria che pare aver dimenticato
completamente la stagione detta dell’impegno. Con
tutti i suoi limiti e le sue distorsioni, era servita comun-que a far circolare idee e modelli culturali oggi scom-parsi. Quando si parla di tassi di alfabetizzazione non
ci si riferisce solo al saper leggere e scrivere una carto-lina ma alla voglia di ascoltare le notizie, di cercare di
capirle. Qui il discorso diventa politico nel senso che
una società così largamente disinformata può diven-tare facile preda del primo saltimbanco con sufficien-ti capacità affabulatorie. In questo senso l’insufficien-za culturale si trasforma in un pericolo per la stessa so-pravvivenza della democrazia
domenica 11 agosto 2013
4/7/13 - L LENTO DECLINO DEI BENI CULTURALI
C
aro Augias, è accettabile che in questo Paese, dove il turismo potrebbe assicurare uno dei maggiori in-troiti, si sia impedito l’accesso al Colosseo e a Pompei? Cioè a due monumenti per i quali i turisti si muo-vono dall’altro capo del pianeta? Visitatori tenuti fuori, sotto il sole, ad attendere la fine dell’assemblea
sindacale. Uno spettacolo che ha fatto il giro del mondo. Si può comprendere la rabbia dei turisti. Sarebbe sta-ta anche la nostra. Il diritto alle assemblee sindacali in orario di lavoro, novità relativamente recente, dovreb-be essere abolito. Da sindacalista della scuola, per una vita, posso fare questa osservazione senza essere ful-minato dall’accusa di antisindacalismo. Dico di più. La rinuncia a questo privilegio a danno dei fruitori di un
servizio (turisti, studenti o cittadini) dovrebbe essere promossa dagli stessi sindacati. Immutato, rimarrebbe,
ovviamente, il diritto alla tutela dei lavoratori e quello sacrosanto di assemblea. I lavoratori, se interessati, par-teciperanno comunque alle assemblee, come avveniva prima del riconoscimento di questo privilegio.
Ezio Pelino — eziopelino@gmail.com
IL LENTO DECLINO DEI BENI CULTURALI
I
l pregiudizio più diffuso nel mondo è l’inaffidabi-lità degli italiani. Gli episodi dei giorni scorsi sem-brano fatti apposta per consolidarlo. Arrivare a
Pompei o al Colosseo è di per sé un’avventura asse-diati da questuanti di ogni tipo, false guide, venditori
di ricordi, enormi espositori di cibi e bevande il tutto
in un caos che qualcuno potrà chiamare pittoresco
ma che è più giusto definire umiliante. Possedere il
Colosseo o Pompei o decine di altri siti unici al mon-do e non essere in grado di mantenerli, di garantirne
il decoro è una delle prove lampanti del nostro decli-no. Buttiamo via ogni giorno un patrimonio immen-so per una serie di concause e di assurdità nelle quali
nessun ministro ha mai avuto la forza, il coraggio, for-se il potere, di mettere davvero le mani. Sindacalisti
compiacenti, burocrazia neghittosa, leggi vecchie e
farraginose, laureati che non trovano lavoro mentre
ci sarebbero vuoti d’organico da riempire in settori e
per incarichi specializzati e di prestigio: restauratori,
architetti, mosaicisti, archeologi. Custodi! Che custo-discano davvero! A Pompei i turisti camminano sui
mosaici sbriciolandoli, passano le mani sugli affre-schi, vanno dove vogliono. Se davvero l’Unesco can-cellasse Pompei, Oplontis, Ercolano, dai siti patrimo-nio dell’umanità sarebbe un colpo micidiale alla no-stra reputazione. Il Progetto Pompei è in ritardo di ot-to mesi; entro la fine del 2015 alcune opere di restau-ro dovranno essere completate per non perdere i fon-di europei. In compenso facciamo molte assemblee.
Secondo Federculture, abbiamo perso 4 milioni di vi-sitatori sul 2012. A piccoli passi verso il suicidio
aro Augias, è accettabile che in questo Paese, dove il turismo potrebbe assicurare uno dei maggiori in-troiti, si sia impedito l’accesso al Colosseo e a Pompei? Cioè a due monumenti per i quali i turisti si muo-vono dall’altro capo del pianeta? Visitatori tenuti fuori, sotto il sole, ad attendere la fine dell’assemblea
sindacale. Uno spettacolo che ha fatto il giro del mondo. Si può comprendere la rabbia dei turisti. Sarebbe sta-ta anche la nostra. Il diritto alle assemblee sindacali in orario di lavoro, novità relativamente recente, dovreb-be essere abolito. Da sindacalista della scuola, per una vita, posso fare questa osservazione senza essere ful-minato dall’accusa di antisindacalismo. Dico di più. La rinuncia a questo privilegio a danno dei fruitori di un
servizio (turisti, studenti o cittadini) dovrebbe essere promossa dagli stessi sindacati. Immutato, rimarrebbe,
ovviamente, il diritto alla tutela dei lavoratori e quello sacrosanto di assemblea. I lavoratori, se interessati, par-teciperanno comunque alle assemblee, come avveniva prima del riconoscimento di questo privilegio.
Ezio Pelino — eziopelino@gmail.com
IL LENTO DECLINO DEI BENI CULTURALI
I
l pregiudizio più diffuso nel mondo è l’inaffidabi-lità degli italiani. Gli episodi dei giorni scorsi sem-brano fatti apposta per consolidarlo. Arrivare a
Pompei o al Colosseo è di per sé un’avventura asse-diati da questuanti di ogni tipo, false guide, venditori
di ricordi, enormi espositori di cibi e bevande il tutto
in un caos che qualcuno potrà chiamare pittoresco
ma che è più giusto definire umiliante. Possedere il
Colosseo o Pompei o decine di altri siti unici al mon-do e non essere in grado di mantenerli, di garantirne
il decoro è una delle prove lampanti del nostro decli-no. Buttiamo via ogni giorno un patrimonio immen-so per una serie di concause e di assurdità nelle quali
nessun ministro ha mai avuto la forza, il coraggio, for-se il potere, di mettere davvero le mani. Sindacalisti
compiacenti, burocrazia neghittosa, leggi vecchie e
farraginose, laureati che non trovano lavoro mentre
ci sarebbero vuoti d’organico da riempire in settori e
per incarichi specializzati e di prestigio: restauratori,
architetti, mosaicisti, archeologi. Custodi! Che custo-discano davvero! A Pompei i turisti camminano sui
mosaici sbriciolandoli, passano le mani sugli affre-schi, vanno dove vogliono. Se davvero l’Unesco can-cellasse Pompei, Oplontis, Ercolano, dai siti patrimo-nio dell’umanità sarebbe un colpo micidiale alla no-stra reputazione. Il Progetto Pompei è in ritardo di ot-to mesi; entro la fine del 2015 alcune opere di restau-ro dovranno essere completate per non perdere i fon-di europei. In compenso facciamo molte assemblee.
Secondo Federculture, abbiamo perso 4 milioni di vi-sitatori sul 2012. A piccoli passi verso il suicidio
CREDO IN UNA CHIESA RIVOLUZIONARIA, COME CRISTO
aro Augias, sono un cattolico praticante ma non concepisco le nostre liturgie staccate dalla vita co-mune: mi sembrano ridursi a immaginette, belle ma fredde. Dovremmo essere capaci di portare an-che fuori dalla chiesa, in mezzo alla gente, i grandi problemi attuali, che una Chiesa ormai opaca non
riesce più ad affrontare. Non basta proclamare il Vangelo in modo pomposo, talvolta astratto, occorre af-frontare i problemi come Cristo ci ha insegnato, in mezzo alla gente, con atteggiamento rivoluzionario. O al-meno diffondendo fra la gente la consapevolezza dei problemi, evitando marce indietro sul Concilio Vatica-no II. Ci sono certo delle Chiese che fanno eccezione, proponendo “preghiere dei fedeli” vive, che rendono
talvolta vere e proprie testimonianze. Però, quando ho tentato di sensibilizzare la chiesa locale su questo ar-gomento, oppure di pubblicare lettere come questa su qualche giornale diocesano, non ho avuto alcuna
apertura di dialogo. Finalmente è arrivata una speranza, quella di papa Francesco.
Lettera firmata — Ivrea
CREDO IN UNA CHIESA RIVOLUZIONARIA, COME CRISTO
F
in dai primi giorni del suo pontificato papa
Francesco ha portato un vento di novità che ha
stupito molti. Si può anzi dire che la prima no-vità è arrivata subito dopo l’elezione, nella scelta di
un nome così impegnativo. Francesco d’Assisi è sta-to un rivoluzionario del cristianesimo al punto da ri-schiare l’accusa di eresia, ha dovuto aspettare anni (e
fare molti aggiustamenti) prima che la regola del suo
ordine venisse approvata. Darsi quel nome, per un
papa, è un segno forte, come ora si capisce bene. Ber-goglio non si limita a carezzare i bambini e a dire buo-nasera e buon appetito, attacca il centro del potere e
della corruzione vaticane rappresentato dal famige-rato Ior, la banca attraverso la quale sono passati i
fondi neri e il ricavato delle tangenti, le cui operazio-ni sono collegate in via diretta e indiretta a rapimen-ti e delitti. Anche papa Luciani aveva annunciato di
voler intervenire, purtroppo si è dovuto limitare al-l’annuncio perché il giorno dopo averlo fatto è im-provvisamente mancato. Alla luce di quanto sta ac-cadendo si capiscono meglio anche le dimissioni di
Ratzinger. Troppo gravosa un’impresa del genere
per un anziano teologo malfermo in salute, troppi i
vincoli stretti nei lunghi anni alla testa del Santo Uf-fizio. Da qui la scelta strategica di tirarsi indietro e far
cadere tutti insieme a lui: per poter ricominciare dac-capo. Un’altra impresa titanica aspetterebbe papa
Francesco, alleggerire il peso del Vaticano che grava
sulle spalle della nostra Repubblica. Ne hanno scrit-to tra gli altri, cifre e dati, Massimo Teodori (Vatica-no rapace) e Curzio Maltese ( La questua ). Sarebbe un
altro grande gesto, soprattutto in un momento come
questo. Francesco, quello di Assisi, approverebb
riesce più ad affrontare. Non basta proclamare il Vangelo in modo pomposo, talvolta astratto, occorre af-frontare i problemi come Cristo ci ha insegnato, in mezzo alla gente, con atteggiamento rivoluzionario. O al-meno diffondendo fra la gente la consapevolezza dei problemi, evitando marce indietro sul Concilio Vatica-no II. Ci sono certo delle Chiese che fanno eccezione, proponendo “preghiere dei fedeli” vive, che rendono
talvolta vere e proprie testimonianze. Però, quando ho tentato di sensibilizzare la chiesa locale su questo ar-gomento, oppure di pubblicare lettere come questa su qualche giornale diocesano, non ho avuto alcuna
apertura di dialogo. Finalmente è arrivata una speranza, quella di papa Francesco.
Lettera firmata — Ivrea
CREDO IN UNA CHIESA RIVOLUZIONARIA, COME CRISTO
F
in dai primi giorni del suo pontificato papa
Francesco ha portato un vento di novità che ha
stupito molti. Si può anzi dire che la prima no-vità è arrivata subito dopo l’elezione, nella scelta di
un nome così impegnativo. Francesco d’Assisi è sta-to un rivoluzionario del cristianesimo al punto da ri-schiare l’accusa di eresia, ha dovuto aspettare anni (e
fare molti aggiustamenti) prima che la regola del suo
ordine venisse approvata. Darsi quel nome, per un
papa, è un segno forte, come ora si capisce bene. Ber-goglio non si limita a carezzare i bambini e a dire buo-nasera e buon appetito, attacca il centro del potere e
della corruzione vaticane rappresentato dal famige-rato Ior, la banca attraverso la quale sono passati i
fondi neri e il ricavato delle tangenti, le cui operazio-ni sono collegate in via diretta e indiretta a rapimen-ti e delitti. Anche papa Luciani aveva annunciato di
voler intervenire, purtroppo si è dovuto limitare al-l’annuncio perché il giorno dopo averlo fatto è im-provvisamente mancato. Alla luce di quanto sta ac-cadendo si capiscono meglio anche le dimissioni di
Ratzinger. Troppo gravosa un’impresa del genere
per un anziano teologo malfermo in salute, troppi i
vincoli stretti nei lunghi anni alla testa del Santo Uf-fizio. Da qui la scelta strategica di tirarsi indietro e far
cadere tutti insieme a lui: per poter ricominciare dac-capo. Un’altra impresa titanica aspetterebbe papa
Francesco, alleggerire il peso del Vaticano che grava
sulle spalle della nostra Repubblica. Ne hanno scrit-to tra gli altri, cifre e dati, Massimo Teodori (Vatica-no rapace) e Curzio Maltese ( La questua ). Sarebbe un
altro grande gesto, soprattutto in un momento come
questo. Francesco, quello di Assisi, approverebb
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