martedì 13 agosto 2013

GLI ADDII SERENI DI CHI NON CREDE

C
aro dottor Augias, l'appartata morte di Margherita Hack mi ha rattristato come credo sia stato per molte
persone, anche credenti. Atea dichiarata, eppure “cristiana dentro”, rispettosa più di tanti devoti del ma-trimonio (sposata da settant'anni), la grande astrofisica possedeva, oltre alle note capacità divulgative,
doti di ferma dolcezza e di grande modestia. La sua morte mi ha fatto venire alla mente Christopher Hitchens,
il grande scrittore e polemista inglese scomparso a fine 2011; quasi agli antipodi per ciò che riguarda il caratte-re. Tanto irruento lo scrittore quanto pacata la Hack, ma uniti sui motivi per non credere, e soprattutto per la se-renità di fronte alla coscienza di una vicina morte. Mi sembra un’ulteriore prova di quanto ha detto, più d'una
volta, il professor Veronesi: avere visto tante persone senza fede morire più serenamente di molti devoti, quasi
a dimostrare che il credente attende un premio - direi il premio - ma non è sicuro d’averlo meritato, mentre chi
non ha il dono della fede, nulla aspettandosi dopo la morte, lascia il mondo in serenità.
Gabriele Barabino - Tortona (Alessandria)
GLI ADDII SERENI DI CHI NON CREDE
L
a morte è il grande tabù della nostra epoca che si
vuole immersa nella frenesia dell’esistenza. La
serenità consapevole con la quale Hack e Hit-chens ci hanno lasciato ci riporta alla dignità del pen-siero antico. Lo stoicismo, una delle grandi filosofie
dell’umanità, insegnava a non scansare la morte, a
non temerla, se necessario ad andarla a cercare apren-dosi le vene, gettandosi sulla daga tenuta ferma da uno
schiavo. Umberto Veronesi e Giovanni Reale hanno
dialogato per Bompiani su  La responsabilità della vi-ta (2013), e quindi della morte. Daniela Monti ha in-tervistato per Einaudi (2010) sei filosofi e storici sul si-gnificato del morire. Un elemento accomuna questi
pensatori, alcuni dei quali cattolici praticanti, ed è la
libertà del morire. La cosiddetta “fine naturale della vi-ta” ormai non esiste più. Afferma Veronesi che un pa-ziente ricoverato in una buona terapia intensiva può
essere tenuto “in vita” quasi a tempo indeterminato.
Ma è lecito, è morale, definire in vita quella povera car-cassa trafitta da aghi e sonde? Se sul tema dell’eutana-sia attiva esistono pareri discordi, unanime invece il
favore sull’eutanasia passiva. Afferma il teologo catto-lico Vito Mancuso: «L’eutanasia passiva, sancita dal-l’articolo 32 della Costituzione, rende lecito rifiutare
determinati trattamenti comprese nutrizione e idra-tazione con sondino nasogastrico, giudicati invasivi».
Credere in una vita eterna al di là di questa dà certo
enorme consolazione. Però anche l’idea di ridiventa-re un pugno di polvere perso nell’immensità non è
male. Purché lo Stato non si metta di mezzo per ren-derci più lunga l’agonia, più doloroso il passaggi

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