C
aro Augias, alcuni anni fa apparve La cultura degli italiani, una conversazione con Tullio De Mauro
curata da Francesco Erbani (Laterza). A un certo punto il professore così esemplifica: “Più di 2 milio-ni di adulti sono analfabeti completi, quasi 15 milioni sono semianalfabeti, altri 15 milioni sono a ri-schio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensio-ne e di calcolo necessarie in una società complessa che voglia non solo dirsi, ma essere democratica”. De
Mauro si riferiva a “misurazioni del 1999”, nei tre lustri ormai quasi trascorsi, non mi è capitato di leggere di
altre misurazioni che fornissero più confortanti valutazioni. Si parla anzi di “morte delle Lettere”. Il dato
“sconvolgente”, termine usato da De Mauro, è che non reggiamo il confronto con il resto d’Europa (ma sa-rei per dire del mondo). È “la cultura degli italiani” la grande malata che dovrebbe essere sottoposta a cure
ad un tempo amorevoli e assidue, mentre tutte le agenzie culturali in capo allo Stato-Repubblica si reggono
ormai principalmente sulla dignità di operatori mal pagati e abbandonati a sé stessi.
Vittorio Melandri– vimeland@alice.it
LE INSIDIE DELL’INSUFFICIENZA CULTURALE
I
l saggio di Tullio De Mauro citato dal signor Melan-dri riflette sullo stato della cultura diffusa in Italia
descrivendola in termini non solo umanistico-let-terari. Certo, ci sono le cifre spaventose citate nella let-tera ma più in generale l’autore descrive un paese il cui
livello medio di acculturazione è desolatamente al di
sotto di quello che servirebbe a una società complessa
inserita, con qualche affanno, nel circuito dei paesi più
avanzati. Prevale, scrive De Mauro, un’arretratezza
strutturale verso cui le classi dirigenti dimostrano scar-sa attenzione, di cui anzi quelle stesse classi dirigenti si
fanno specchio, come dimostrano i comportamenti
pubblici e privati di tante personalità (ultimo in ordine
di tempo il leghista Gianluca Bonanno) e, ad un livello
propriamente politico, le disastrose riforme scolasti-che e formative. Una parte di responsabilità ricade an-che sulla società letteraria che pare aver dimenticato
completamente la stagione detta dell’impegno. Con
tutti i suoi limiti e le sue distorsioni, era servita comun-que a far circolare idee e modelli culturali oggi scom-parsi. Quando si parla di tassi di alfabetizzazione non
ci si riferisce solo al saper leggere e scrivere una carto-lina ma alla voglia di ascoltare le notizie, di cercare di
capirle. Qui il discorso diventa politico nel senso che
una società così largamente disinformata può diven-tare facile preda del primo saltimbanco con sufficien-ti capacità affabulatorie. In questo senso l’insufficien-za culturale si trasforma in un pericolo per la stessa so-pravvivenza della democrazia
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