G
entile Corrado Augias, ci ha molto colpiti la notizia delle dimissioni della sindaca Maria Concetta Lanzetta
del comune calabrese di Monasterace. Lanzetta era una dei sindaci anti ’ndrangheta della Locride, che ha
resistito all’incendio della sua farmacia e alle numerose minacce delle cosche. Nel dimettersi ha dichiara-to di essere stata abbandonata dalla politica. I mass media hanno riportato questa denuncia come uno dei tanti fat-ti di cronaca. Sapendo quanto la criminalità danneggi il nostro Paese, le dimissioni di un amministratore che la
combatte a rischio della vita, dovrebbe avere credo maggiore risonanza. Se la vita di una nazione dipende dalla po-litica, e questa abbandona le persone che meglio la interpretano, vuol dire che la politica nei fatti tollera che ciò ac-cade. La sindaca Lanzetta ha raccontato la sua esperienza a 500 studenti e docenti di Udine, impegnati in progetti
sulla legalità. I ragazzi hanno diritto di chiedersi: «Se un amministratore come lei viene abbandonato dalla politi-ca, non c’è più speranza?».
Liliana Mauro — Pasian di Prato (Udine)
MAFIA, SE LA POLITICA ABBANDONA UN SINDACO
L’
episodio Lanzetta è tragico. Per le ragioni che
hanno portato questo sindaco coraggioso a
dimettersi e anche per la mancanza di reazio-ni del mondo politico. Sola eccezione la visita in Cala-bria di martedì scorso del ministro della Giustizia Can-cellieri, segno d’interessamento del governo. Il sindaco
Lanzetta, aveva resistito a intimidazioni e minacce alla
sua farmacia e alla sua vita, giunta al suo secondo man-dato, ha deciso di lasciare. La goccia decisiva è stata una
votazione in giunta sulla costituzione di parte civile del
Comune contro gli affiliati ai clan. Qualcuno s’è detto
contrario e il sindaco ha dovuto, come si dice, trarne le
conseguenze. Gli avversari hanno subito dichiarato che
il gesto era politico, un volantino ha accusato la Lanzet-ta di “interessi personali”. Infamie locali. Quando l’am-ministrazione di un Comune si divide su un argomento
del genere vuol davvero dire che non c’è più molto da fa-re. Le dimissioni del sindaco Lanzetta non hanno avuto
a livello nazionale l’eco che meritavano anche se ci so-no stati messaggi di solidarietà compresi (da parte Pd)
quelli di Marco Minniti (ex segretario della Calabria),
Valeria Fedeli, Graziano Del Rio. Lodevoli e benvenuti.
È mancata però la voce forte del partito (il solo in grado
d’intervenire) impegnato a dilaniarsi sul congresso e
sulla fondamentale questione se Renzi possa o no cor-rere per la segreteria e anche per la premiership. Pro-blemi cui il Paese partecipa col fiato sospeso. Intanto di-venta difficile rispondere alla domanda della signora
Mauro: quale speranza stiamo dando ai più giovani,
quali concrete possibilità indichiamo di poter uscire
prima o poi dalla crisi nella quale stiamo affogando
martedì 22 ottobre 2013
SULLA MAFIA CHI HA CAPITO LA POSTA IN GIOCO?
D
ottor Augias, nella discussione sulla rana che finì bollita manca un elemento. La rana, fuor di metafora il po-polo, non ha dissentito adeguatamente perché anestetizzato dalle tv, e dai giornali, dell’uomo più ricco e
potente d’Italia. È noto, infatti, che una gran massa di elettori conosce la vita politica e si accultura attra-verso quelle trasmissioni che Berlusconi, talvolta sincero, ha dichiarato di aver concepito per un pubblico dall’età
mentale preadolescenziale “e nemmeno troppo intelligente”. La sua forza sta, oltre che nelle tre televisioni di pro-prietà, nel controllo più o meno forte, secondo le contingenze politiche, di quelle di Stato. E non è nemmeno sod-disfatto di questi privilegi, dono del suo vecchio amico Craxi. Come il lupo della favola, fa denunciare da suoi fede-li la presunta violazione della par condicio da parte della tv pubblica e l’Agcom (Garante delle comunicazioni) gli
dà pure ragione. Ma di quale par condicio stiamo parlando?
Ezio Pelino — eziopelino@gmail.com
SULLA MAFIA CHI HA CAPITO LA POSTA IN GIOCO?
F
orse non è stata anestesia totale, ma anche se si
tratta solo di sedazione, sicuramente non tutti so-no in condizione di sapere come stanno le cose.
Molti telegiornali danno le notizie in modo che solo chi
è già informato capisce di che cosa si stia parlando. Uno
degli esempi più evidenti lo abbiamo nel doppio vergo-gnoso tentativo consumato in questi giorni. Il primo ca-so è stato la pasticciata riforma, dopo vent’anni, della
legge sul voto di scambio tra politici e mafiosi approva-ta alla Camera con larga maggioranza e da lì rimbalzata
verso il Senato. Nessuno apparentemente s’era accorto
che il testo riformato peggiorava in realtà quello esi-stente. Se qualcuno lo sapeva, ha taciuto. Non ripeto le
ragioni giuridiche del peggioramento benissimo spie-gate su questo giornale (Roberto Saviano, Gianluigi Pel-legrino) e sul Corriere della Sera (Luigi Ferrarella). A que-sta prima vergogna s’è unita la proposta del partito ber-lusconiano (rivelata per Repubblica da Liana Milella) di
abolire il carcere che attualmente punisce il finanzia-mento illecito ai partiti. Mi scrive Marco Lombardi
(lombardimarco77@libero.it): “Alle mafie è difficile re-sistere in momenti di difficoltà finanziaria. Per famiglie,
imprese, banche, politici, associazioni, è fortissimo il ri-schio di rivolgersi alla malavita, o di cedere alle sue lu-singhe. Abbassare le difese in un tale momento signifi-ca favorire l’illegalità”. Se si arriva a litigare su norme co-sì evidentemente necessarie in un paese ad alto tasso di
corruzione, vuol dire veramente che le residue speran-ze di guarirlo sono minime. Sarebbe interessante sape-re quanti italiani sono stati messi davvero in condizione
di capire qual era la posta in gioco su temi di tale rilievo.
La rubrica sospende per alcune settimane. Riprenderà
martedì 3 settembr
ottor Augias, nella discussione sulla rana che finì bollita manca un elemento. La rana, fuor di metafora il po-polo, non ha dissentito adeguatamente perché anestetizzato dalle tv, e dai giornali, dell’uomo più ricco e
potente d’Italia. È noto, infatti, che una gran massa di elettori conosce la vita politica e si accultura attra-verso quelle trasmissioni che Berlusconi, talvolta sincero, ha dichiarato di aver concepito per un pubblico dall’età
mentale preadolescenziale “e nemmeno troppo intelligente”. La sua forza sta, oltre che nelle tre televisioni di pro-prietà, nel controllo più o meno forte, secondo le contingenze politiche, di quelle di Stato. E non è nemmeno sod-disfatto di questi privilegi, dono del suo vecchio amico Craxi. Come il lupo della favola, fa denunciare da suoi fede-li la presunta violazione della par condicio da parte della tv pubblica e l’Agcom (Garante delle comunicazioni) gli
dà pure ragione. Ma di quale par condicio stiamo parlando?
Ezio Pelino — eziopelino@gmail.com
SULLA MAFIA CHI HA CAPITO LA POSTA IN GIOCO?
F
orse non è stata anestesia totale, ma anche se si
tratta solo di sedazione, sicuramente non tutti so-no in condizione di sapere come stanno le cose.
Molti telegiornali danno le notizie in modo che solo chi
è già informato capisce di che cosa si stia parlando. Uno
degli esempi più evidenti lo abbiamo nel doppio vergo-gnoso tentativo consumato in questi giorni. Il primo ca-so è stato la pasticciata riforma, dopo vent’anni, della
legge sul voto di scambio tra politici e mafiosi approva-ta alla Camera con larga maggioranza e da lì rimbalzata
verso il Senato. Nessuno apparentemente s’era accorto
che il testo riformato peggiorava in realtà quello esi-stente. Se qualcuno lo sapeva, ha taciuto. Non ripeto le
ragioni giuridiche del peggioramento benissimo spie-gate su questo giornale (Roberto Saviano, Gianluigi Pel-legrino) e sul Corriere della Sera (Luigi Ferrarella). A que-sta prima vergogna s’è unita la proposta del partito ber-lusconiano (rivelata per Repubblica da Liana Milella) di
abolire il carcere che attualmente punisce il finanzia-mento illecito ai partiti. Mi scrive Marco Lombardi
(lombardimarco77@libero.it): “Alle mafie è difficile re-sistere in momenti di difficoltà finanziaria. Per famiglie,
imprese, banche, politici, associazioni, è fortissimo il ri-schio di rivolgersi alla malavita, o di cedere alle sue lu-singhe. Abbassare le difese in un tale momento signifi-ca favorire l’illegalità”. Se si arriva a litigare su norme co-sì evidentemente necessarie in un paese ad alto tasso di
corruzione, vuol dire veramente che le residue speran-ze di guarirlo sono minime. Sarebbe interessante sape-re quanti italiani sono stati messi davvero in condizione
di capire qual era la posta in gioco su temi di tale rilievo.
La rubrica sospende per alcune settimane. Riprenderà
martedì 3 settembr
domenica 20 ottobre 2013
LE RAGIONI DI DARWIN, AL DI LÀ DI OGNI DUBBIO
G
entile sig. Augias, dal dialogo tra papa Francesco e Scalfari si possono trarre molte osservazioni, la più
eclatante è ritenere l’evoluzione delle specie una cosa certa. Questa teoria non è in grado di offrire una
sola prova inoppugnabile, si parla di milioni di anni come fossero certezze mentre nessun laborato-rio al mondo può certificare un passaggio datato oltre i 30/35 mila anni. Neanche in laboratorio si può certi-ficare la minima evoluzione di due cellule. La prova della Creazione l’abbiamo sotto gli occhi ma come sem-pre accade non si è capaci di leggerla. La legge della natura rende ogni essere vivente unico, non esistono sul-la Terra due viventi uguali. Inoltre ogni essere vivente alla nascita è dotato di ogni organo idoneo a compiere
il ciclo della vita che varia a seconda delle specie, nascita, crescita, sviluppo, riproduzione e morte. Meglio mil-le volte credere in un Dio buono, generoso e onnipotente che nelle discutibili opinioni di chi vuole vendere
teorie prive di fondamento.
Alessandro Bisello— alessandrobisello@libero.it
LE RAGIONI DI DARWIN, AL DI LÀ DI OGNI DUBBIO
I
l signor Bisello è un convinto creazionista ed ha
ogni diritto di credere in ciò in cui crede. La realtà
scientifica però è diversa e la giustezza dell’ipote-si darwiniana sull’evoluzione delle varie specie vi-venti prevale largamente ovunque. Perfino la Chiesa
cattolica che ha a lungo respinto Darwin dato lo scon-quasso teologico portato dall’evoluzione, ha dovuto
cedere all’ipotesi del “disegno intelligente”, tentati-vo di compromesso per combinare le due ipotesi. Ho
comunque ritenuto di chiedere l’autorevole opinio-ne del prof. Telmo Pievani (autore de “La teoria del-l’evoluzione” – Il Mulino) che insegna Filosofia delle
Scienze Biologiche a Padova: «La parentela univer-sale dei viventi e l’evoluzione delle specie per sele-zione naturale e altri fattori sono dati di fatto acquisi-ti e accertati oltre ogni ragionevole dubbio. Basta en-trare in uno qualsiasi fra le migliaia di laboratori do-ve si fa biologia evoluzionistica al mondo (anche a Pa-dova, per il nostro lettore, dove l’area biologica è sta-ta valutata la migliore in Italia per ricerca) o in un Mu-seo di Storia Naturale. Vero che le idee espresse dal si-gnor Bisello sono ancora sostenute anche da alcuni
ingegneri e fisici, per fortuna sempre meno numero-si. D’altra parte, occupandomi di filosofia applicata
alle scienze biologiche so anche per esperienza che
rispondere ai convinti sostenitori del creazionismo
equivale ad un dialogo fra sordi. Temo che l’obietti-vo di queste esternazioni sia soprattutto acquisire un
po’ di visibilità. Si può al massimo consigliare qual-che buona lettura: se non proprio un manuale di bio-logia evoluzionistica, almeno qualche buon testo di-vulgativo come “Al di là di ogni ragionevole dubbio”
(Codice Edizioni, 2008) di Sean Carroll»
entile sig. Augias, dal dialogo tra papa Francesco e Scalfari si possono trarre molte osservazioni, la più
eclatante è ritenere l’evoluzione delle specie una cosa certa. Questa teoria non è in grado di offrire una
sola prova inoppugnabile, si parla di milioni di anni come fossero certezze mentre nessun laborato-rio al mondo può certificare un passaggio datato oltre i 30/35 mila anni. Neanche in laboratorio si può certi-ficare la minima evoluzione di due cellule. La prova della Creazione l’abbiamo sotto gli occhi ma come sem-pre accade non si è capaci di leggerla. La legge della natura rende ogni essere vivente unico, non esistono sul-la Terra due viventi uguali. Inoltre ogni essere vivente alla nascita è dotato di ogni organo idoneo a compiere
il ciclo della vita che varia a seconda delle specie, nascita, crescita, sviluppo, riproduzione e morte. Meglio mil-le volte credere in un Dio buono, generoso e onnipotente che nelle discutibili opinioni di chi vuole vendere
teorie prive di fondamento.
Alessandro Bisello— alessandrobisello@libero.it
LE RAGIONI DI DARWIN, AL DI LÀ DI OGNI DUBBIO
I
l signor Bisello è un convinto creazionista ed ha
ogni diritto di credere in ciò in cui crede. La realtà
scientifica però è diversa e la giustezza dell’ipote-si darwiniana sull’evoluzione delle varie specie vi-venti prevale largamente ovunque. Perfino la Chiesa
cattolica che ha a lungo respinto Darwin dato lo scon-quasso teologico portato dall’evoluzione, ha dovuto
cedere all’ipotesi del “disegno intelligente”, tentati-vo di compromesso per combinare le due ipotesi. Ho
comunque ritenuto di chiedere l’autorevole opinio-ne del prof. Telmo Pievani (autore de “La teoria del-l’evoluzione” – Il Mulino) che insegna Filosofia delle
Scienze Biologiche a Padova: «La parentela univer-sale dei viventi e l’evoluzione delle specie per sele-zione naturale e altri fattori sono dati di fatto acquisi-ti e accertati oltre ogni ragionevole dubbio. Basta en-trare in uno qualsiasi fra le migliaia di laboratori do-ve si fa biologia evoluzionistica al mondo (anche a Pa-dova, per il nostro lettore, dove l’area biologica è sta-ta valutata la migliore in Italia per ricerca) o in un Mu-seo di Storia Naturale. Vero che le idee espresse dal si-gnor Bisello sono ancora sostenute anche da alcuni
ingegneri e fisici, per fortuna sempre meno numero-si. D’altra parte, occupandomi di filosofia applicata
alle scienze biologiche so anche per esperienza che
rispondere ai convinti sostenitori del creazionismo
equivale ad un dialogo fra sordi. Temo che l’obietti-vo di queste esternazioni sia soprattutto acquisire un
po’ di visibilità. Si può al massimo consigliare qual-che buona lettura: se non proprio un manuale di bio-logia evoluzionistica, almeno qualche buon testo di-vulgativo come “Al di là di ogni ragionevole dubbio”
(Codice Edizioni, 2008) di Sean Carroll»
TROPPO CHIASSO INTORNO ALL’AMNISTIA
G
entile Dott. Augias, mi sto chiedendo perché il tema dell’amnistia e dell’indulto siano collegati al caso per-sonale di Berlusconi. A meno che non ci sia malafede da parte di qualcuno, le questioni sono diverse. Se
l’obiettivo di un provvedimento di clemenza è ridurre il numero dei reclusi, perché investire anche le po-sizioni di coloro che (come B), in carcere non ci andranno?
Stefano Corradi – Besozzo (Va)
Gentile Augias, vedo preoccupati Quagliariello e Schifani per la situazione carceraria, impegnati ad assecon-dare Napolitano per lo svuotamento delle carceri. Per poi affermare che se l’amnistia non riguardasse Silvio sa-rebbe una lex contra personam. Perché prendersela tanto? Infatti il carcere non si svuoterebbe nemmeno di un
centimetro perché Silvio non sarà incarcerato ma andrà ai servizi sociali.
Alberto Messersi– messalbe@yahoo.it
TROPPO CHIASSO INTORNO ALL’AMNISTIA
C
osì numerose altre lettere che colgono la stru-mentalità del chiasso sollevato intorno alla pro-posta del Presidente Napolitano. Il retroscena è
trasparente: fare chiasso sulla legge di stabilità, sul-l’amnistia, su un qualunque altro pretesto, nel tentati-vo di far cadere il governo sperando nelle urne. E che il
paese si danni, pazienza. E dire che il ministro Qua-gliariello aveva espresso un’opinione talmente pacifi-ca da sembrare ovvia: «Se le forze politiche e il Parla-mento decidono un provvedimento di amnistia è evi-dente che deve valere per tutti. Non è pensabile che
valga per tutti tranne che per uno perché la legge è
uguale per tutti». Chi mai potrebbe contraddirlo? Lui
stesso indica la giusta soluzione allo spinosissimo ca-so. Il ministro della Giustizia Cancellieri ha però preci-sato non smentita: «I reati finanziari non sono stati mai
presi in considerazione nei provvedimenti di amnistia
e indulto». Il discorso a rigor di logica dovrebbe finire
lì. Silvio Berlusconi è stato condannato in via definiti-va dalla Cassazione per frode fiscale (frode, non eva-sione) reato finanziario dei più gravi ad accentuato ca-rattere antisociale. Dunque sia applicato il principio
invocato dal ministro Quagliariello: la legge è uguale
per tutti e la legge ha sempre escluso questo tipo di de-litti da ogni provvedimento di clemenza. Pretesti ov-viamente, schermaglie, al di sotto delle quali c’è una
verità che Pier Ferdinando Casini ha riassunto in po-che parole: «Basta rimanere imprigionati su Berlusco-ni. Se serve al Paese si debbono prendere dei provve-dimenti, anche di clemenza sulle carceri. Lo si faccia e
ci si emancipi finalmente da Berlusconi». Questo il
succo della faccenda: dopo vent’anni basta, basta per
carit
entile Dott. Augias, mi sto chiedendo perché il tema dell’amnistia e dell’indulto siano collegati al caso per-sonale di Berlusconi. A meno che non ci sia malafede da parte di qualcuno, le questioni sono diverse. Se
l’obiettivo di un provvedimento di clemenza è ridurre il numero dei reclusi, perché investire anche le po-sizioni di coloro che (come B), in carcere non ci andranno?
Stefano Corradi – Besozzo (Va)
Gentile Augias, vedo preoccupati Quagliariello e Schifani per la situazione carceraria, impegnati ad assecon-dare Napolitano per lo svuotamento delle carceri. Per poi affermare che se l’amnistia non riguardasse Silvio sa-rebbe una lex contra personam. Perché prendersela tanto? Infatti il carcere non si svuoterebbe nemmeno di un
centimetro perché Silvio non sarà incarcerato ma andrà ai servizi sociali.
Alberto Messersi– messalbe@yahoo.it
TROPPO CHIASSO INTORNO ALL’AMNISTIA
C
osì numerose altre lettere che colgono la stru-mentalità del chiasso sollevato intorno alla pro-posta del Presidente Napolitano. Il retroscena è
trasparente: fare chiasso sulla legge di stabilità, sul-l’amnistia, su un qualunque altro pretesto, nel tentati-vo di far cadere il governo sperando nelle urne. E che il
paese si danni, pazienza. E dire che il ministro Qua-gliariello aveva espresso un’opinione talmente pacifi-ca da sembrare ovvia: «Se le forze politiche e il Parla-mento decidono un provvedimento di amnistia è evi-dente che deve valere per tutti. Non è pensabile che
valga per tutti tranne che per uno perché la legge è
uguale per tutti». Chi mai potrebbe contraddirlo? Lui
stesso indica la giusta soluzione allo spinosissimo ca-so. Il ministro della Giustizia Cancellieri ha però preci-sato non smentita: «I reati finanziari non sono stati mai
presi in considerazione nei provvedimenti di amnistia
e indulto». Il discorso a rigor di logica dovrebbe finire
lì. Silvio Berlusconi è stato condannato in via definiti-va dalla Cassazione per frode fiscale (frode, non eva-sione) reato finanziario dei più gravi ad accentuato ca-rattere antisociale. Dunque sia applicato il principio
invocato dal ministro Quagliariello: la legge è uguale
per tutti e la legge ha sempre escluso questo tipo di de-litti da ogni provvedimento di clemenza. Pretesti ov-viamente, schermaglie, al di sotto delle quali c’è una
verità che Pier Ferdinando Casini ha riassunto in po-che parole: «Basta rimanere imprigionati su Berlusco-ni. Se serve al Paese si debbono prendere dei provve-dimenti, anche di clemenza sulle carceri. Lo si faccia e
ci si emancipi finalmente da Berlusconi». Questo il
succo della faccenda: dopo vent’anni basta, basta per
carit
L PRIMATO DEL BENE COMUNE
C
aro Augias, papa Francesco nella lettera a Scalfari ha scritto tra l’altro che la misericordia di Dio non ha limiti
se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, chi non crede in Dio deve obbedire alla propria coscienza. Pa-role molto belle che però mi hanno suscitato un dubbio. Anche Priebke, compiendo i suoi atti criminali ha
pensato di obbedire alla sua coscienza di fedele soldato del Terzo Reich.
Lettera firmata — Novara
Caro Augias, quando il Papa parla di “coscienza”, allude alla coscienza morale, capacità di distinguere tra Bene e
Male agendo di conseguenza. Tradire la coscienza significa scegliere il male. Ma qui entra in gioco la volontà, la qua-le, per comune definizione, è la capacità di determinare azioni dirette a uno scopo. C’è poi il famoso libero arbitrio
che apre un campo dove volontà, ambiente, Dna, educazione variamente si mescolano nel destino di un individuo.
Si può ancora parlare di colpa?
Tiberio Di Filippo — tiberio.difilippo@gmail.com
IL PRIMATO DEL BENE COMUNE
I
l richiamo del Papa alla “coscienza” ha sollevato una
discussione tra i lettori di Repubblica di cui questi
due brevi estratti sono specchio. Qualche giorno fa lo
studioso olandese Ian Buruma ha sostenuto su queste
pagine che il primato accordato da Francesco alla co-scienza è intonato all’individualismo estremo dei nostri
anni. Vito Mancuso nel suo intervento di giovedì scorso
ha tentato di dimostrare che così non è. La prima do-manda che bisogna porsi parlando di etica, ha scritto, è
se esista il bene come qualcosa di universale indipen-dentemente dalle circostanze. Domanda successiva:
come si può riconoscere? Il richiamo di papa Francesco
alla “coscienza” va in quella direzione. Il bene comune a
tutti gli uomini esiste, tale bene è rappresentato da ciò
che favorisce la vita. Mancuso si è poi rifatto ad altri prin-cipi della teologia morale nonché al catechismo della
sua Chiesa che qui tralascio. Interessano invece tutti le
sue conclusioni poiché una coscienza così delineata è
molto lontana dall’individualismo richiamato da Buru-ma che soppesa circostanze e azioni a partire dalla pro-pria convenienza. Concludendo questa parte del ragio-namento Mancuso ha scritto che il primato della co-scienza è un concetto peculiare del cattolicesimo che
papa Francesco ha riproposto. Il concetto appartiene
anche, non in esclusiva, al cattolicesimo migliore. Tutti
i grandi movimenti del pensiero, dal migliore illumini-smo, al migliore socialismo, si sono sempre proposti il
bene comune o, se si vuole, l’interesse generale. Si tratta
di un’aspirazione – qualcuno dice di un’utopia – che ac-comuna tutti gli uomini di buona volontà quale che sia il
loro credo
aro Augias, papa Francesco nella lettera a Scalfari ha scritto tra l’altro che la misericordia di Dio non ha limiti
se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, chi non crede in Dio deve obbedire alla propria coscienza. Pa-role molto belle che però mi hanno suscitato un dubbio. Anche Priebke, compiendo i suoi atti criminali ha
pensato di obbedire alla sua coscienza di fedele soldato del Terzo Reich.
Lettera firmata — Novara
Caro Augias, quando il Papa parla di “coscienza”, allude alla coscienza morale, capacità di distinguere tra Bene e
Male agendo di conseguenza. Tradire la coscienza significa scegliere il male. Ma qui entra in gioco la volontà, la qua-le, per comune definizione, è la capacità di determinare azioni dirette a uno scopo. C’è poi il famoso libero arbitrio
che apre un campo dove volontà, ambiente, Dna, educazione variamente si mescolano nel destino di un individuo.
Si può ancora parlare di colpa?
Tiberio Di Filippo — tiberio.difilippo@gmail.com
IL PRIMATO DEL BENE COMUNE
I
l richiamo del Papa alla “coscienza” ha sollevato una
discussione tra i lettori di Repubblica di cui questi
due brevi estratti sono specchio. Qualche giorno fa lo
studioso olandese Ian Buruma ha sostenuto su queste
pagine che il primato accordato da Francesco alla co-scienza è intonato all’individualismo estremo dei nostri
anni. Vito Mancuso nel suo intervento di giovedì scorso
ha tentato di dimostrare che così non è. La prima do-manda che bisogna porsi parlando di etica, ha scritto, è
se esista il bene come qualcosa di universale indipen-dentemente dalle circostanze. Domanda successiva:
come si può riconoscere? Il richiamo di papa Francesco
alla “coscienza” va in quella direzione. Il bene comune a
tutti gli uomini esiste, tale bene è rappresentato da ciò
che favorisce la vita. Mancuso si è poi rifatto ad altri prin-cipi della teologia morale nonché al catechismo della
sua Chiesa che qui tralascio. Interessano invece tutti le
sue conclusioni poiché una coscienza così delineata è
molto lontana dall’individualismo richiamato da Buru-ma che soppesa circostanze e azioni a partire dalla pro-pria convenienza. Concludendo questa parte del ragio-namento Mancuso ha scritto che il primato della co-scienza è un concetto peculiare del cattolicesimo che
papa Francesco ha riproposto. Il concetto appartiene
anche, non in esclusiva, al cattolicesimo migliore. Tutti
i grandi movimenti del pensiero, dal migliore illumini-smo, al migliore socialismo, si sono sempre proposti il
bene comune o, se si vuole, l’interesse generale. Si tratta
di un’aspirazione – qualcuno dice di un’utopia – che ac-comuna tutti gli uomini di buona volontà quale che sia il
loro credo
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