lunedì 27 gennaio 2014

TRUMAN E LA CUSTODIA DELLA BOMBA MEGLIO AI CIVILI CHE AI MILITARI

Leggendo le memorie di
Harry Truman, risulta che il
presidente americano non
ebbe alcun dubbio
nell’utilizzo dell’arma
atomica in Giappone. Dal
momento che la Bomba fu
esclusivamente nelle mani
Usa per almeno altri quattro
anni (la prima atomica
sovietica esplose nel ’49)
rendendo di fatto gli Stati
Uniti l’unica vera
superpotenza militare in
quel periodo, perché Harry
Truman subì il ricatto del
blocco di Berlino da parte di
Stalin?
Riccardo Sigismondi
isigi@yahoo.com
Caro Sigismondi,
P
otrei  risponderle  che
l’uso dell’arma atomica,
in  quelle  circostanze,
sarebbe stato del tutto stravagante e irrazionale. I sovietici avevano cominciato l’assedio  di  Berlino  nell’aprile
1948 e avevano nel cuore della Germania una netta superiorità. Mentre i militari di
stanza nei settori occidentali
della città erano 6.500 (3.000
americani,  2.000  britannici,
1.500  francesi),  l’Armata
Rossa  aveva  18.000  uomini
nel settore orientale della capitale tedesca e alle loro spalle, nella Germania orientale,
non meno di 300.000. Quale
sarebbe stato, in un tale contesto, il possibile bersaglio di
un ordigno nucleare? Certo,
gli americani avrebbero potuto colpire una grande città
dell’Urss. Ma un gesto così
dissennato  avrebbe  reso  la
reazione dei sovietici in Europa centrale, dove disponevano di forze considerevoli,
ancora più ferma, legittima e
patriottica. Truman dichiarò
più volte che gli americani
non avrebbero abbandonato
Berlino e non ebbe altra strategia  fuorché  quella  dello
straordinario  ponte  aereo
con cui la città venne alimentata sino al giorno in cui Mosca, consapevole dell’insuccesso, levò l’assedio.
Sulla bomba, d’altro canto,
Truman aveva maturato idee
alquanto  diverse  da  quelle
del giorno in cui aveva ordinato il suo primo uso. L’assedio di Berlino coincise con la
discussione, in seno all’amministrazione,  sull’autorità
che avrebbe dovuto custodire l’arma atomica in tempo di
pace. Il 21 luglio si tenne alla
Casa Bianca una riunione a
cui  parteciparono,  sotto  la
presidenza di Truman, il segretario della Marina James
Forrestal,  quattro  membri
d el  Co mmiss ar iat o  p er
l’energia atomica, il segretario dell’Esercito, quello dell’Aeronautica e i capi di stato
maggiore. Qualcuno citò l’affermazione di uno scienziato
secondo  cui  la  bomba  era
stata costruita per verificarne
le  capacità,  non  per  essere
usata e Truman disse subito
di essere d’accordo: «Occorre
comprendere — aggiunse —
che  questa  non  è  un’arma
militare. Viene usata per distruggere  donne,  bambini,
persone inermi, non per usi
militari.  Dobbiamo  quindi
trattarla  diversamente  dal
modo in cui trattiamo fucili,
cannoni e roba del genere».
Nonostante queste parole, i
militari  insistettero  perché
l’arma  venisse  affidata  alla
loro custodia e il segretario
dell’Aeronautica, in particolare, sostenne che le forze armate  dovevano  abituarsi  a
«maneggiarla».  Truman  taglio cortò, disse bruscamente
che vi erano altre considerazioni di cui occorreva tenere
conto  e  aggiunse:  «Questi
non sono tempi in cui giocherellare  con  una  bomba
atomica».  Pensava  naturalmente  alla  crisi  di  Berlino,
ma era chiaro, scrisse nel suo
diario un consigliere di Truman (David Lilienthal), che
non si fidava dei militari. Ne
dette  una  prova  nell’aprile
del 1951 quando tolse al generale Douglas MacArthur il
comando delle truppe in Corea.

domenica 12 gennaio 2014

ELOGIO DELLA GENTILEZZA

C
aro Augias, Natale, festa della bontà. Nonostante un’onorevole professione di antisentimentale non riesco a fare a meno della melassa che mi porto appresso dall’infanzia. Continuo a pensare alle statuine del
presepio, ma — soprattutto — non mi rassegno al pensiero che il Natale non venga assunto anche dai
non credenti come un richiamo alla gentilezza. Ho letto giorni fa su Repubblicail magnifico discorso di George Saunders rivolto ai giovani laureati della Syracuse University con le sue domande cruciali, che si possono ridurre a una: «Perché non siamo più gentili?». Ho subito pensato a una risposta che dette una volta Tiziano Sclavi in un’intervista di Antonio Gnoli: «Se fossi un dittatore fucilerei tutti coloro che non sono gentili». Nella forza di questo paradosso c’è tutto l’augurio di un rinnovamento di stile, di cui — credenti o no — il Natale dovrebbe diventare l’emblema.
Giovanni Tesio — giovannitesio@tiscali.it
ELOGIO DELLA GENTILEZZA
C
erto la “gentilezza”, perché no. Il garbo, la comprensione, il rispetto, le forme che migliorano
la vita di relazione rendendola meno faticosa.
I giorni del solstizio d’inverno hanno significato tante di quelle cose nel corso dei secoli, benissimo la gentilezza. Gli antichi popoli in questo periodo celebravano la festa di varie divinità, da Horus a Mitra, ma soprattutto il sole vittorioso, “sol invictus”, la fase in cui
il nostro astro dopo aver toccato il punto più basso del
suo percorso, ricomincia a salire, ri-nasce, verso la
primavera. Fu l’imperatore Aureliano (lo stesso che
ha fatto costruire le imponenti mura cittadine) a instaurarne il culto consacrando un tempio a Roma
proprio alla nascita del Sole: 25 dicembre 274. Un altro imperatore, Costantino, cultore del dio Sole, trasformò il 25 dicembre in festa cristiana. Tra l’altro
cambiando il nome del giorno iniziale della settimana da “dies solis” (Ancora oggi Sun-day, inglese —
Sonntag, tedesco) in dies Domini, donde domenica,
domingo, dimanche nelle lingue romanze. Riallacciandosi a quell’antico culto, papa Giulio I ufficializzò
il giorno che oggi chiamiamo Natale per la nascita di
Gesù. La nuova religione cercava di far coincidere le
sue festività con la fede popolare e il culto del sole era
profondamente sentito tra le popolazioni dell’impero. Infatti alcuni cristiani della Mesopotamia e in seguito alcune confessioni protestanti accusarono i
“romani” proprio di questo: aver ceduto alla seduzione del paganesimo. Poiché le Scritture nulla dicono
sul giorno in cui Gesù nacque, aver scelto un periodo
astronomico così carico di speranza, può aiutare a far
apprezzare meglio un messaggio come quello cristiano che sulla speranza largamente si fonda. Nella speranza una fraterna gentilezza rientra benissimo. È un
augurio, facciamocelo. Con gentilezza.
© RI

L’ETÀ DELL’INNOCENZA E QUELLA DELLE LETTURE

G
entile Augias, il ministro della Pubblica Istruzione ha fatto bene a esortare a leggere di più durante le vacanze appena finite, ad andare alle mostre, a teatro ecc... Ma non può consigliare agli adolescenti “Guerra e Pace” e “I Buddenbrook”. Sono romanzi che vanno letti da grandi, così si allontanano i giovani dalla letteratura. Una volta il professor Masolino d’Amico mi disse che se a un ragazzo piaceva David Bowie era
perfetto regalargli la sua biografia così si abituava ai libri come strumento di conoscenza. Se vogliamo puntare sulla letteratura, vanno bene “Il Gattopardo”, “Le Grand Meaulnes” di Alain-Fournier, “Il Leone” di Joseph
Kessel, “Il Giovane Holden”, i romanzi di Jack London, “Addio alle armi” di Hemingway, “Candide” di Voltaire, “I Tre Moschettieri”, “Il ritratto di Dorian Gray” eccetera... Credo di essere diventata un’avida lettrice proprio perché ho letto da grande gli impegnativi libri consigliati dal ministro.
Eleonora Attolico — eattoli@tin.it
L’ETÀ DELL’INNOCENZA E QUELLA DELLE LETTURE
L
a letterina della signora Attolico solleva un
enorme problema: che cosa bisognerebbe leggere, e a quale età? Una possibile risposta è
quella data da Daniel Pennac: leggete quello che vi pare, per quanto tempo vi pare. Se un libro vi annoia
mettetelo da parte, tranquillamente, diciamo con
amicizia. È una regola accettabile che però non esaurisce tutte le possibili regole. Anche nei consigli della
lettera, per esempio, si annidano tranelli. “Candide”,
benissimo. Divertente, movimentato, spiritoso. Ma si
nascondono una tesi filosofica e una forte polemica,
in quelle pagine, lo diremo al nostro giovane lettore o
lasceremo solo che si diverta? Il ritratto di Dorian
Gray, idem. Parleremo del romanzo vittoriano? Di
psicoanalisi? Di complesso di colpa? O lasceremo che
si stupisca immergendosi nell’atmosfera di quella
maledetta soffitta? Prevedo la risposta: intanto lasciamo che li leggano, più in là … eccetera. Non sono tanto d’accordo che le giovani menti non debbano essere troppo affaticate. Certo, Palazzeschi diceva “E lasciatemi divertire”, ma era Palazzeschi e se lo poteva
permettere, con quello che scriveva. La prof Silvia
Cecchini da Milano mi scrive: «Non se ne può più di
tutta la lagna sui poveri studenti italiani martoriati dai
compiti! Della tesi che bisogna imparare sì, ma divertendosi! Sono una matematica, materia bella, affascinante, indispensabile alla ricerca scientifica, ma che
richiede impegno e anche fatica. Che vengono poi ripagati. Limitandosi ai giochi e al divertimento si imparano al massimo le tabelline». Tutta la scuola, comprese numerose facoltà universitarie, è diventata una
specie di vacanza. Ai miei tempi (laudator temporis
acti, lo so) c’erano esami spaventosi, da sognarseli per
anni. Era un eccesso? Forse. Oggi certo trionfa quello
opposto.

PERCHÉ LO STATO PAGA LE SIGARETTE AI MIGRANTI

E
gregio dottor Augias, so benissimo che quanto sto per dire, a lei e ai lettori di Repubblica, è materia sensibile e controversa. Vorrei fare qualche considerazione in merito ai migranti di Lampedusa. Il budget
per ogni ospite del centro di accoglienza è di 33,42 euro al giorno. Moltiplicati per 30 giorni fanno 1002
euro al mese. Mia suocera pur avendo pagato i contributi per 20 anni prende 500 euro al mese di pensione…
e non può certo permettersi le sigarette. Dall’inizio dell’anno la cooperativa “Lampedusa accoglienza”, che
gestisce i due centri per i migranti sull’isola, ha speso 450 mila euro per le sigarette. Il capitolato di appalto col
ministero dell’Interno prevede infatti che venga fornito a ogni migrante maggiorenne un pacchetto di sigarette al giorno. La domanda che faccio, con discrezione ma con altrettanta forza è se questo le sembra giusto.
Se non crede che l’accoglienza verso esseri umani infelici sia giusta ma che non lo sia lo sperpero del denaro
pubblico. Per il fumo, poi.
Giordano Barberini— giordano.barberini@teletu.it
PERCHÉ LO STATO PAGA LE SIGARETTE AI MIGRANTI
È
materia così sensibile e controversa che la notizia, resa pubblica giorni fa dall’Ansa, è stata
enfatizzata soprattutto dai giornali di destra.
Queste le prime righe del dispaccio: «Dall’inizio dell’anno la cooperativa ‘‘Lampedusa accoglienza’’, che
gestisce i due centri per i migranti sull’isola, ha speso
450 mila euro per le sigarette. Il capitolato di appalto
col ministero dell’Interno prevede infatti che venga
fornito a ogni migrante maggiorenne un pacchetto di
sigarette al giorno». Lascerei da parte la suocera del signor Barberini e i suoi buoni motivi di risentimento.
Sono ben altri i problemi di quella gente che non le sigarette, le quali possono anche essere usate (è stato
detto anche questo) come una specie di tranquillante per aiutarli cioè ad affrontare situazioni drammatiche; se volessimo affrontare la questione in termini
brutali: a tenerli buoni. La verità è che tutti i paesi europei, non solo l’Italia, sono impreparati ad affrontare problemi nuovi di queste dimensioni; passano da
un eccesso all’eccesso opposto. È di pochi giorni fa la
storia tremenda della disinfezione fatta con la pompa, eccesso intollerabile. Ora la storia delle sigarette,
un pacchetto al giorno; eccesso anche questo. Con la
fine del 2013 anche il Regno Unito ha dovuto aprirsi a
romeni e bulgari. Titoli eccessivi sui giornali inglesi
della sera: ci invaderanno. Per fortuna ci sono anche
altre storie. Da Bari Giuliano Foschini ci ha raccontato (Repubblica, 6.1.14) la vicenda di due ragazzi, un
somalo e un eritreo, campioni di corsa, scoperti in un
campo. L’aspetto incredibile è che la stessa storia
(chiusa in modo molto diverso) la racconta Giuseppe
Catozzella nel romanzo-veritàNon dirmi che hai
pauraappena uscito da Feltrinelli

venerdì 10 gennaio 2014

L’INSOSTENIBILE BISOGNO DEL CIARLATANO

E
gregio dottor Augias, “dal momento che l’uomo non è in grado di rimanere privo di miracoli, egli si crea
da sé miracoli nuovi, e si inginocchia dinanzi al miracolo del ciarlatano, alla magia della fattucchiera, pur
rimanendo cento volte ribelle, eretico e miscredente”. Queste parole di Dostoevskij (I Fratelli Karamazov) si addicono al controverso rapporto tra scienza e malattia. Pur con le recenti conquiste scientifiche e la
progressiva secolarizzazione della società, l’uomo non rinuncia al ricorso a personaggi di ogni risma che, spesso con metodi moralmente e deontologicamente non accettabili, illudono chi ha perduto ogni speranza nella
scienza ufficialmente riconosciuta facendo leva sul connaturato desiderio dell’uomo di superare, comunque,
le difficoltà contingenti, la propria precarietà, situazioni dolorose per se stessi o per altre persone amate.
Alberto De Lorenzis— Roma (albertodelorenzis@libero.it)
L’INSOSTENIBILE BISOGNO DEL CIARLATANO
I
l 23 dicembre scorso il professor Giorgio Cosmacini, apprezzato storico della scienza, intervenendo
su questo giornale a proposito del famigerato metodo Stamina, ha scritto: “Il ciarlatano o sedicente
guaritore non approfitta soltanto delle credulità o fragilità altrui; approfitta anche della ragione saccente e
della scienza distante. Fin che queste troveranno cittadinanza, la ciarlataneria, in medicina, vivrà”. La mia
opinione è che quand’anche medici e scienziati si
sforzassero di parlare con il linguaggio approssimativo di noi profani, la ciarlataneria resterebbe. Da sempre gli esseri umani hanno avuto bisogno di consultare indovini, sibille, oracoli e stregoni per conoscere il
futuro e per essere guariti da mali altrimenti incurabili. Nemmeno le religioni più articolate come il cristianesimo si sono sottratte al destino di essere trasformate in mere superstizioni con le implorazioni per un
miracolo, un’eccezione alle implacabili leggi della natura che permettesse una guarigione che la scienza riteneva impossibile. Ci sono anche stati casi in cui
quella guarigione è arrivata, il che ha fatto gridare al
miracolo in chi crede nelle grazie celesti; ha portato
chi non crede a pensare che gli scienziati non padroneggiano ancora tutte le possibili occorrenze di una
malattia. Il metodo inventato da Vannoni è solo l’ultima incarnazione di questo disperato bisogno di credere che non tutto è perduto. Chiunque è stato seriamente malato conosce la reticenza dei medici di fronte a domande cruciali: “Ce la farà?”, “Non esiste un altro farmaco, un altro metodo?”, quel loro abbassare lo
sguardo, il rifugiarsi nel gergo professionale. È a quel
punto che la disperazione fa abbandonare la scienza
per correre dal primo ciarlatano che lasci intravedere
l’atteso miracolo. Quando tutto sembra perduto, la
disperazione può accecare

mercoledì 8 gennaio 2014

LA FIDUCIA NEL FUTURO E LA RIVINCITA DEGLI IDEALI

G
entile dottor Augias, volevo scriverle una letterina per il nuovo anno ma dopo aver ascoltato il messaggio del presidente Napolitano e quello di Papa Francesco i miei commenti mi sono sembrati privi di significato. I miei sogni sono poca cosa, semplicistici e anche un po’ anacronistici e non me la sono sentita di dirli in pubblico. Sono una credente tiepida, lontana dai riti della Chiesa, che reputo superati, e stento a incoraggiare una fede che mi è stata insegnata con l’educazione. Questo Papa però mi ha ridato fiducia in una
bontà divina che credevo dimenticata. Sento più vicino, per ideali, il presidente Napolitano, da me apprezzato
in tempi lontani, quando discutevo con mio marito sui personaggi del Pci, che ritenevo poco attenti alla gente…
Ciò che vedevo nei suoi atteggiamenti, nel suo agire anche negli anni 70/80, mi sembrava già valida anticipazione di linee socio-culturali che allora parevano quasi utopie. Non vorrei esagerare, so che la politica è fatta anche di ambizioni e di vendette personali, però mi sento di dire che, se almeno una parte dei nostri politici fosse
animata dalla forza morale di queste persone, la crisi che ci sta affossando forse sarebbe già in fase finale. Mi ostino a credere che l’anno appena cominciato sarà migliore del precedente.
Nicoletta Taiappa— nicoletta.taiappa@libero.it
LA FIDUCIA NEL FUTURO E LA RIVINCITA DEGLI IDEALI
O
gni anno ci facciamo gli auguri, per lo più solo
formali, qualche volta conditi da simpatia sincera e da una vera speranza. Destinata il più
delle volte a svanire. Giacomo Leopardi che sapeva
tutto, in una delle sue Operette moralifa parlare un
venditore di calendari (almanacchi) e un signore di
passaggio: “Credete che sarà felice quest’anno nuovo?” - “ Oh illustrissimo sì, certo” - “Come quest’anno
passato?” - “Più più assai” - “Come quello di là?” - “Più
più, illustrissimo” - “Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di
questi anni ultimi?” - “Signor no, non mi piacerebbe”
[…] “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si
conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?” - “Speriamo, illustrissimo”. Possiamo ragionevolmente avere qualche speranza in un’Italia come questa? L’anno è cominciato
con i soliti litigi, tutti gridano, nessuno cede, la situazione si mantiene in affannoso equilibrio. Se non ci
fosse in ballo il destino di noi tutti sarebbe interessante starsene sulla riva a vedere come andrà a finire. Invidio la Chiesa, confesso. Il sovrano regnante ha fatto
un passo indietro e rimesso le lancette a zero. È arrivato un nuovo sovrano, tutto riparte da capo, si può davvero ricominciare a sperare. Quanto a noi, vedremo