G
entile Augias, il ministro della Pubblica Istruzione ha fatto bene a esortare a leggere di più durante le vacanze appena finite, ad andare alle mostre, a teatro ecc... Ma non può consigliare agli adolescenti “Guerra e Pace” e “I Buddenbrook”. Sono romanzi che vanno letti da grandi, così si allontanano i giovani dalla letteratura. Una volta il professor Masolino d’Amico mi disse che se a un ragazzo piaceva David Bowie era
perfetto regalargli la sua biografia così si abituava ai libri come strumento di conoscenza. Se vogliamo puntare sulla letteratura, vanno bene “Il Gattopardo”, “Le Grand Meaulnes” di Alain-Fournier, “Il Leone” di Joseph
Kessel, “Il Giovane Holden”, i romanzi di Jack London, “Addio alle armi” di Hemingway, “Candide” di Voltaire, “I Tre Moschettieri”, “Il ritratto di Dorian Gray” eccetera... Credo di essere diventata un’avida lettrice proprio perché ho letto da grande gli impegnativi libri consigliati dal ministro.
Eleonora Attolico — eattoli@tin.it
L’ETÀ DELL’INNOCENZA E QUELLA DELLE LETTURE
L
a letterina della signora Attolico solleva un
enorme problema: che cosa bisognerebbe leggere, e a quale età? Una possibile risposta è
quella data da Daniel Pennac: leggete quello che vi pare, per quanto tempo vi pare. Se un libro vi annoia
mettetelo da parte, tranquillamente, diciamo con
amicizia. È una regola accettabile che però non esaurisce tutte le possibili regole. Anche nei consigli della
lettera, per esempio, si annidano tranelli. “Candide”,
benissimo. Divertente, movimentato, spiritoso. Ma si
nascondono una tesi filosofica e una forte polemica,
in quelle pagine, lo diremo al nostro giovane lettore o
lasceremo solo che si diverta? Il ritratto di Dorian
Gray, idem. Parleremo del romanzo vittoriano? Di
psicoanalisi? Di complesso di colpa? O lasceremo che
si stupisca immergendosi nell’atmosfera di quella
maledetta soffitta? Prevedo la risposta: intanto lasciamo che li leggano, più in là … eccetera. Non sono tanto d’accordo che le giovani menti non debbano essere troppo affaticate. Certo, Palazzeschi diceva “E lasciatemi divertire”, ma era Palazzeschi e se lo poteva
permettere, con quello che scriveva. La prof Silvia
Cecchini da Milano mi scrive: «Non se ne può più di
tutta la lagna sui poveri studenti italiani martoriati dai
compiti! Della tesi che bisogna imparare sì, ma divertendosi! Sono una matematica, materia bella, affascinante, indispensabile alla ricerca scientifica, ma che
richiede impegno e anche fatica. Che vengono poi ripagati. Limitandosi ai giochi e al divertimento si imparano al massimo le tabelline». Tutta la scuola, comprese numerose facoltà universitarie, è diventata una
specie di vacanza. Ai miei tempi (laudator temporis
acti, lo so) c’erano esami spaventosi, da sognarseli per
anni. Era un eccesso? Forse. Oggi certo trionfa quello
opposto.
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