E
gregio dottor Augias, “dal momento che l’uomo non è in grado di rimanere privo di miracoli, egli si crea
da sé miracoli nuovi, e si inginocchia dinanzi al miracolo del ciarlatano, alla magia della fattucchiera, pur
rimanendo cento volte ribelle, eretico e miscredente”. Queste parole di Dostoevskij (I Fratelli Karamazov) si addicono al controverso rapporto tra scienza e malattia. Pur con le recenti conquiste scientifiche e la
progressiva secolarizzazione della società, l’uomo non rinuncia al ricorso a personaggi di ogni risma che, spesso con metodi moralmente e deontologicamente non accettabili, illudono chi ha perduto ogni speranza nella
scienza ufficialmente riconosciuta facendo leva sul connaturato desiderio dell’uomo di superare, comunque,
le difficoltà contingenti, la propria precarietà, situazioni dolorose per se stessi o per altre persone amate.
Alberto De Lorenzis— Roma (albertodelorenzis@libero.it)
L’INSOSTENIBILE BISOGNO DEL CIARLATANO
I
l 23 dicembre scorso il professor Giorgio Cosmacini, apprezzato storico della scienza, intervenendo
su questo giornale a proposito del famigerato metodo Stamina, ha scritto: “Il ciarlatano o sedicente
guaritore non approfitta soltanto delle credulità o fragilità altrui; approfitta anche della ragione saccente e
della scienza distante. Fin che queste troveranno cittadinanza, la ciarlataneria, in medicina, vivrà”. La mia
opinione è che quand’anche medici e scienziati si
sforzassero di parlare con il linguaggio approssimativo di noi profani, la ciarlataneria resterebbe. Da sempre gli esseri umani hanno avuto bisogno di consultare indovini, sibille, oracoli e stregoni per conoscere il
futuro e per essere guariti da mali altrimenti incurabili. Nemmeno le religioni più articolate come il cristianesimo si sono sottratte al destino di essere trasformate in mere superstizioni con le implorazioni per un
miracolo, un’eccezione alle implacabili leggi della natura che permettesse una guarigione che la scienza riteneva impossibile. Ci sono anche stati casi in cui
quella guarigione è arrivata, il che ha fatto gridare al
miracolo in chi crede nelle grazie celesti; ha portato
chi non crede a pensare che gli scienziati non padroneggiano ancora tutte le possibili occorrenze di una
malattia. Il metodo inventato da Vannoni è solo l’ultima incarnazione di questo disperato bisogno di credere che non tutto è perduto. Chiunque è stato seriamente malato conosce la reticenza dei medici di fronte a domande cruciali: “Ce la farà?”, “Non esiste un altro farmaco, un altro metodo?”, quel loro abbassare lo
sguardo, il rifugiarsi nel gergo professionale. È a quel
punto che la disperazione fa abbandonare la scienza
per correre dal primo ciarlatano che lasci intravedere
l’atteso miracolo. Quando tutto sembra perduto, la
disperazione può accecare
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