C
aro Augias, Natale, festa della bontà. Nonostante un’onorevole professione di antisentimentale non riesco a fare a meno della melassa che mi porto appresso dall’infanzia. Continuo a pensare alle statuine del
presepio, ma — soprattutto — non mi rassegno al pensiero che il Natale non venga assunto anche dai
non credenti come un richiamo alla gentilezza. Ho letto giorni fa su Repubblicail magnifico discorso di George Saunders rivolto ai giovani laureati della Syracuse University con le sue domande cruciali, che si possono ridurre a una: «Perché non siamo più gentili?». Ho subito pensato a una risposta che dette una volta Tiziano Sclavi in un’intervista di Antonio Gnoli: «Se fossi un dittatore fucilerei tutti coloro che non sono gentili». Nella forza di questo paradosso c’è tutto l’augurio di un rinnovamento di stile, di cui — credenti o no — il Natale dovrebbe diventare l’emblema.
Giovanni Tesio — giovannitesio@tiscali.it
ELOGIO DELLA GENTILEZZA
C
erto la “gentilezza”, perché no. Il garbo, la comprensione, il rispetto, le forme che migliorano
la vita di relazione rendendola meno faticosa.
I giorni del solstizio d’inverno hanno significato tante di quelle cose nel corso dei secoli, benissimo la gentilezza. Gli antichi popoli in questo periodo celebravano la festa di varie divinità, da Horus a Mitra, ma soprattutto il sole vittorioso, “sol invictus”, la fase in cui
il nostro astro dopo aver toccato il punto più basso del
suo percorso, ricomincia a salire, ri-nasce, verso la
primavera. Fu l’imperatore Aureliano (lo stesso che
ha fatto costruire le imponenti mura cittadine) a instaurarne il culto consacrando un tempio a Roma
proprio alla nascita del Sole: 25 dicembre 274. Un altro imperatore, Costantino, cultore del dio Sole, trasformò il 25 dicembre in festa cristiana. Tra l’altro
cambiando il nome del giorno iniziale della settimana da “dies solis” (Ancora oggi Sun-day, inglese —
Sonntag, tedesco) in dies Domini, donde domenica,
domingo, dimanche nelle lingue romanze. Riallacciandosi a quell’antico culto, papa Giulio I ufficializzò
il giorno che oggi chiamiamo Natale per la nascita di
Gesù. La nuova religione cercava di far coincidere le
sue festività con la fede popolare e il culto del sole era
profondamente sentito tra le popolazioni dell’impero. Infatti alcuni cristiani della Mesopotamia e in seguito alcune confessioni protestanti accusarono i
“romani” proprio di questo: aver ceduto alla seduzione del paganesimo. Poiché le Scritture nulla dicono
sul giorno in cui Gesù nacque, aver scelto un periodo
astronomico così carico di speranza, può aiutare a far
apprezzare meglio un messaggio come quello cristiano che sulla speranza largamente si fonda. Nella speranza una fraterna gentilezza rientra benissimo. È un
augurio, facciamocelo. Con gentilezza.
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