lunedì 15 luglio 2013

GRILLO INCAPACE DI UN SALTO DI QUALITÀ

C
aro Augias, i movimenti dal basso hanno ottenuto molte importanti vittorie, per esempio la grande ri-sposta al referendum sull’acqua del 13 giugno 2011. Su quella spinta il M5S ha ottenuto di sedersi in Par-lamento. Ha quindi accettato di giocare secondo le regole precise della democrazia. Se ha accettato le
regole, pretendo però che ne accetti uno degli aspetti fondamentali, il rispetto delle opinioni altrui. Per que-sto mi spaventa la reazione scomposta e violenta alle parole di Toni Servillo, che ha pacatamente espresso il
proprio punto di vista di cittadino: perché il rifiuto di ogni confronto, il ritenersi l’unica voce che può parlare
anche insultando ed offendendo, il denigrare continuamente le istituzioni e coloro che le rappresentano ha
un’unica finalità, raggiungere il pensiero unico, altrimenti detto dittatura. Mi sembra che attaccare chi si per-mette di dissentire appartenga ad un passato che in Italia ritenevamo ripudiato per sempre viste le rovine che
è costato.
Costanza Boccardi — cosbocc@gmail.com
GRILLO INCAPACE DI UN SALTO DI QUALITÀ
L
a signora Boccardi si riferisce agli insulti che so-no piovuti in rete su Toni Servillo, arrivati fino
all’invito a boicottare il film “La grande bellez-za”. Unica colpa di Servillo aver espresso (8 e mezzo,
La7) seri dubbi sul M5S, sulla sua linea politica, sulla
tenuta democratica. Dettagli, si dirà. Certo sono det-tagli però significativi di un movimento che appare
allo sbando, quindi innervosito, che ha preso la pes-sima abitudine (come ho sperimentato di persona) di
rispondere alle critiche a suon di insulti. Quando si
commenta una sconfitta elettorale catastrofica come
quella appena conclusa, consolandosi con le vittorie
a Pomezia e Assemini, anche al netto della gaffe di col-locare Pomezia in Abruzzo, si manda un segnale di
clamorosa inefficienza. Nemmeno il peggior Pci è
mai arrivato a tanto. I titoli de “L’Unità” nelle tornate
elettorali più negative usavano in genere la formula
«il partito sostanzialmente ha tenuto», patetica ma
non offensiva. Dettagli? Certo anche questi sono det-tagli però ancora più significativi delle critiche assur-de a Toni Servillo. Se lì si poteva intravedere una pic-cola ombra di fascismo, qui emerge con chiarezza ciò
che si era sospettato da tempo, cioè che Grillo non ha
la capacità di fare il salto da agitatore di piazza a lea-der politico. Sono due mestieri diversi, per il primo
basta avere fiato (anche in senso fisico), sparare a mi-traglia contro tutto e tutti sollevando lo sdegno delle
piazze — detto per inciso quasi sempre ampiamente
giustificato. Per fare il politico bisogna saper valuta-re con realismo le situazioni, saper mediare senza
perdersi, dimostrare di avere una strategia. Cantare
una vittoria “lenta e inesorabile” per il sindaco di Po-mezia significa annegare tutto questo nel ridicolo

domenica 7 luglio 2013

NOI, VIANDANTI DELUSI SULLA VIA FRANCIGENA

G
entile dottor Augias, alcuni giorni fa mio marito ed io siamo partiti da Pietrasanta per raggiungere Ro-ma in mountain bikelungo la Via Francigena. Abbiamo già fatto il Cammino di Santiago da Roncisvalle
alla meta, quindi abbiamo all’attivo quasi 800 km di sterrato. Sapevamo che avremmo avuto proble-mi, ma l’impatto è stato tale che a Siena abbiamo deciso di tornare. Una breve lista delle criticità: carenza del-la segnaletica, grave nei boschi e nelle zone di campagna lontane dagli abitati, pessime condizioni dei sen-tieri, percorsi obbligati su strade anche secondarie sempre trafficate e quindi pericolose, assenza di piste ci-clabili in avvicinamento alle città (pessimo l’arrivo a Siena, strade strette e frequentatissime), carenza di strut-ture di accoglienza. Certo, splendore dei paesaggi, straordinaria ricchezza artistica, buona cucina, calore del-le persone che ci hanno aiutato. Ottimo per esempio il tratto curatissimo di Monteriggioni (onore al sindaco).
In quattro giorni abbiamo incrociato solo sette pellegrini a piedi o in bicicletta anche se San Gimignano e Sie-na pullulavano di turisti. Una signora francese che andava a piedi partendo da Torino, reduce anche lei da
Santiago, ci ha detto: «Amo tanto l’arte e le bellezze del vostro paese. Ho fatto però molte fatiche inutili per la
segnaletica mancante e sulle strade ho la sensazione di mettere in pericolo la vita, ma, si sa, questa è l’Italia».
Che dispiacere sentirlo.
Graziella Porté e Nino Franco  – Aosta
NOI, VIANDANTI DELUSI SULLA VIA FRANCIGENA
I
l dispiacere che suscita questa lettera è dovuto so-prattutto al fatto che si tratta di inconvenienti nel-lo stesso tempo spiacevoli e gravi ma che baste-rebbe poco per eliminare. Pochissimi soldi, un po’ di
attenzione, un po’ di buona volontà. Come abbiamo
più volte scritto su questo giornale, il turismo “lento”
potrebbe rappresentare una straordinaria risorsa in
un paese come il nostro disseminato di capolavori di
cui sono ricchi anche i Comuni più piccoli. Questo tu-rismo, tra l’altro, come mi fa notare la signora Porté,
è fatto da persone di buona cultura che restano a lun-go sul territorio rispettando l’ambiente, che si ap-poggiano al piccolo commercio e alla piccola ristora-zione, che possono offrire di che vivere a chi abita i
piccoli e piccolissimi centri. Sono persone già inna-morate dell’Italia o disposte a farlo se appena aiutate
nei loro propositi, se non allontanate da troppo evi-denti, a volte stupide, mancanze. Quanto poco ci vor-rebbe per i sindaci dei Comuni interessati curare i
sentieri, integrare la segnaletica, predisporre itinera-ri al riparo dal traffico veloce. Il turismo “lento” è in
aumento, lo hanno incrementato l’amore per un ti-po di spostamento più sano e rilassante e la crisi che
ha spinto verso consumi più moderati. Che si aspet-ta ad agevolarlo?

CRISI DEI GIORNALI E DEFICIT DI DEMOCRAZIA

G
entile Augias, il crollo della vendita dei giornali mi sembra un segno di analfabetismo sociale di ritorno.
Taglia fuori milioni di persone dalla capacità di analisi di problemi complessi, rende una quota crescente
di elettori “incompetenti” alla democrazia. Qui nasce la debolezza della nostra “pubblica opinione”.
Una mancanza di controllo e di partecipazione alla discussione pubblica ha anche traviato i politici, sicuri di
potersi permettere qualsiasi trasgressione, al riparo della diffusa incapacità di mettere in relazione la cause con
gli effetti. La disinformazione diventa sintomo di involuzione democratica perché, quando gli analfabeti so-ciali saranno più numerosi dei partecipi, il regime si sarà di fatto instaurato. Lo stravolgimento della Costitu-zione sarà solo una formalità che il populista di turno sbrigherà con poca fatica, spacciandola per “moderniz-zazione”. Nel giubilo di quelli che si vantano di non leggere mai il giornale, perché a loro “la politica fa schifo”.
Massimo Marnetto— massimo.marnetto@gmail.com
CRISI DEI GIORNALI E DEFICIT DI DEMOCRAZIA
I
l signor Marnetto si riferisce ai dati esposti da Giu-lio Anselmi, presidente della Federazione Editori,
di cui  Repubblica ha dato notizia giovedì. Sono
drastici, più che a una crisi fanno pensare a un cam-biamento epocale. Dal 2007 al 2012 la diffusione dei
quotidiani ha perso oltre il 22 per cento, un milione e
passa di copie in cifra assoluta. Pessimo il 2012 anche
per la pubblicità: meno 14 per cento, investimenti tor-nati al livello del 1991. Anche il dato dell’occupazione
in linea con gli altri. Aggiungo un piccolo episodio si-gnificativo che conferma l’andamento. Il sindaco di
una cittadina del Lazio mi diceva giorni fa che i giova-ni del suo Comune non vanno più all’edicola nem-meno per comprare un quotidiano sportivo. Si sono
suggeriti dei rimedi, per esempio: “strumenti norma-tivi e finanziari per favorire il ricambio e sostenere l’in-novazione”. Ben vengano. Ma dobbiamo prendere
atto che stiamo attraversando il passaggio da uno
strumento ad un altro. Non è un caso che i giornali
stampati su carta siano in sofferenza ovunque, dagli
Stati Uniti alla Francia dove gloriose testate sono ri-dotte ad uno sparuto numero di pagine come nell’im-mediato dopoguerra. Giornali (e libri) sono un pro-dotto commerciale ma anche un veicolo d’informa-zione, dunque di consapevolezza politica, culturale,
civile. I timori del signor Marnetto sono quindi giusti-ficati. Basta pensare a che cosa sarebbe un panorama
informativo affidato ai soli tg. Ho però fiducia, con-fesso, che in un modo o nell’altro il ruolo della “stam-pa” continuerà anche se non si tratterà più soltanto di
diffondere parole scritte su un foglio di carta. Le paro-le, comunque diffuse, continueranno a circolare, ad
avere un peso. Per ricominciare, possibilmente.

giovedì 13 giugno 2013

24/5/13 L’ALTRA FACCIA DELL’EVASIONE FISCALE

C
aro Augias, Equitalia sarà pure “un mostro”. Ma voglio raccontarle la mia esperienza di revisore dei
conti. Alcuni anni fa venni incaricato da un piccolo Comune del centro Italia di rivedere le cartelle esat-toriali confrontandole con il catasto degli immobili, le licenze commerciali, la composizione dei nu-clei familiari, le concessioni di suolo pubblico eccetera. Insomma una revisione globale dello stato finanzia-rio di quel Comune come altri fortemente indebitato. Ci siamo messi al lavoro con i miei collaboratori e in
capo a qualche mese abbiamo redatto il quadro di sintesi della nostra ricerca. Il risultato era spaventoso. Im-poste e tasse non riscosse da anni, ricorsi vinti mai portati a riscossione, cartelle esattoriali palesemente ina-deguate e mai aggiornate. Quel Comune perdeva ogni anno somme considerevoli che andavano ad aggra-vare il già disastrato bilancio. Con una certa fierezza abbiamo consegnato i nostri tabulati alla Giunta sicuri
di vedere le finanze pubbliche rifiorire e alcuni importanti progetti portati a compimento: nuovi locali per
scuola elementare e asilo nido, piccolo giardino sulla piazza dello stesso Comune. Non è successo niente. I
tabulati sono finiti in un cassetto dove tranquillamente dormono da anni.
Lettera firmata
L’ALTRA FACCIA DELL’EVASIONE FISCALE
A
nche Equitalia, cioè la riscossione dei tributi, co-me la rimozione e lo smaltimento delle immon-dizie fa parte di quelle funzioni pubbliche con le
quali gli italiani hanno forti problemi di convivenza. Ci
sono città del nord Europa che pagherebbero per avere
i nostri rifiuti con i quali scaldano le case e producono
elettricità. Noi li trasformiamo in veleni per i campi e le
falde sotterranee. Le tasse vengono riscosse ovunque
nel mondo civilizzato ma non si hanno notizie degli eter-ni conflitti che questa funzione (sgradevole che sia) sca-tena da noi. Le critiche ad Equitalia sono state fonda-mentalmente due: essere implacabile nella riscossione
creando non pochi e a volte preoccupanti disagi per sin-goli ed imprese in tempo di crisi. Aver discriminato a fa-vore dei “ricchi e potenti” concentrando il suo rigore sui
“piccoli e poveri”. La destra ha aggiunto a queste critiche
la consueta dose antistatale per cui Alemanno a Roma
ha potuto impostare sulla cancellazione di Equitalia la
sua campagna elettorale. I manifesti con lo slogan “Ab-biamo cancellato Equitalia” strizzano chiaramente l’oc-chio al vecchio e mendace “Meno tasse per tutti” di al-cuni anni fa. Come tutte le riforme mal fatte (abolizione
dell’Ici in primis ) anche questa rischia di creare scom-pensi gravi essendo molti Comuni impreparati alle nuo-ve incombenze. A questo s’aggiunge l’inconveniente se-gnalato dal nostro lettore e cioè la riluttanza di un orga-nismo eletto a farsi esattore puntuale dei propri elettori

23/5/13 - LA (BELLA) POLITICA DEL FARE

C
aro Augias, la «Lunga Marcia per L’Aquila» è un social-trekking che vuole unire i luoghi dell’ultimo
terremoto a quelli del terremoto più disastroso di questi ultimi anni nel cratere aquilano. Stiamo per
partire da Novi di Modena il 25 maggio, anniversario del terremoto dell’anno scorso. Attraversere-mo l’Italia nel ricordo di terremoti più o meno disastrosi come Sansepolcro, Gubbio, Assisi, Foligno, Noce-ra Umbra, Camerino, Norcia e Avezzano. Partiremo poi da Roma il 14 Giugno per parlare oltre che di rico-struzione anche di prevenzione e messa in sicurezza degli edifici. Il 22 giugno le due carovane arriveranno
a L’Aquila, luogo simbolo di questa impresa. Non vorremmo aspettare il prossimo terremoto senza far nien-te per poi piangere i morti. Pensiamo ad una legge che renda deducibili tutte le spese sostenute dai privati
per la messa in sicurezza degli edifici, convinti che un simile incentivo permetterebbe l’apertura di migliaia
di cantieri in tutta Italia favorendo una «buona» crescita diffusa che proprio per questa sua caratteristica sa-rebbe al sicuro da infiltrazioni mafiose al contrario delle cosiddette «grandi» opere che grandi sono solo per
gli interessi finanziari e malavitosi che muovono.
Enrico Sgarella — lungamarciaperlaquila@gmail.com
LA (BELLA) POLITICA DEL FARE
Q
uesta lettera annuncio mi ha di colpo riporta-to in termini concreti al significato della pa-rola “politica”. Leggo i giornali, ascolto (non
sempre) i telegiornali; vedo e sento parlare di politi-ca come di un’attività che riguarda questo o quel
partito o uomo di partito. Equilibri, incarichi, pen-denze giudiziarie. Siamo così abituati e rassegnati a
questo livello di discussione da aver dimenticato
che la politica è altro. Seguendo le indicazioni del si-gnor Sgarella si potrebbe pensare a commissioni
parlamentari chine sul problema della prevenzione
dai terremoti; deputati e senatori che s’interrogano
sul modo migliore per mettere in sicurezza un terri-torio ballerino come quello che abitiamo. Poiché si
invoca spesso un “paese normale” credo che sareb-be questo un eloquente esempio di normalità. Ri-cordo che lo storico dell’arte Giovanni Urbani
(1925.1994), direttore dell’Istituto Centrale per il Re-stauro, s’era battuto fin dal 1975 per un piano di tu-tela del patrimonio culturale dai rischi sismici. Nel
1983 aveva addirittura organizzato una mostra do-ve presentava un concreto “Piano pilota” per la pro-tezione dei monumenti ma anche delle abitazioni.
L’argomento del resto era già stato impostato da Ce-sare Brandi, altro insigne storico dell’arte. Ci sareb-be insomma addirittura una scuola alla quale rife-rirsi. Se qualcuno avesse voglia di farlo invece di di-scutere di scontrini al ristorante o di come salvare
Dell’Utri da sgradevoli incidenti giudiziar

22/5/13 - UNA SCUOLA PER TUTTI

C
aro Augias, una signora s’è detta preoccupata per il referendum consultivo a Bologna che potrebbe
abolire il finanziamento pubblico alla scuola privata. La signora dice che senza il finanziamento di
Stato non potrà permettersi una scuola che educhi ai valori in cui lei crede. Il problema è tutto qui:
la scuola uno non se la “deve permettere” spetta a tutti, a prescindere dal portafoglio. La scuola, quella ve-ra, non ha steccati, l’ingresso è libero dentro ci sono bambini di ogni famiglia e pure i bambini svantaggia-ti che la privata in genere rifiuta — a proposito di valori. A scuola s’imparano le cose: storia, italiano, geo-grafia ma poi s’impara a stare con gli altri e a sentirsi, nei limiti del possibile, uguale agli altri. Non vi fate in-gannare dai muri lindi, dalle didattiche particolari, dall’uso dell’inglese, è solo apparenza. La scuola, la sa-nità, l’acqua, le spiagge, l’aria devono essere per tutti. Rimane comunque un mistero come la formula “sen-za oneri per lo stato” sia diventata “a carico dello stato”.
Mario Iudici — lagonegro1@tiscali.it
UNA SCUOLA PER TUTTI
P
er una singolare coincidenza le parole del si-gnor Iudici ricordano molto da vicino quelle
che usò Edmondo De Amicis per il suo cele-berrimo “Cuore”: «Pare che li faccia tutti uguali e
tutti amici la scuola». O anche: «Viva la scuola che vi
fa una sola famiglia, quelli che ne hanno e quelli che
non ne hanno». Emerge insomma un’idea di scuo-la come luogo dove s’impara non solo a scrivere, a
leggere e a far di conto ma anche a vivere insieme
agli altri con spirito, se non altro, di solidarietà, do-ve si dovrebbe assimilare l’appartenenza ad una
stessa nazione, volendo adottare una desueta
espressione deamicisiana: alla stessa patria. Ho ci-tato De Amicis perché l’articolo 33 della Costituzio-ne che regola tra l’altro i rapporti tra scuola pubbli-ca e scuole private discende da quell’ideologia e la
richiesta della signora bolognese che chiede la sov-venzione del Comune perché la retta delle private è
salata e lei vuole che ai suoi figli sia insegnata la fe-de cattolica non rientra nel quadro. Ho visto che an-che di recente s’è ripetuta la nota obiezione: ma co-sì si nega alle famiglie la libertà di scelta. Per l’inse-gnamento d’una fede e dei suoi valori ci sono istitu-zioni apposite, gestite ottimamente, gratuite o qua-si, numerose. C’è un’altra obiezione possibile che
ha un suo peso: i costi. Il Comune di Bologna dà al-le private un milione annuo di sovvenzione. In cam-bio ottiene un servizio che copre un quinto dei bam-bini bolognesi. Se li dovesse gestire in proprio spen-derebbe molto di più. Questo è un dato sul quale si
può ragionare anche per non violare quel “senza
oneri per lo Stato” che l’art. 33 prevede. Ma per fa-vore lasciamo la libertà ad argomenti più congrui.

mercoledì 5 giugno 2013

21/5/13 - LA NUOVA CHIESA AL SERVIZIO DELLA SOCIETÀ

C
aro Augias, conosco bene le sue posizioni. La sento però vicino quando critica, anche con asprezza, il
malcostume che ha inquinato una parte non piccola di società a cominciare dai vertici. Sono prete e
in quanto tale chiedo che la Chiesa, assumendo la profezia di papa Francesco, non cerchi privilegi o
spazi di potere com’è avvenuto purtroppo anche nel recente passato ma si ponga in atteggiamento di servi-zio disinteressato per salvare il salvabile. Nel nuovo contesto politico italiano, che qualcuno definisce di “pa-cificazione ” ma che rischia invece di trasformarsi in progressiva “omologazione”, bisogna ritrovare le ragio-ni di una nuova speranza d’impegno, etico e culturale prima che politico. In uno straordinario e lungimi-rante documento dei vescovi italiani, si legge che “ il consumismo ha fiaccato tutti. Ha aperto spazi sempre
più vasti e comportamenti ispirati solo al benessere, al piacere, al tornaconto degli interessi economici o di par-te. Lo smarrimento prodotto da simile costume di vita pesa particolarmente sui giovani, intacca il ruolo del-la famiglia e indebolisce il senso della responsabilità, tre dei cardini portanti di un sicuro tessuto sociale ”.
don Giorgio Morlin— Treviso (giorgiomorlin@libero.it)
LA NUOVA CHIESA AL SERVIZIO DELLA SOCIETÀ
I
nfatti c’è un buon tratto di strada che cattolici il-luminati e laici in buona fede possono fare insie-me prima di arrivare a certi temi che oggi è di mo-da chiamare “divisivi”. Il consumismo sfrenato è
certamente uno di questi. Si può cercare al più di
metterlo in una prospettiva storica per tentare di ca-pire meglio che cosa (ci) è successo. In un paese po-vero da sempre, e insufficientemente acculturato
come il nostro, quel po’ di benessere arrivato dopo il
primo boom del dopoguerra ha rappresentato un
tale sollievo da nascondere ogni altro valore. Non so-lo il reddito ma lo stesso investimento emotivo di
molti si è concentrato esclusivamente su quello. Con
la conseguenza che, arrivata la crisi, un’intera pro-spettiva di vita è sembrata scomparire insieme al be-nessere. Basta questo disorientamento a spiegare la
facilità con la quale abili demagoghi sono riusciti ad
incantare milioni di connazionali a dispetto dei loro
comportamenti deplorevoli e di promesse clamoro-samente mancate. Don Giorgio si richiama al mes-saggio lanciato dal nuovo papa. Lo faccio anch’io
consapevole come sono che la secolare presenza
della Chiesa cattolica nella penisola è un dato im-prescindibile della convivenza. La Chiesa, o meglio
il Vaticano, ha usato spesso male la sua influenza, ha
appoggiato governi e personalità sbagliate per puro
tornaconto immediato tradendo il messaggio di cui
si proclama portatrice. Se papa Francesco riuscisse
a frenare i calcoli di pura convenienza, credo che
non solo la Chiesa grandemente se ne gioverebbe