G
entile Augias, il crollo della vendita dei giornali mi sembra un segno di analfabetismo sociale di ritorno.
Taglia fuori milioni di persone dalla capacità di analisi di problemi complessi, rende una quota crescente
di elettori “incompetenti” alla democrazia. Qui nasce la debolezza della nostra “pubblica opinione”.
Una mancanza di controllo e di partecipazione alla discussione pubblica ha anche traviato i politici, sicuri di
potersi permettere qualsiasi trasgressione, al riparo della diffusa incapacità di mettere in relazione la cause con
gli effetti. La disinformazione diventa sintomo di involuzione democratica perché, quando gli analfabeti so-ciali saranno più numerosi dei partecipi, il regime si sarà di fatto instaurato. Lo stravolgimento della Costitu-zione sarà solo una formalità che il populista di turno sbrigherà con poca fatica, spacciandola per “moderniz-zazione”. Nel giubilo di quelli che si vantano di non leggere mai il giornale, perché a loro “la politica fa schifo”.
Massimo Marnetto— massimo.marnetto@gmail.com
CRISI DEI GIORNALI E DEFICIT DI DEMOCRAZIA
I
l signor Marnetto si riferisce ai dati esposti da Giu-lio Anselmi, presidente della Federazione Editori,
di cui Repubblica ha dato notizia giovedì. Sono
drastici, più che a una crisi fanno pensare a un cam-biamento epocale. Dal 2007 al 2012 la diffusione dei
quotidiani ha perso oltre il 22 per cento, un milione e
passa di copie in cifra assoluta. Pessimo il 2012 anche
per la pubblicità: meno 14 per cento, investimenti tor-nati al livello del 1991. Anche il dato dell’occupazione
in linea con gli altri. Aggiungo un piccolo episodio si-gnificativo che conferma l’andamento. Il sindaco di
una cittadina del Lazio mi diceva giorni fa che i giova-ni del suo Comune non vanno più all’edicola nem-meno per comprare un quotidiano sportivo. Si sono
suggeriti dei rimedi, per esempio: “strumenti norma-tivi e finanziari per favorire il ricambio e sostenere l’in-novazione”. Ben vengano. Ma dobbiamo prendere
atto che stiamo attraversando il passaggio da uno
strumento ad un altro. Non è un caso che i giornali
stampati su carta siano in sofferenza ovunque, dagli
Stati Uniti alla Francia dove gloriose testate sono ri-dotte ad uno sparuto numero di pagine come nell’im-mediato dopoguerra. Giornali (e libri) sono un pro-dotto commerciale ma anche un veicolo d’informa-zione, dunque di consapevolezza politica, culturale,
civile. I timori del signor Marnetto sono quindi giusti-ficati. Basta pensare a che cosa sarebbe un panorama
informativo affidato ai soli tg. Ho però fiducia, con-fesso, che in un modo o nell’altro il ruolo della “stam-pa” continuerà anche se non si tratterà più soltanto di
diffondere parole scritte su un foglio di carta. Le paro-le, comunque diffuse, continueranno a circolare, ad
avere un peso. Per ricominciare, possibilmente.
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