giovedì 30 maggio 2013

16/5/13 IL GIUSTO PESO DELLE PAROLE

Gentile Augias, quando si allude all’aplomb inglese di Monti o del Presidente Napolitano, nessuno obietta
che quei signori non sono inglesi ma italiani. Di Andreotti si criticava l’ipocrisia gesuitica, senza che si re-plicasse che Andreotti non era prete. Chi è dotato di caparbietà teutonica deve per forza essere germani-co? Se alludo al britannico senso dell’humour del mio amico Francesco, mi si può opporre che egli è siciliano? Se
si rimprovera ad Enrico la sua indolenza orientale, può egli rifiutare l’accusa ribadendo che è romano? Se la fra-se della Boccassini (la furbizia orientale della minore) avesse sollevato scandalo solo presso i giornali di Berlu-sconi, non mi sarei meravigliato, mi sorprende invece che molte altre testate abbiano rimproverato al magistra-to “l’uscita infelice e inopportuna”. Ma davvero ritengono che la signora, che ha superato gli esami di terza me-dia, non sappia che il Marocco è nella parte occidentale dell’Africa? È possibile che i giornalisti ignorino l’uso
estensivo delle parole? Non hanno mai sentito dire lusso orientale per un lusso “esibito e molle”, caratteristica
di certi ambienti milanesi, romani o nuovaiorchesi?
G. Ventrone —giuspasq@libero.it
IL GIUSTO PESO DELLE PAROLE
N
egli anni del terrorismo, sicuramente peggiori
degli attuali, ebbi per ragioni professionali al-cuni incontri con il procuratore Domenico Sica
che di quella torbida materia si occupava. Un giorno
mi disse che la sua pena maggiore non era tanto cau-sata dal pericolo che correva. A questo, aggiunse, pen-sano i bravi carabinieri che mi proteggono. La pena ve-niva dal fatto di essere continuamente esposto, di non
poter scendere al bar a prendere un caffè senza essere
seguito e fotografato, di dover misurare oltre alle pa-role la loro stessa intonazione, il peso di ognuna nella
frase. La stessa situazione credo la stia vivendo la dot-toressa Boccassini, che in questo condivide il destino
di tutti i magistrati che devono occuparsi degli affari
dell’ex presidente del Consiglio e sono tenuti a badare
perfino al colore delle calze. Mi ha impressionato il ser-vizio fotografico uscito alcune settimane fa nel quale si
evocava un lontano amore giovanile di Ilda Boccassi-ni, presentato con tono di scandalo come se fosse pa-ragonabile con le “serate eleganti” consumate da un
capo del Governo in carica nelle cantine della sua vil-la. È chiaro che la Boccassini ha usato l’espressione
“orientale” in senso antonomastico essendo addirit-tura un luogo comune l’astuzia di quelle popolazioni
a cominciare dai fenici, come abbiamo tutti studiato a
scuola. Mi auguro che si sia trattato di uno scivolone e
che si torni a parlare, quando sarà arrivato il momen-to, dei contenuti della sua requisitoria su una materia,
se sufficientemente provata, di vergognosa gravit

martedì 21 maggio 2013

IL DIRITTO DI ESSERE CITTADINI ITALIANI

C
aro Augias, parecchie polemiche sul ministro Kyenge, battute infelici o crude sulle sue origini. Che la
signora Kyenge esprima le sue idee sullo ius soli, leggi sull’immigrazione, era prevedibile, ed è giusto
che lo faccia, tra l’altro con grande rispetto e civiltà. La risposta “freddina” del presidente del Consi-glio sulla possibilità di trovare un accordo su quei temi, sembra però quasi un passo indietro. Ho un sospet-to: nominare la dottoressa Kyenge ministro, prescindendo dalle reali possibilità di sostenerne idee e azioni,
è stato solo un atto simbolico? Mi auguro che non sia così. Significherebbe esporre la ministra e le tematiche
importantissime di cui si fa portavoce al rischio di insuccesso, in un momento in cui l’intero Paese scopre le
conseguenze di un processo ventennale di devastante arretramento della coscienza civile e democratica.
Luca Zorzenon  — lucazorzenon@alice.it
IL DIRITTO DI ESSERE CITTADINI ITALIANI
M
ettiamo da parte gli insulti che non merita-no attenzione né commento. Ne ho letti
scritti in un italiano così zoppicante da ri-velare subito l’avvilito livello culturale degli autori.
Pesa una componente razzista e un’altra che è in-vece di semplice provincialismo. L’aspetto impor-tante è altrove: il tema che Cécile Kyenge ha solle-vato forse con un eccesso di impeto che, inizial-mente, ha un po’ appannato le sue ragioni, è quello
dello ius soli. Nessuno ha mai parlato di uno “ius so-li” assoluto, vale a dire che basti nascere in Italia per
diventarne ipso facto cittadini. Una legge siffatta è
rarissima, non potremmo certo farla noi con i nostri
settemila chilometri di coste. Resta che il tema è ma-turo in un Paese che ha ormai cinque milioni di im-migrati, triplicati in dieci anni. Come ha ricono-sciuto lo stesso presidente della Repubblica: «È una
follia che i figli degli immigrati che nascono qui non
siano italiani». Ci vorranno garanzie e condizioni
ben studiate, cautele opportune ma il problema
non può essere evitato. Nadia Urbinati ne ha indivi-duato il nocciolo nel fatto che con il “diritto legato al
suolo”: «Il centro di gravità dell’appartenenza poli-tica è la persona, non la sua famiglia, non la nazione
o l’etnia di appartenenza, non il colore della pelle».
Noi siamo sempre stati un Paese fondamentalmen-te cattolico e di emigranti. Oggi questi due parame-tri sono rovesciati. I milioni di immigrati che ci con-sentono di continuare a produrre, significano un
milione e 300 mila musulmani, un milione di orto-dossi. Sono realtà che possono essere ignorate solo
da chi ha paura di fare i conti con ciò che accade. Ab-biamo concesso il voto a italiani all’estero che non
parlano la nostra lingua e non pagano le tasse. Vor-remmo continuare a negarlo a chi nasce qui, fre-quenta le nostre scuole, dà il suo contributo fiscale
alla collettività. Totale assurdità

GLI ABUSI DELLA PUBBLICITÀ SUL CORPO DELLE DONNE

C
aro Augias, si ripropone il sacrosanto dibattito sull’abuso in comunicazione del corpo delle donne.
Se le donne entrassero nel ruolo di consumatrici attive, boicotterebbero le aziende che ne sfruttano
il corpo. Anni fa (lavoravo per un’altra agenzia) un nostro annuncio finì sulla copertina di un gior-nale inglese che ne fece un caso: “La pubblicità italiana abusa del corpo delle donne”. Si vedeva il mezzo
busto di una nota diciamo “attrice” seminuda con il seno prominente e lo sguardo allusivo. Il progetto ini-ziale era molto diverso. Fu il cliente, a svestire il nostro annuncio di ogni creatività e l’attrice di ogni pudo-re. La pubblicità non è necessariamente idiota, razzista, sessista: lo diventa quando una marca pensa che
lo sia anche il potenziale consumatore. Scomparso quel consumatore, scompare l’annuncio. Per carità, le
agenzie sono complici, ma non meno di quanto lo sia un giornale che si batte per il rispetto della donna, fi-nendo per pubblicare campagne che invece ne abusano. Domandiamoci – aziende, agenzie, editori e con-sumatori – perché ci manchiamo tanto di rispetto in ogni fase della nostra relazione.
Arnaldo Funaro – SeniorCopywriterarnaldo.funaro@tbwa.it
GLI ABUSI DELLA PUBBLICITÀ SUL CORPO DELLE DONNE
L
e aziende pubblicitarie seguono le indicazio-ni dei clienti, scrive il signor Funaro. Se inve-ce provassero a svolgere una piccola opera
educativa dandosi un codice? Né censura né limiti
alla creatività, ovviamente. Semplice contegno co-me quello che si chiede (si chiederebbe) al pubblico
degli stadi quando i più zotici tirano fuori le banane
e fanno buuu ai calciatori di colore. Negli stadi si
tratta di poveri ragazzi ignoranti ma i pubblicitari
sono degli intellettuali, per loro dovrebbe essere più
facile escogitare un codice deontologico. Non farei
nemmeno d’ogni erba un fascio. I giornali fanno in-chieste sulla pornografia senza per questo diventa-re pornografici, denunciano le oscenità pubblicita-rie senza diventare per questo osceni. La verità è che
le ragioni del fenomeno sono piuttosto semplici da
individuare. La pubblicità, e la televisione, italiane
sono tra le più scollacciate del mondo perché siamo
il paese della doppia morale dove i commerci tra sa-cro e profano sono sempre stati tollerati e infatti
molto estesi, dove non c’è peccato che non trovi la
sua assoluzione, dove molte cose non si “potrebbe-ro” fare e invece si fanno e con una strizzata d’occhio
tutto s’aggiusta. Certo le donne potrebbero (in nu-mero sufficiente) boicottare alcuni prodotti ma sa-rebbe necessaria un’azione concertata da qualcu-no. Perché non da un’agenzia pubblicitaria? Ovvia-mente non succederà. Molti nobili motivi spingono
verso la dignità e il decoro. Dalla parte opposta pre-me il mercato che è spesso basato su istinti primiti-vi. Continueranno certo a vincere gli istinti

GLI SCHÜTZEN E L’INNO CONTESTATO

E
gregio dottor Augias, il consumo di carni suine è proibito per motivi religiosi. Il rifiuto del servizio milita-re è lecito se il credo lo rifiuta. Si può abbandonare un evento in cui c’è una cantante se la fede proibisce
il canto femminile in pubblico. Niente trasfusioni di sangue se vietate dal credo. E così via. Alcune cre-denze ignorano bandiere, inni nazionali e ora di religione a scuola. Il 27 aprile scorso  Repubblica ha pubblica-to il biasimo di un lettore per gli Schützen che hanno disertato l’Inno di Mameli. Gli Schützen hanno un’etica
religiosa che disdegna sia promesse (non mantenute) di prontezza alla morte, sia (inconsce) frasi quali la crea-zione di entità schiavistiche. Un tale orientamento dovrebbe ottenere il rispetto riservato alle situazioni sopra
riportate. I contributi regionali, contrariamente a quanto si pensa, non provengono da rimesse statali. L’im-porto è costituito per il 90% dalle imposte che lo statuto speciale consente di trattenere nel territorio. Diverso è
il comportamento di altre regioni. Il Corpo Forestale siciliano è composto da 841 ufficiali e da 14 agenti; un com-ponente di una commissione regionale è stato assunto (retribuzione annua: 48.600 euro) con l’unico incarico
di suonare lo zufolo per i balli folcloristici. Sono denari non prodotti localmente, ma pagati da altri.
Eva Klotz — Bolzano (suedtiroler. freiheit@landtag-bz.org)

Credo che quando si polemizza sarebbe bene
farlo a viso aperto non facendosi scudo di un
pretesto. La motivazione che gli Schützen
avrebbero abbandonato i luoghi quando è stato suo-nato l’Inno di Mameli spinti da motivazioni religiose è,
con ogni rispetto, ipocrita. Se la signora Klotz, consi-gliera regionale, o una compagnia di Schützen avesse-ro ascoltato le parole della Marsigliese che avrebbero
mai fatto? Tanto per dare un’idea: «Sentite nelle cam-pagne muggire questi feroci soldati? Arrivano fino alle
nostre braccia per sgozzare i nostri figli e le nostre don-ne. Che (il loro) sangue impuro abbeveri i nostri sol-chi». Si parla di soldati tedeschi, per capirci. Dobbiamo
scandalizzarci? Non dobbiamo. Gli inni nazionali o as-similati sono tutti retorici, scritti con l’enfasi dei tempi
in cui sono nati. Quello italiano, composto da un pa-triota ventenne poi morto nella difesa della Repubbli-ca romana, non fa eccezione. Nascondersi dietro il ri-chiamo a “entità schiavistiche” non è degno dell’intel-ligenza della signora Klotz che sicuramente avrà senti-to parlare del neoclassicismo e del culto di Roma in età
romantica. La verità è che i pittoreschi Schützen si so-no abbandonati ad un gesto rozzo, inutilmente offen-sivo verso il paese di cui anche loro sono cittadini. Po-stilla: il fatto che il 90% dei fondi provenga da rimesse
locali non diminuisce i costosi privilegi di cui la pro-vincia autonoma di Bolzano gode

sabato 11 maggio 2013

Posted 12 Marzo

PRIMA DI ELIMINARE L’ARTICOLO 67 ATTENZIONE ALLE CONSEGUENZE

Nel giugno 2011 le ho scritto:
«Caro Romano, come si
concilia l’art. 1 della
Costituzione quando afferma
che la sovranità appartiene
al popolo con l’art. 67, dove
viene sostenuto che ogni
parlamentare esercita le sue
funzioni senza vincolo di
mandato? È evidente infatti
che se i parlamentari non
sono tenuti a rispettare gli
impegni presi in campagna
elettorale sulla base dei quali
sono stati eletti, la sovranità
appartiene ai parlamentari e
non al popolo come dice l’art.
1 della Costituzione». Come
ben sa Grillo ha sollevato la
stessa questione e mi
piacerebbe sapere cosa ne
pensa.
Pietro Volpi
pietrovolpi@
virgilio.it
Caro Volpi,
Q
uando scrissero l’art.
67, i costituenti vole-vano evitare il «man-dato imperativo», vale a dire
la regola, valida soprattutto
nelle assemblee dell’Ancien
Régime, che faceva del depu-tato un semplice procurato-re, munito di una delega cir-coscritta. In tal modo voleva-no dare ai rappresentanti del
popolo una maggiore auto-nomia. Volevano che le deci-sioni del Parlamento scatu-rissero da un libero confron-to di idee e proposte, senza
schieramenti precostituiti.
Era una generosa dichiarazio-ne di principio, difficilmente
applicabile nell’era dei parti-ti di massa. Ma era un omag-gio alla libertà di coscienza.
Oggi, dopo tante capriole e
cambiamenti di casacca,
quell’articolo può sembrare
l’alibi di cui molti si sono ser-viti per vendersi al migliore
offerente o restare sempre,
per quanto possibile, nel
campo dei vincitori.
Prima di eliminarlo, tutta-via, dovremmo chiederci che
cosa accadrebbe se ai deputa-ti venisse imposto di rispetta-re scrupolosamente gli impe-gni assunti con i loro elettori
al momento del voto. Quali
impegni? I programmi sono
unpot pourri di principi ge-nerali, buone intenzioni, pro-messe generiche che rifletto-no gli umori dominanti nel
Paese al momento del voto.
Quando la coalizione vincen-te può formare il proprio go-verno, i ministri constatano
rapidamente che il program-ma deve essere continua-mente adattato alle circostan-ze. Occorre trovare i mezzi fi-nanziari necessari per le mi-sure promesse. Se i mezzi so-no scarsi, soprattutto in una
fase di recessione, occorrerà
scegliere la misura più urgen-te e mettere le altre in sala
d’aspetto. Se il problema da
affrontare non è contempla-to nel programma, occorrerà
decidere la linea da adottare.
Se l’approvazione di una leg-ge richiede la collaborazione
di altri partiti occorrerà pro-babilmente compensarli con
qualche concessione su altre
questioni che li concernono.
Se un avvenimento imprevi-sto, come l’attentato dell’11
settembre 2001 contro le Tor-ri Gemelle o il fallimento di
Lehman Brothers nel 2008,
sconvolge il quadro interna-zionale, il governo dovrà
prendere decisioni dolorose
che potrebbero scontrarsi
con le idee e le coscienze dei
parlamentari del proprio par-tito.
So che ogni governo ha bi-sogno di poter contare sui
voti del proprio gruppo par-lamentare e so che anche nel-la «madre dei parlamenti»,
la Camera britannica dei Co-muni, un deputato chiamato
whip(la frusta) cerca di tene-re in riga i propri colleghi al
momento del voto. Ma ciò
che viene chiesto ai deputati
in queste circostanze, non è
coerenza: è lealtà, disciplina,
obbedienza al leader, vale a
dire qualità che non giustifi-cano, anzi sconsigliano, l’eli-minazione dell’art. 67 dalla
Carta costituzionale italiana

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LE REGOLE PER NON FARSI METTERE NELL’ANGOLO

C
aro Augias, non volevo guardare Berlusconi da Santoro. Ho però ceduto alla tentazione e mi sono annoiato
dico la verità. Mi è sembrato come se entrambi i protagonisti recitassero un po’ una parte. Mi aspettavo do-mande più stringenti perché nel rispondere alle domande diciamo “larghe” Berlusconi ha un sistema in-fallibile. Solo in matematica o geometria, in chimica o in fisica si può essere smentiti seccamente e anche lì nem-meno sempre. Fuori di questi campi ci sono alcune regole che mettono al riparo: nega sempre tutto ciò che va con-tro di te; non concedere mai nulla all’altro; parla e inventa sempre a tuo favore senza temere le incongruenze. Nes-sun potrà smentirti e questa è la sola cosa che conta. Pochi lo sanno fare — anche perché ci vuole una bella faccia
tosta e un gran senso di sé, anzi di più: bisogna arrivare a credere alle proprie bugie. Quei pochi però sanno che gli
altri non ne sono capaci e infatti alla fine vincono.
Carlo Condonati— Napoli
LE REGOLE PER NON FARSI METTERE NELL’ANGOLO
C
redo anch’io che alla fine di una serata eccezio-nale – anche se tutto sommato piuttosto noiosa –
la partita l’abbia vinta ai punti Berlusconi. Tra
l’altro con un ascolto da partita internazionale di calcio,
record della rete o su di lì. I due protagonisti sono en-trambi dei narcisi ma l’ex presidente del Consiglio ave-va dalla sua un’arma in più: l’insuperabile sfrontatezza
che non lo fa indietreggiare di fronte a nulla. L’esempio
più clamoroso è stato quando ha osato confermare “pa-rola per parola” quello che aveva già detto e cioè che in
Italia la crisi non si sarebbe sentita né vista dato che ae-rei e ristoranti erano pieni. In quelle stesse settimane
tutti gli economisti dicevano che il vero morso della cri-si non era ancora arrivato e che, al suo arrivo, avrebbe
colpito duramente, noi tra i primi. Possibile che lui non
ne fosse informato? È che, come al solito, aveva voluto
giocare la carta dell’ottimismo o forse dovrei dire del-l’illusione. Del resto è la cosa che sa fare meglio, come
abbiamo imparato in tutti questi anni, a nostre spese.
Berlusconi ha vinto ai punti, secondo me, anche perché
la retorica pubblica vigente da noi gioca a suo favore. I
nostri confronti non conoscono la domanda secca e
precisa alla quale bisogna rispondere con altrettanta
secchezza e precisione, perfino sì o no, certe volte. Noi
amiamo le domande ricche, narrative, elaborate. Flaia-no diceva che in Italia la linea più breve tra due punti è
l’arabesco. A quel tipo di domande è facile rispondere
con altrettanti ghirigori portando a spasso le parole do-ve fa più comodo e applicando le regole indicate dal si-gnor Condonati. Negare sempre, anche l’evidenza,
senza temere le possibili incongruenze, controbattere
sempre perché tanto nei fumi di una discussione con-fusa la logica e i fatti non contano niente

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QUANDO L’ARTE VA IN ESILIO IL CASO GRECO E ITALIANO

n Grecia, dalla metà
dell’Ottocento fino a tempi
assai recenti, sono state scritte
parecchie opere letterarie (in
prosa e poesia) sulla sorte
della Cariatide esposta al
British Museum. Generalmente
l’idea di molte di queste opere
è che la statua rubata, o
comunque asportata da Lord
Elgin, rimane simbolo della
«grecità» in esilio, con varianti
più o meno nazionalistiche sul
desiderio della statua di
tornare in Grecia, oppure sul
tema (ricorrente anche nella
letteratura popolare) delle
«sorelle» rimaste sull’Acropoli
che piangono sua assenza. Mi
chiedo se, nella letteratura
italiana della fine
dell’Ottocento e dei primi del
Novecento ci siano dei
riferimenti analoghi per la
Monna Lisa o per altre opere
d’arte italiane esposte in musei
non italiani. Mi chiedo
insomma se esista in Italia,
come in Grecia, un intreccio tra
arte e sentimento nazionale .
Georgia Gotsi , Atene
Cara signora,
N
on ricordo opere della
letteratura italiana, in
prosa o in versi, in cui
una statua o un quadro, vendu-ti o trafugati, siano diventati il
simbolo di una patria derubata
e mutilata. Ma potrei sbagliare
e sarò grato a coloro che ci aiu-teranno con le loro segnalazio-ni. Posso dirle, tuttavia, che la
dispersione del patrimonio cul-turale, soprattutto durante i
grandi conflitti dell’Ottocento e
del Novecento, è un tema ricor-rente del dibattito pubblico ita-liano ed è spesso utilizzato dal
nazionalismo più radicale. Do-po la fine delle guerre napoleo-niche, il governo pontificio
chiese ad Antonio Canova di re-cuperare le opere d’arte che i
commissari dell’esercito france-se avevano confiscato per fare
del Louvre il maggiore museo
del mondo. Canova fece un ec-cellente lavoro e riuscì a ottene-re, tra l’altro, il ritorno a Vene-zia dei cavalli che sovrastavano
la basilica di San Marco. Ma eb-be anche il merito di rinunciare
alla restituzione di opere che
avevano trovato a Parigi una
collocazione pressoché ideale,
come Le nozze di Cana sottratte
al convento veneziano dell’iso-la di San Giorgio. Vincenzo Pe-ruggia, un immigrato italiano
assunto dal Louvre per lavori di
pulizia e restauro, rubò la Mon-na Lisa nella notte del 21 ago-sto 1911 e dichiarò più tardi
che aveva agito per patriotti-smo. Ma quando portò a Firen-ze il quadro di Leonardo, venne
arrestato, processato, conside-rato debole di mente e condan-nato in appello a pochi mesi di
prigione. L’opera venne restitui-ta alla Francia.
Dopo la fine della Seconda
guerra mondiale, il recupero
dell’arte trafugata dall’esercito
tedesco fu affidato dal ministe-ro degli Esteri italiano a un
amatore dilettante e geniale,
Rodolfo Siviero, che divenne
una sorta di James Bond del pa-trimonio culturale. Riportò in
Italia molte opere ritrovate in
Germania o finite nel circuito
antiquario internazionale e or-ganizzò a Firenze un’importan-te esposizione di una parte del
patrimonio recuperato. Più re-centemente le campagne per la
restituzione del patrimonio ru-bato hanno acquisito una con-notazione più scientifica che
patriottica. Gli storici dell’arte
e gli archeologi sostengono
che un’opera sottratta al conte-sto per cui venne realizzata per-de una grande parte del suo si-gnificato e dovrebbe essere la-sciata sul posto. In linea di prin-cipio non hanno torto, natural-mente, ma nella loro posizione
vi è anche un pizzico di gelosia
corporativa.
Per concludere, cara signora,
non mi sembra che l’«esilio»
del patrimonio culturale abbia
suscitato in Italia irresistibili
campagne nazionalistiche.
Qualcuno (io fra questi) pensa
addirittura che la presenza del
patrimonio culturale nelle gran-di collezioni e nei grandi musei
internazionali giovi all’immagi-ne dell’Italia nel mondo. Credo
che le stesse considerazioni val-gano per la Grecia nel caso dei
marmi di Lord Elgin al British
Museum di Londra

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I NAZIONALISMI ASIATICI E LE CONTROVERSIE PER LE ISOLE

È il caso che l’Occidente si
preoccupi della nuova
guerra fredda che «scalda»
l’Asia? La Cina punzecchia
da tempo il Giappone,
rivendicando il possesso
delle isole Senkaku (Diaoyu
per i cinesi), da tempo
amministrate dai
giapponesi. Leggo che invia
pescherecci nei dintorni e,
recentemente, persino
elicotteri. Forse approfitta
del fatto di essere il
maggiore cliente per le
esportazioni giapponesi. Nel
frattempo, il riarmo cinese
procede a ritmi sostenuti.
Cosa dobbiamo aspettarci?
Silvana Monticelli
si.monticelli
Cara Signora,
S
e lei cercasse di rappre-sentare con un grafico i
rapporti tra Cina e Giap-pone negli ultimi trent’anni
(dai primi risultati delle gran-di riforme di Deng Xiaoping a
oggi), scoprirebbe che la cur-va delle relazioni economi-che ha un andamento costan-te e registra una continua cre-scita, appena temporanea-mente interrotta dalle fasi
più critiche dell’economia
mondiale. La curva delle rela-zioni politiche assomiglia in-vece al profilo di una sega. Vi
sono momenti in cui i due Pa-esi sembrano accomunati dal
desiderio di ignorare il passa-to e ve ne sono altri in cui il
passato (l’aggressione giappo-nese, il «ratto di Nanchino»,
la lunga guerra di liberazio-ne) irrompe nell’attualità. Il
governo cinese chiede allora
formalmente che Tokyo fac-cia pubblica ammenda per i
reati commessi e corregga in
questo senso i manuali di sto-ria delle scuole giapponesi;
mentre il Giappone si scusa a
mezza bocca senza mai dare
completa soddisfazione alle
autorità cinesi.
Dietro questo balletto vi so-no, in ciascuno dei due Paesi,
ragioni di politica interna. La
Cina usa il nazionalismo co-me fattore di coesione nazio-nale e se ne serve per tirare le
redini sul collo del Paese o di-strarre la pubblica opinione
da questioni imbarazzanti co-me le rivolte nelle campagne,
il Tibet o la corruzione al ver-tice del partito. In Giappone,
d’altro canto, abbiamo assisti-to negli ultimi decenni alla
nascita di gruppi nazionalisti
che rivendicano il passato im-periale del Paese e hanno per-suaso alcuni Premier a visita-re ufficialmente il santuario
di Yasukuni dove sono, tra
l’altro, le tombe di 14 uomini
politici e militari che un tribu-nale alleato condannò a mor-te dopo la fine della Seconda
guerra mondiale.
Il problema delle isole esi-ste ed è importante anche per
i giacimenti petroliferi che sa-rebbero sotto quelle rocce ino-spitali. Ma è soltanto un capi-tolo del più vasto contenzio-so che oppone la Cina al Viet-nam, alla Malaysia, al Brunei
e alle Filippine per il possesso
di due arcipelaghi — quelli
delle Paracelso e delle Sprat-ley — nei Mari cinesi meridio-nali. In ciascuno di questi liti-gi i motivi e le poste in gioco
sono numerosi: gas, petrolio,
pesca, sicurezza e infine l’or-goglio nazionale di una repub-blica che si definisce «popola-re», ma si considera erede di
un grande impero e ne riven-dica gli antichi confi

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DIRITTI A LONDRA E IN EUROPA DIVISIONE SULL’HABEAS CORPUS

Lei ha scritto che la Gran
Bretagna non ha accettato il
mandato di cattura europeo.
Non è esatto: è stato
incorporato nella legislazione
britannica con la «Extradition
Act 2003». Ho partecipato da
esterno al dibattito
parlamentare in quanto un
mio rapporto su alcuni aspetti
della procedura penale
italiana è stata letta ad alta
voce da un deputato
dell’opposizione durante il
dibattito. Però, per il resto, è
vero che la presenza della
Gran Bretagna nell’Ue e la sua
soggezione alle regole di
Bruxelles è causa di forti
frizioni. Il motivo di fondo è
che l’ordinamento statuale del
Regno Unito è completamente
diverso da praticamente tutti
quelli dei Paesi del continente
(di impronta «napoleonica»),
sulla cui falsariga si basano i
progetti di armonizzazione. Mi
limito a un piccolo esempio. Il
mandato di cattura europeo,
pur essendo stato accettato dal
governo dell’epoca (di Tony
Blair), viene vissuto da
moltissimi inglesi come una
imposizione vessatoria, in
quanto un’autorità giudiziaria
del continente può richiedere
la cattura in Inghilterra di un
«indiziato» e il suo
trasferimento in un carcere
europeo, dove dovrà aspettare
spesso per lunghi mesi senza
udienza pubblica e senza
obbligo per l’accusa di esibire
prove a suo carico per
giustificare il prolungarsi della
detenzione. In Inghilterra,
invece, grazie alla legge
sull’«Habeas corpus», gli
organi inquirenti sono
costretti a raccogliere dei
plausibili elementi di prova
(«prima facie evidence») —
non meri indizi — prima di
poter arrestare; e poi devono
formulare l’accusa in pubblica
udienza, con un libero
contraddittorio fra le parti,
pochi giorni dopo l’arresto.
Altrimenti il detenuto deve
essere rilasciato.
T. D. Erikson
tderikson
Caro Erikson,
A
vrei dovuto scrivere che
il problema del manda-to d’arresto europeo (in
inglese «European arrest war-rant») è paradossalmente l’«ec-cezione che conferma la rego-la». Quando il provvedimento
entrò in vigore, il 1˚ gennaio
2004, il Regno Unito era tra i
sette Paesi che lo avevano già
approvato (gli altri furono Bel-gio, Danimarca, Finlandia, Ir-landa, Portogallo, Svezia). E
avrei dovuto scrivere che in
quel caso la Gran Bretagna det-te una lezione all’Italia. La Lega
era contraria (il ministro della
Giustizia era il leghista Rober-to Castelli), il partito di Berlu-sconi trattò la questione con
grande distacco e l’Italia aderì
più di un anno dopo, nell’apri-le 2005. Quell’episodio fu una
dimostrazione dell’euroscettici-smo che distinse il governo Ber-lusconi dal 2001 al 2006.
Ma avrei dovuto aggiungere
che la posizione dell’attuale go-verno britannico è alquanto di-versa da quella del governo Bla-ir. Come è stato ricordato re-centemente da Riccardo Perissi-ch in un articolo pubblicato dal
Foglio, David Cameron ha an-nunciato che la Gran Bretagna
si sarebbe svincolata dalle di-rettive dell’Ue sulla giustizia e
la sicurezza interna, «salvo poi
negoziare il rientro in alcune di
esse su base selettiva». È certa-mente vero, come lei scrive,
che il sistema giudiziario conti-nentale è visto a Londra con
grande diffidenza e che quello
dell’Inghilterra (la Scozia ha
una diversa tradizione giuridi-ca) offre alle persone arrestate
e sospette, grazie all’«Habeas
corpus», notevoli garanzie. Re-sta da vedere se sia anche più
equo ed efficace. A molti «con-tinentali» non è parso che la
magistratura britannica, nel ca-so della spregiudicatezza dimo-strata da un giornale del grup-po Murdoch, abbia agito con
particolare tempestività. E altri
ricorderanno il caso di Roberto
Calvi, trovato con una corda al
collo e le tasche piene di soldi e
mattoni sotto il ponte londine-se dei Frati neri il 18 giugno
1982. Il primo coroner (il fun-zionario giudiziario incaricato
di accertare la cause della mor-te) liquidò il caso come suici-dio. Un secondo coroner, un an-no dopo, dichiarò di non avere
accertato le cause della morte

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OME LUZZATTI IN ALTRI TEMPI TAGLIÒ IL DEBITO DELLA NAZIONE

Parlando di italiani da cui
prendere esempio per una
buona politica economica e
finanziaria, ha citato, fra gli
altri, Luigi Luzzatti che
«convertì il debito italiano
nelle maggiori borse europee
riducendone
considerevolmente il carico».
Di che cosa si trattò?
Pietro Volpi
pietrovolpi
Caro Volpi,
Q
quando Luigi Luzzatti
(più volte ministro del-le Finanze e presidente
del Consiglio per alcuni mesi
dal 1910 al 1911) s’impegnò
nella conversione della rendi-ta, queste erano le condizioni
della finanza italiana. Per il pa-gamento degli interessi delle
obbligazioni italiane nei mer-cati internazionali lo Stato ita-liano doveva stanziare ogni
anno una somma di poco infe-riore, in moneta corrente, ai
trenta miliardi di euro. L’inte-resse pattuito, al momento
della collocazione dei bond
sul mercato, era il 5%, ma Luz-zatti era convinto che la mag-giore credibilità conquistata
dall’Italia con lo sviluppo in-dustriale del decennio prece-dente, avrebbe consentito di
spuntare un tasso più conve-niente, intorno al 3,5%.
L’operazione, tuttavia, era
delicata. Occorreva fare una
rigorosa politica di bilancio
per evitare che troppe spese
intaccassero il credito del Pae-se. Occorreva evitare che i
mercati reagissero male ven-dendo le obbligazioni italia-ne, anziché convertirle a un
tasso inferiore. La migliore di-fesa contro una tale prospetti-va era la creazione di un con-sorzio composto da alcuni fra
i maggiori istituti di credito
internazionali. Il consorzio fu
costituito sotto la guida dei
Rothschild e mise a disposi-zione del Tesoro italiano una
somma cuscinetto di 400 mi-lioni di lire. Gli accordi furo-no firmati a Parigi il 26 giu-gno 1906, all’inizio di un nuo-vo governo Giolitti, e venne-ro approvati dal Parlamento
il 28 giugno con una procedu-ra fulminea. La legge giunse
alla Camera alle tre del pome-riggio, ne uscì con l’approva-zione dopo due ore e mezza,
passò immediatamente al Se-nato dove il voto favorevole
fu dato nel giro di mezz’ora.
Due ore dopo era al Quirinale
per la firma di Vittorio Ema-nuele e il mattino seguente
era sulla Gazzetta Ufficiale. I
titoli convertiti ammontava-no, in valuta corrente, a poco
meno di sessanta miliardi di
euro.
Per rispondere a questa let-tera, caro Volpi, ho letto alcu-ne pagine di Luzzatti apparse
in un libro del 1916 (Scienza
e patria ) e ho trovato un
aneddoto che concerne un al-tro degli uomini esemplari ci-tati nella risposta a cui lei fa
riferimento: Quintino Sella.
Luzzatti racconta che dopo il
trasferimento della capitale a
Roma nel 1870, venne in di-scussione un problema: se ai
ministri, come usava in molti
altri Paesi, lo Stato dovesse
fornire un alloggio. Sella, allo-ra ministro delle Finanze, ci
pensò a lungo e disse: «No;
noi siamo tutti dei borghesi
con famiglie borghesi, abitua-te modestamente, lontane da-gli splendori dei grandi palaz-zi; noi non faremo uscire le
nostre famiglie da queste abi-tudini di temperanza e di so-brietà». Dedico questo «pen-siero dell’anno nuovo» a colo-ro che si candideranno nelle
prossime elezioni

Posted 20 e 15 Marzo

L’ATTACCO AI MAGISTRATI DOPO IL MERCATO DEI VOTI

G
entile Augias, anche se ora il centrodestra frena sull’obiettivo inizialmente dichiarato, mi sorprende la
sottovalutazione da parte di gran parte dei media e dei politici sul contenuto eversivo del messaggio che
sta dietro l’annunciata manifestazione del 23 marzo. Un partito, un popolo, chiamati in piazza contro la
magistratura, a difesa del proprio capo. È la “legge del forcone” che in una condizione di “normalità” avrebbe do-vuto causare sdegno in tutte le persone capaci di buon senso; invece l’orribile proclama è stato accolto con il si-lenzio, peggio ancora con indifferenza; questo la dice lunga su quanto la nostra democrazia sia in pericolo e vi-cina al punto di non ritorno.
Claudio Gandolfi— clgand
L’ATTACCO AI MAGISTRATI DOPO IL MERCATO DEI VOTI
È
che siamo rassegnati, sfiniti, assuefatti, dopo an-ni di proclami quasi insurrezionali lanciati perfi-no quando chi li lanciava faceva parte del gover-no. La parte meno preparata, più debole, degli italiani
può perfino arrivare a pensare che cose del genere sia-no normali; segnano invece la gravità d’una malattia
non sappiamo più quanto curabile. Chi se le ricorda le
minacce ai magistrati ai quali si doveva raddrizzare la
schiena a randellate, i fucili pronti a scendere in pianu-ra, le piazze agitate perfino contro la presidenza della
Repubblica? Cadevano anche quelle nell’indifferenza
perché sembravano solo millanterie da ubriachi. Inve-ce erodevano il tessuto, la fragile rete di equilibri sui qua-li una democrazia si regge. O non si regge. Il dato spa-ventoso è che nonostante la presenza di una destra pu-lita, di tipo europeo, ci siano ancora milioni di conna-zionali che continuano a votare per gente di questa ri-sma. Si vuole manifestare contro la magistratura dopo
le confessioni di un complice che rivela come un uomo,
con enormi quantità di denaro, sia disposto a comprare
uno ad uno i voti pur di far cadere il proprio avversario.
Sergio De Gregorio, che ora parla, è uno dei tanti pessi-mi acquisti di Antonio Di Pietro che ha dimostrato nella
scelta degli uomini un eccezionale talento all’incontra-rio a cominciare dai primi che lo tradirono, Antonio Raz-zi e Domenico Scilipoti (entrambi rieletti) , lesti a cam-biare casacca per salvare Berlusconi. Questo sordido
gioco l’ex presidente del Consiglio l’aveva chiamato
“operazione libertà”; più realisticamente De Gregorio la
chiama nei verbali “sabotaggio”. Denari, segreti giudi-ziari, promesse e pressioni per convincere qualcuno a
disertare il voto, faccendieri come quel Valter Lavitola,
da dieci mesi in carcere, al quale De Gregorio rivolge ora
l’invito a vuotare anche lui il sacco tanto «il suo sacrifi-cio, il suo silenzio, sono inutili» perché «la valanga è so-lo agli inizi». È contro questo che si vuole manifestare.
Forse quel famoso “punto” è già stato superato

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VIRTÙ E VIZI TEDESCHI FRA ENTUSIASMO E FANATISMO

tengo sarebbe molto
interessante conoscere il suo
parere circa il ruolo che la
Germania ha avuto, e ha, in
Europa negli ultimi due
secoli. Paese certamente
dotato di diffusa e concreta
disciplina civica,
organizzativa, produttiva e
commerciale, che in buona
misura ha condizionato, e
condiziona, nel bene e nel
male, il resto d’Europa. Ha
perso due guerre, ma ha
vinto, e vince, la pace .
Giovanni Cama
cama.g
Caro Cama,
A
gli inizi dell’Ottocento
l’immagine della Ger-mania, nella mente de-gli europei, era quella di una
grande area geografica piena
di belle città e grandi tradizio-ni, ma troppo frammentata
per avere una influenza deci-siva sulla storia politica del
continente. La guerra dei Set-te anni aveva rivelato l’ascesa
della Prussia, uno Stato gover-nato da un tiranno illumina-to e dotato di una temibile
forza militare. Monaco in Ba-viera e Dresda in Sassonia era-no piccole capitali europee
eleganti e colte. Francoforte
era già un rispettabile centro
economico e finanziario. Ma
nel grande Paese tedesco vi
erano quasi trecento minu-scoli Stati governati da duchi,
granduchi, margravi, princi-pi vescovi e oligarchie urba-ne: troppi per una politica ef-ficace. Ciò che maggiormente
colpiva il viaggiatore stranie-ro, quando attraversava il Re-no o le Alpi bavaresi, era la bo-nomia degli abitanti, il gusto
per i piaceri borghesi, la labo-riosità degli artigiani, la cor-rettezza professionale dei
mercanti. Nonostante la Prus-sia, la Germania era ancora
un Paese in pantofole molto
provato mentalmente e cultu-ralmente dalla Guerra dei
trent’anni, deciso a evitare
per quanto possibile la ripeti-zione di quella tragica espe-rienza.
La prima ad accorgersi che
questa terra stava diventando
un grande vivaio di passioni
intellettuali, emozioni artisti-che, studi storici e meditazio-ni filosofiche fu Germaine de
Staël, una delle donne più af-fascinanti e intelligenti del
suo tempo. In un libro, «De
l’Allemagne», apparso nel
1810 ma confiscato e distrut-to dalla polizia napoleonica,
Madame de Staël diffuse in
Europa l’immagine di un Pae-se colto, intelligente e anima-to da quello che definì «entu-siasmo», una parola che nel
suo libro significa la serietà
dell’impegno, la dedizione al
conseguimento di un obietti-vo, il lavoro scrupoloso e di-sciplinato, la serietà degli stu-di e delle ricerche.
L’entusiasmo spiega l’impe-gno con cui la Germania, do-po il 1830, fu protagonista
della prima grande rivoluzio-ne industriale dell’Europa
continentale e più tardi della
sua unificazione. Ma spiega
anche, purtroppo, le pagine
meno belle o addirittura infa-manti della storia tedesca ne-gli anni successivi. Madame
de Staël scrive che l’entusia-smo non deve essere confuso
con il fanatismo, ma vi sono
stati momenti in cui entusia-smo e fanatismo si sono ac-coppiati e mescolati. Fu quel-lo il momento in cui Benedet-to Croce parlò della «Germa-nia che abbiamo amato» co-me di un amore perduto. Og-gi il giudizio sarebbe alquan-to diverso. L’esperienza della
Seconda guerra mondiale ha
insegnato ai tedeschi che oc-corre proteggere l’entusia-smo dal contagio del fanati-smo

Posted 23 Marzo

I MISTERI DELLA FEDE

G
entile Augias, secondo la Chiesa i cardinali non sono gli elettori del pontefice, ma solo gli stru-menti che realizzano la volontà di Dio. Ma se è lo Spirito Santo che ispira i cardinali, questi do-vrebbero essere tutti concordi nella designazione del papa. Invece non lo sono. Se è Dio che sce-glie il suo vicario come si spiega che nella Chiesa non siano mancati papi indegni e a volte criminali?
Sostenere che Dio possa sbagliarsi sarebbe blasfemo. Mi domando come fior di intellettuali e milioni
di fedeli possano ancora credere a cose del genere.
Ezio Pelino— Pescara
Egregio Augias, apprendo da Repubblicale difficoltà con cui i cristiani celiaci si accostano alla comu-nione, contenendo le ostie la proteina del glutine. Gesù ha istituito l’eucarestia con pane e vino, senza
porsi il problema dei celiaci. Per la Chiesa l’unico pane da utilizzare nel sacramento è quello che con-tenga, anche se in minima quantità, glutine. Questa irremovibilità mi fa riflettere sul dogma della tra-sformazione del pane e del vino nella carne e sangue di Gesù. Chiedo: se il pane, glutinato o no, divie-ne il corpo di Cristo, il problema dei celiaci non dovrebbe scomparire?
Osvaldo Vangi— Bisceglie (BT)
I MISTERI DELLA FEDE
P
ubblico queste due lettere come campione
delle numerose altre che arrivano in questi
giorni, per sincera curiosità o per malizia,
con domande relative ad alcuni aspetti della fede.
Sono domande alle quali non ho mai risposto né
risponderò oggi. La mia idea è che certi aspetti di
una religione possono essere discussi solo all’in-terno e con i metodi di una fede. Chi appartiene
ad un’altra o a nessuna religione è bene che si
astenga da questi come da altri “misteri” a meno
che, ovviamente, non sconfinino nel codice pe-nale. È la ragione per la quale questa rubrica ha af-frontato il diffuso fenomeno dei preti pedofili so-lo dal punto di vista storico, ovvero facendo os-servare come l’introduzione del celibato eccle-siastico (sicuramente una delle cause della pedo-filia) sia stata motivata in secoli lontani dalla ne-cessità di non suddividere il patrimonio della
Chiesa in presenza di figli legittimi dei vescovi, na-ti cioè all’interno di un vincolo coniugale. Per
quanto riguarda invece dogmi, credenze, attribu-ti divini e liturgici è bene che li si lasci nella pe-nombra che da che mondo è mondo avvolge il
culto delle divinità. D’altra parte se così non fosse
che senso avrebbe “credere”?

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IL PONTE E QUEI 300 MILIONI BUTTATI A MARE

entile Augias, così abbiamo letto che caduto il termine, il 1° marzo, per l’atto aggiuntivo tra la conces-sionaria Stretto di Messina e il consorzio Eurolink, il contratto firmato nel 2006 per la costruzione del
mastodontico ponte sullo Stretto decade non essendo stati rispettati i tempi per riformulare l’accordo.
Non ho i titoli per valutare oggettivamente la validità di questo progetto: tecnologicamente complesso e poli-ticamente controverso. Posso solo dire che ci vuole un gran coraggio nello sperperare 300 milioni di euro quan-do la disoccupazione e la povertà raggiungono nella nostra penisola i livelli tra i più alti d’Europa. Senza men-zionare i sacrifici che moltissimi italiani sono costretti a fare giornalmente per vivere, anzi per sopravvivere. È
una schiaffo in faccia alla miseria. C’è davvero da vergognarsi. Spero solamente che il prossimo governo, se
nascerà, abbia un po’ di saggezza in più ed il senso delle spese davvero utili. Il Paese ne ha invero bisogno!
Franco Petraglia — Cervinara (AV), petraglia.franco
IL PONTE E QUEI 300 MILIONI BUTTATI A MARE
T
ra i guai combinati dall’ex presidente del Con-siglio, accanto alla disastrosa gestione dell’affa-re Alitalia che oggi nessuno vuole più, bisogna
mettere anche il fantasma del ponte che avrebbero
dovuto scavalcare d’un balzo, con una campata uni-ca di 3,3 chilometri, il famoso Stretto di Messina. Non
se ne farà nulla, almeno non in questo scorcio di an-no, come voci responsabili avevano più volte detto e
scritto. L’11 settembre 1997 (sic!) questo giornale
pubblicava un articolo dal titolo: «Il ponte sullo Stret-to si farà – nel 2006 passerà la prima auto». Era un’in-tervista al presidente del Consiglio Superiore dei La-vori Pubblici che garantiva un quadro tecnico “defi-nito” in ogni aspetto. Alla domanda «un ponte a pro-va di tutto?», rispondeva: «Praticamente sì». Nella
realtà nulla era definito né praticamente né scientifi-camente anche perché in questa “storia” è sempre
mancato un capitolo: si sarebbe dovuto fare prima il
ponte e poi le infrastrutture di collegamento, o vice-versa? O insieme? Si faceva anche notare l’inoppor-tunità di impegnare grandi risorse in territori afflitti
da gravi e secolari problemi: la mafia, i dissesti idro-geologici, le conseguenze, tuttora vive, di antichi ter-remoti, la sismicità cronica dei territori interessati, la
malasanità, la carenza spaventosa di servizi efficien-ti. Bisognava rendersi conto che all’inizio di questo
XXI secolo un Paese così ridotto non era in grado di af-frontare un’impresa del genere così come non era in
condizione di ospitare le Olimpiadi. Gara dalla quale
ci siamo giudiziosamente ritirati risparmiando un
bel po’ di soldi. Sul ponte invece non abbiamo fatto in
tempo, lì i soldi li abbiamo buttati dalla finestra, anzi
direttamente a mare