PRIMA DI ELIMINARE L’ARTICOLO 67 ATTENZIONE ALLE CONSEGUENZE
Nel giugno 2011 le ho scritto:
«Caro Romano, come si
concilia l’art. 1 della
Costituzione quando afferma
che la sovranità appartiene
al popolo con l’art. 67, dove
viene sostenuto che ogni
parlamentare esercita le sue
funzioni senza vincolo di
mandato? È evidente infatti
che se i parlamentari non
sono tenuti a rispettare gli
impegni presi in campagna
elettorale sulla base dei quali
sono stati eletti, la sovranità
appartiene ai parlamentari e
non al popolo come dice l’art.
1 della Costituzione». Come
ben sa Grillo ha sollevato la
stessa questione e mi
piacerebbe sapere cosa ne
pensa.
Pietro Volpi
pietrovolpi@ virgilio.it
Caro Volpi,
Q
uando scrissero l’art.
67, i costituenti vole-vano evitare il «man-dato imperativo», vale a dire
la regola, valida soprattutto
nelle assemblee dell’Ancien
Régime, che faceva del depu-tato un semplice procurato-re, munito di una delega cir-coscritta. In tal modo voleva-no dare ai rappresentanti del
popolo una maggiore auto-nomia. Volevano che le deci-sioni del Parlamento scatu-rissero da un libero confron-to di idee e proposte, senza
schieramenti precostituiti.
Era una generosa dichiarazio-ne di principio, difficilmente
applicabile nell’era dei parti-ti di massa. Ma era un omag-gio alla libertà di coscienza.
Oggi, dopo tante capriole e
cambiamenti di casacca,
quell’articolo può sembrare
l’alibi di cui molti si sono ser-viti per vendersi al migliore
offerente o restare sempre,
per quanto possibile, nel
campo dei vincitori.
Prima di eliminarlo, tutta-via, dovremmo chiederci che
cosa accadrebbe se ai deputa-ti venisse imposto di rispetta-re scrupolosamente gli impe-gni assunti con i loro elettori
al momento del voto. Quali
impegni? I programmi sono
unpot pourri di principi ge-nerali, buone intenzioni, pro-messe generiche che rifletto-no gli umori dominanti nel
Paese al momento del voto.
Quando la coalizione vincen-te può formare il proprio go-verno, i ministri constatano
rapidamente che il program-ma deve essere continua-mente adattato alle circostan-ze. Occorre trovare i mezzi fi-nanziari necessari per le mi-sure promesse. Se i mezzi so-no scarsi, soprattutto in una
fase di recessione, occorrerà
scegliere la misura più urgen-te e mettere le altre in sala
d’aspetto. Se il problema da
affrontare non è contempla-to nel programma, occorrerà
decidere la linea da adottare.
Se l’approvazione di una leg-ge richiede la collaborazione
di altri partiti occorrerà pro-babilmente compensarli con
qualche concessione su altre
questioni che li concernono.
Se un avvenimento imprevi-sto, come l’attentato dell’11
settembre 2001 contro le Tor-ri Gemelle o il fallimento di
Lehman Brothers nel 2008,
sconvolge il quadro interna-zionale, il governo dovrà
prendere decisioni dolorose
che potrebbero scontrarsi
con le idee e le coscienze dei
parlamentari del proprio par-tito.
So che ogni governo ha bi-sogno di poter contare sui
voti del proprio gruppo par-lamentare e so che anche nel-la «madre dei parlamenti»,
la Camera britannica dei Co-muni, un deputato chiamato
whip(la frusta) cerca di tene-re in riga i propri colleghi al
momento del voto. Ma ciò
che viene chiesto ai deputati
in queste circostanze, non è
coerenza: è lealtà, disciplina,
obbedienza al leader, vale a
dire qualità che non giustifi-cano, anzi sconsigliano, l’eli-minazione dell’art. 67 dalla
Carta costituzionale italiana
«Caro Romano, come si
concilia l’art. 1 della
Costituzione quando afferma
che la sovranità appartiene
al popolo con l’art. 67, dove
viene sostenuto che ogni
parlamentare esercita le sue
funzioni senza vincolo di
mandato? È evidente infatti
che se i parlamentari non
sono tenuti a rispettare gli
impegni presi in campagna
elettorale sulla base dei quali
sono stati eletti, la sovranità
appartiene ai parlamentari e
non al popolo come dice l’art.
1 della Costituzione». Come
ben sa Grillo ha sollevato la
stessa questione e mi
piacerebbe sapere cosa ne
pensa.
Pietro Volpi
pietrovolpi@ virgilio.it
Caro Volpi,
Q
uando scrissero l’art.
67, i costituenti vole-vano evitare il «man-dato imperativo», vale a dire
la regola, valida soprattutto
nelle assemblee dell’Ancien
Régime, che faceva del depu-tato un semplice procurato-re, munito di una delega cir-coscritta. In tal modo voleva-no dare ai rappresentanti del
popolo una maggiore auto-nomia. Volevano che le deci-sioni del Parlamento scatu-rissero da un libero confron-to di idee e proposte, senza
schieramenti precostituiti.
Era una generosa dichiarazio-ne di principio, difficilmente
applicabile nell’era dei parti-ti di massa. Ma era un omag-gio alla libertà di coscienza.
Oggi, dopo tante capriole e
cambiamenti di casacca,
quell’articolo può sembrare
l’alibi di cui molti si sono ser-viti per vendersi al migliore
offerente o restare sempre,
per quanto possibile, nel
campo dei vincitori.
Prima di eliminarlo, tutta-via, dovremmo chiederci che
cosa accadrebbe se ai deputa-ti venisse imposto di rispetta-re scrupolosamente gli impe-gni assunti con i loro elettori
al momento del voto. Quali
impegni? I programmi sono
unpot pourri di principi ge-nerali, buone intenzioni, pro-messe generiche che rifletto-no gli umori dominanti nel
Paese al momento del voto.
Quando la coalizione vincen-te può formare il proprio go-verno, i ministri constatano
rapidamente che il program-ma deve essere continua-mente adattato alle circostan-ze. Occorre trovare i mezzi fi-nanziari necessari per le mi-sure promesse. Se i mezzi so-no scarsi, soprattutto in una
fase di recessione, occorrerà
scegliere la misura più urgen-te e mettere le altre in sala
d’aspetto. Se il problema da
affrontare non è contempla-to nel programma, occorrerà
decidere la linea da adottare.
Se l’approvazione di una leg-ge richiede la collaborazione
di altri partiti occorrerà pro-babilmente compensarli con
qualche concessione su altre
questioni che li concernono.
Se un avvenimento imprevi-sto, come l’attentato dell’11
settembre 2001 contro le Tor-ri Gemelle o il fallimento di
Lehman Brothers nel 2008,
sconvolge il quadro interna-zionale, il governo dovrà
prendere decisioni dolorose
che potrebbero scontrarsi
con le idee e le coscienze dei
parlamentari del proprio par-tito.
So che ogni governo ha bi-sogno di poter contare sui
voti del proprio gruppo par-lamentare e so che anche nel-la «madre dei parlamenti»,
la Camera britannica dei Co-muni, un deputato chiamato
whip(la frusta) cerca di tene-re in riga i propri colleghi al
momento del voto. Ma ciò
che viene chiesto ai deputati
in queste circostanze, non è
coerenza: è lealtà, disciplina,
obbedienza al leader, vale a
dire qualità che non giustifi-cano, anzi sconsigliano, l’eli-minazione dell’art. 67 dalla
Carta costituzionale italiana
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LE REGOLE PER NON FARSI METTERE NELL’ANGOLO
C
aro Augias, non volevo guardare Berlusconi da Santoro. Ho però ceduto alla tentazione e mi sono annoiato
dico la verità. Mi è sembrato come se entrambi i protagonisti recitassero un po’ una parte. Mi aspettavo do-mande più stringenti perché nel rispondere alle domande diciamo “larghe” Berlusconi ha un sistema in-fallibile. Solo in matematica o geometria, in chimica o in fisica si può essere smentiti seccamente e anche lì nem-meno sempre. Fuori di questi campi ci sono alcune regole che mettono al riparo: nega sempre tutto ciò che va con-tro di te; non concedere mai nulla all’altro; parla e inventa sempre a tuo favore senza temere le incongruenze. Nes-sun potrà smentirti e questa è la sola cosa che conta. Pochi lo sanno fare — anche perché ci vuole una bella faccia
tosta e un gran senso di sé, anzi di più: bisogna arrivare a credere alle proprie bugie. Quei pochi però sanno che gli
altri non ne sono capaci e infatti alla fine vincono.
Carlo Condonati— Napoli
LE REGOLE PER NON FARSI METTERE NELL’ANGOLO
C
redo anch’io che alla fine di una serata eccezio-nale – anche se tutto sommato piuttosto noiosa –
la partita l’abbia vinta ai punti Berlusconi. Tra
l’altro con un ascolto da partita internazionale di calcio,
record della rete o su di lì. I due protagonisti sono en-trambi dei narcisi ma l’ex presidente del Consiglio ave-va dalla sua un’arma in più: l’insuperabile sfrontatezza
che non lo fa indietreggiare di fronte a nulla. L’esempio
più clamoroso è stato quando ha osato confermare “pa-rola per parola” quello che aveva già detto e cioè che in
Italia la crisi non si sarebbe sentita né vista dato che ae-rei e ristoranti erano pieni. In quelle stesse settimane
tutti gli economisti dicevano che il vero morso della cri-si non era ancora arrivato e che, al suo arrivo, avrebbe
colpito duramente, noi tra i primi. Possibile che lui non
ne fosse informato? È che, come al solito, aveva voluto
giocare la carta dell’ottimismo o forse dovrei dire del-l’illusione. Del resto è la cosa che sa fare meglio, come
abbiamo imparato in tutti questi anni, a nostre spese.
Berlusconi ha vinto ai punti, secondo me, anche perché
la retorica pubblica vigente da noi gioca a suo favore. I
nostri confronti non conoscono la domanda secca e
precisa alla quale bisogna rispondere con altrettanta
secchezza e precisione, perfino sì o no, certe volte. Noi
amiamo le domande ricche, narrative, elaborate. Flaia-no diceva che in Italia la linea più breve tra due punti è
l’arabesco. A quel tipo di domande è facile rispondere
con altrettanti ghirigori portando a spasso le parole do-ve fa più comodo e applicando le regole indicate dal si-gnor Condonati. Negare sempre, anche l’evidenza,
senza temere le possibili incongruenze, controbattere
sempre perché tanto nei fumi di una discussione con-fusa la logica e i fatti non contano niente
aro Augias, non volevo guardare Berlusconi da Santoro. Ho però ceduto alla tentazione e mi sono annoiato
dico la verità. Mi è sembrato come se entrambi i protagonisti recitassero un po’ una parte. Mi aspettavo do-mande più stringenti perché nel rispondere alle domande diciamo “larghe” Berlusconi ha un sistema in-fallibile. Solo in matematica o geometria, in chimica o in fisica si può essere smentiti seccamente e anche lì nem-meno sempre. Fuori di questi campi ci sono alcune regole che mettono al riparo: nega sempre tutto ciò che va con-tro di te; non concedere mai nulla all’altro; parla e inventa sempre a tuo favore senza temere le incongruenze. Nes-sun potrà smentirti e questa è la sola cosa che conta. Pochi lo sanno fare — anche perché ci vuole una bella faccia
tosta e un gran senso di sé, anzi di più: bisogna arrivare a credere alle proprie bugie. Quei pochi però sanno che gli
altri non ne sono capaci e infatti alla fine vincono.
Carlo Condonati— Napoli
LE REGOLE PER NON FARSI METTERE NELL’ANGOLO
C
redo anch’io che alla fine di una serata eccezio-nale – anche se tutto sommato piuttosto noiosa –
la partita l’abbia vinta ai punti Berlusconi. Tra
l’altro con un ascolto da partita internazionale di calcio,
record della rete o su di lì. I due protagonisti sono en-trambi dei narcisi ma l’ex presidente del Consiglio ave-va dalla sua un’arma in più: l’insuperabile sfrontatezza
che non lo fa indietreggiare di fronte a nulla. L’esempio
più clamoroso è stato quando ha osato confermare “pa-rola per parola” quello che aveva già detto e cioè che in
Italia la crisi non si sarebbe sentita né vista dato che ae-rei e ristoranti erano pieni. In quelle stesse settimane
tutti gli economisti dicevano che il vero morso della cri-si non era ancora arrivato e che, al suo arrivo, avrebbe
colpito duramente, noi tra i primi. Possibile che lui non
ne fosse informato? È che, come al solito, aveva voluto
giocare la carta dell’ottimismo o forse dovrei dire del-l’illusione. Del resto è la cosa che sa fare meglio, come
abbiamo imparato in tutti questi anni, a nostre spese.
Berlusconi ha vinto ai punti, secondo me, anche perché
la retorica pubblica vigente da noi gioca a suo favore. I
nostri confronti non conoscono la domanda secca e
precisa alla quale bisogna rispondere con altrettanta
secchezza e precisione, perfino sì o no, certe volte. Noi
amiamo le domande ricche, narrative, elaborate. Flaia-no diceva che in Italia la linea più breve tra due punti è
l’arabesco. A quel tipo di domande è facile rispondere
con altrettanti ghirigori portando a spasso le parole do-ve fa più comodo e applicando le regole indicate dal si-gnor Condonati. Negare sempre, anche l’evidenza,
senza temere le possibili incongruenze, controbattere
sempre perché tanto nei fumi di una discussione con-fusa la logica e i fatti non contano niente
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QUANDO L’ARTE VA IN ESILIO IL CASO GRECO E ITALIANO
n Grecia, dalla metà
dell’Ottocento fino a tempi
assai recenti, sono state scritte
parecchie opere letterarie (in
prosa e poesia) sulla sorte
della Cariatide esposta al
British Museum. Generalmente
l’idea di molte di queste opere
è che la statua rubata, o
comunque asportata da Lord
Elgin, rimane simbolo della
«grecità» in esilio, con varianti
più o meno nazionalistiche sul
desiderio della statua di
tornare in Grecia, oppure sul
tema (ricorrente anche nella
letteratura popolare) delle
«sorelle» rimaste sull’Acropoli
che piangono sua assenza. Mi
chiedo se, nella letteratura
italiana della fine
dell’Ottocento e dei primi del
Novecento ci siano dei
riferimenti analoghi per la
Monna Lisa o per altre opere
d’arte italiane esposte in musei
non italiani. Mi chiedo
insomma se esista in Italia,
come in Grecia, un intreccio tra
arte e sentimento nazionale .
Georgia Gotsi , Atene
Cara signora,
N
on ricordo opere della
letteratura italiana, in
prosa o in versi, in cui
una statua o un quadro, vendu-ti o trafugati, siano diventati il
simbolo di una patria derubata
e mutilata. Ma potrei sbagliare
e sarò grato a coloro che ci aiu-teranno con le loro segnalazio-ni. Posso dirle, tuttavia, che la
dispersione del patrimonio cul-turale, soprattutto durante i
grandi conflitti dell’Ottocento e
del Novecento, è un tema ricor-rente del dibattito pubblico ita-liano ed è spesso utilizzato dal
nazionalismo più radicale. Do-po la fine delle guerre napoleo-niche, il governo pontificio
chiese ad Antonio Canova di re-cuperare le opere d’arte che i
commissari dell’esercito france-se avevano confiscato per fare
del Louvre il maggiore museo
del mondo. Canova fece un ec-cellente lavoro e riuscì a ottene-re, tra l’altro, il ritorno a Vene-zia dei cavalli che sovrastavano
la basilica di San Marco. Ma eb-be anche il merito di rinunciare
alla restituzione di opere che
avevano trovato a Parigi una
collocazione pressoché ideale,
come Le nozze di Cana sottratte
al convento veneziano dell’iso-la di San Giorgio. Vincenzo Pe-ruggia, un immigrato italiano
assunto dal Louvre per lavori di
pulizia e restauro, rubò la Mon-na Lisa nella notte del 21 ago-sto 1911 e dichiarò più tardi
che aveva agito per patriotti-smo. Ma quando portò a Firen-ze il quadro di Leonardo, venne
arrestato, processato, conside-rato debole di mente e condan-nato in appello a pochi mesi di
prigione. L’opera venne restitui-ta alla Francia.
Dopo la fine della Seconda
guerra mondiale, il recupero
dell’arte trafugata dall’esercito
tedesco fu affidato dal ministe-ro degli Esteri italiano a un
amatore dilettante e geniale,
Rodolfo Siviero, che divenne
una sorta di James Bond del pa-trimonio culturale. Riportò in
Italia molte opere ritrovate in
Germania o finite nel circuito
antiquario internazionale e or-ganizzò a Firenze un’importan-te esposizione di una parte del
patrimonio recuperato. Più re-centemente le campagne per la
restituzione del patrimonio ru-bato hanno acquisito una con-notazione più scientifica che
patriottica. Gli storici dell’arte
e gli archeologi sostengono
che un’opera sottratta al conte-sto per cui venne realizzata per-de una grande parte del suo si-gnificato e dovrebbe essere la-sciata sul posto. In linea di prin-cipio non hanno torto, natural-mente, ma nella loro posizione
vi è anche un pizzico di gelosia
corporativa.
Per concludere, cara signora,
non mi sembra che l’«esilio»
del patrimonio culturale abbia
suscitato in Italia irresistibili
campagne nazionalistiche.
Qualcuno (io fra questi) pensa
addirittura che la presenza del
patrimonio culturale nelle gran-di collezioni e nei grandi musei
internazionali giovi all’immagi-ne dell’Italia nel mondo. Credo
che le stesse considerazioni val-gano per la Grecia nel caso dei
marmi di Lord Elgin al British
Museum di Londra
dell’Ottocento fino a tempi
assai recenti, sono state scritte
parecchie opere letterarie (in
prosa e poesia) sulla sorte
della Cariatide esposta al
British Museum. Generalmente
l’idea di molte di queste opere
è che la statua rubata, o
comunque asportata da Lord
Elgin, rimane simbolo della
«grecità» in esilio, con varianti
più o meno nazionalistiche sul
desiderio della statua di
tornare in Grecia, oppure sul
tema (ricorrente anche nella
letteratura popolare) delle
«sorelle» rimaste sull’Acropoli
che piangono sua assenza. Mi
chiedo se, nella letteratura
italiana della fine
dell’Ottocento e dei primi del
Novecento ci siano dei
riferimenti analoghi per la
Monna Lisa o per altre opere
d’arte italiane esposte in musei
non italiani. Mi chiedo
insomma se esista in Italia,
come in Grecia, un intreccio tra
arte e sentimento nazionale .
Georgia Gotsi , Atene
Cara signora,
N
on ricordo opere della
letteratura italiana, in
prosa o in versi, in cui
una statua o un quadro, vendu-ti o trafugati, siano diventati il
simbolo di una patria derubata
e mutilata. Ma potrei sbagliare
e sarò grato a coloro che ci aiu-teranno con le loro segnalazio-ni. Posso dirle, tuttavia, che la
dispersione del patrimonio cul-turale, soprattutto durante i
grandi conflitti dell’Ottocento e
del Novecento, è un tema ricor-rente del dibattito pubblico ita-liano ed è spesso utilizzato dal
nazionalismo più radicale. Do-po la fine delle guerre napoleo-niche, il governo pontificio
chiese ad Antonio Canova di re-cuperare le opere d’arte che i
commissari dell’esercito france-se avevano confiscato per fare
del Louvre il maggiore museo
del mondo. Canova fece un ec-cellente lavoro e riuscì a ottene-re, tra l’altro, il ritorno a Vene-zia dei cavalli che sovrastavano
la basilica di San Marco. Ma eb-be anche il merito di rinunciare
alla restituzione di opere che
avevano trovato a Parigi una
collocazione pressoché ideale,
come Le nozze di Cana sottratte
al convento veneziano dell’iso-la di San Giorgio. Vincenzo Pe-ruggia, un immigrato italiano
assunto dal Louvre per lavori di
pulizia e restauro, rubò la Mon-na Lisa nella notte del 21 ago-sto 1911 e dichiarò più tardi
che aveva agito per patriotti-smo. Ma quando portò a Firen-ze il quadro di Leonardo, venne
arrestato, processato, conside-rato debole di mente e condan-nato in appello a pochi mesi di
prigione. L’opera venne restitui-ta alla Francia.
Dopo la fine della Seconda
guerra mondiale, il recupero
dell’arte trafugata dall’esercito
tedesco fu affidato dal ministe-ro degli Esteri italiano a un
amatore dilettante e geniale,
Rodolfo Siviero, che divenne
una sorta di James Bond del pa-trimonio culturale. Riportò in
Italia molte opere ritrovate in
Germania o finite nel circuito
antiquario internazionale e or-ganizzò a Firenze un’importan-te esposizione di una parte del
patrimonio recuperato. Più re-centemente le campagne per la
restituzione del patrimonio ru-bato hanno acquisito una con-notazione più scientifica che
patriottica. Gli storici dell’arte
e gli archeologi sostengono
che un’opera sottratta al conte-sto per cui venne realizzata per-de una grande parte del suo si-gnificato e dovrebbe essere la-sciata sul posto. In linea di prin-cipio non hanno torto, natural-mente, ma nella loro posizione
vi è anche un pizzico di gelosia
corporativa.
Per concludere, cara signora,
non mi sembra che l’«esilio»
del patrimonio culturale abbia
suscitato in Italia irresistibili
campagne nazionalistiche.
Qualcuno (io fra questi) pensa
addirittura che la presenza del
patrimonio culturale nelle gran-di collezioni e nei grandi musei
internazionali giovi all’immagi-ne dell’Italia nel mondo. Credo
che le stesse considerazioni val-gano per la Grecia nel caso dei
marmi di Lord Elgin al British
Museum di Londra
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I NAZIONALISMI ASIATICI E LE CONTROVERSIE PER LE ISOLE
È il caso che l’Occidente si
preoccupi della nuova
guerra fredda che «scalda»
l’Asia? La Cina punzecchia
da tempo il Giappone,
rivendicando il possesso
delle isole Senkaku (Diaoyu
per i cinesi), da tempo
amministrate dai
giapponesi. Leggo che invia
pescherecci nei dintorni e,
recentemente, persino
elicotteri. Forse approfitta
del fatto di essere il
maggiore cliente per le
esportazioni giapponesi. Nel
frattempo, il riarmo cinese
procede a ritmi sostenuti.
Cosa dobbiamo aspettarci?
Silvana Monticelli
si.monticelli
Cara Signora,
S
e lei cercasse di rappre-sentare con un grafico i
rapporti tra Cina e Giap-pone negli ultimi trent’anni
(dai primi risultati delle gran-di riforme di Deng Xiaoping a
oggi), scoprirebbe che la cur-va delle relazioni economi-che ha un andamento costan-te e registra una continua cre-scita, appena temporanea-mente interrotta dalle fasi
più critiche dell’economia
mondiale. La curva delle rela-zioni politiche assomiglia in-vece al profilo di una sega. Vi
sono momenti in cui i due Pa-esi sembrano accomunati dal
desiderio di ignorare il passa-to e ve ne sono altri in cui il
passato (l’aggressione giappo-nese, il «ratto di Nanchino»,
la lunga guerra di liberazio-ne) irrompe nell’attualità. Il
governo cinese chiede allora
formalmente che Tokyo fac-cia pubblica ammenda per i
reati commessi e corregga in
questo senso i manuali di sto-ria delle scuole giapponesi;
mentre il Giappone si scusa a
mezza bocca senza mai dare
completa soddisfazione alle
autorità cinesi.
Dietro questo balletto vi so-no, in ciascuno dei due Paesi,
ragioni di politica interna. La
Cina usa il nazionalismo co-me fattore di coesione nazio-nale e se ne serve per tirare le
redini sul collo del Paese o di-strarre la pubblica opinione
da questioni imbarazzanti co-me le rivolte nelle campagne,
il Tibet o la corruzione al ver-tice del partito. In Giappone,
d’altro canto, abbiamo assisti-to negli ultimi decenni alla
nascita di gruppi nazionalisti
che rivendicano il passato im-periale del Paese e hanno per-suaso alcuni Premier a visita-re ufficialmente il santuario
di Yasukuni dove sono, tra
l’altro, le tombe di 14 uomini
politici e militari che un tribu-nale alleato condannò a mor-te dopo la fine della Seconda
guerra mondiale.
Il problema delle isole esi-ste ed è importante anche per
i giacimenti petroliferi che sa-rebbero sotto quelle rocce ino-spitali. Ma è soltanto un capi-tolo del più vasto contenzio-so che oppone la Cina al Viet-nam, alla Malaysia, al Brunei
e alle Filippine per il possesso
di due arcipelaghi — quelli
delle Paracelso e delle Sprat-ley — nei Mari cinesi meridio-nali. In ciascuno di questi liti-gi i motivi e le poste in gioco
sono numerosi: gas, petrolio,
pesca, sicurezza e infine l’or-goglio nazionale di una repub-blica che si definisce «popola-re», ma si considera erede di
un grande impero e ne riven-dica gli antichi confi
preoccupi della nuova
guerra fredda che «scalda»
l’Asia? La Cina punzecchia
da tempo il Giappone,
rivendicando il possesso
delle isole Senkaku (Diaoyu
per i cinesi), da tempo
amministrate dai
giapponesi. Leggo che invia
pescherecci nei dintorni e,
recentemente, persino
elicotteri. Forse approfitta
del fatto di essere il
maggiore cliente per le
esportazioni giapponesi. Nel
frattempo, il riarmo cinese
procede a ritmi sostenuti.
Cosa dobbiamo aspettarci?
Silvana Monticelli
si.monticelli
Cara Signora,
S
e lei cercasse di rappre-sentare con un grafico i
rapporti tra Cina e Giap-pone negli ultimi trent’anni
(dai primi risultati delle gran-di riforme di Deng Xiaoping a
oggi), scoprirebbe che la cur-va delle relazioni economi-che ha un andamento costan-te e registra una continua cre-scita, appena temporanea-mente interrotta dalle fasi
più critiche dell’economia
mondiale. La curva delle rela-zioni politiche assomiglia in-vece al profilo di una sega. Vi
sono momenti in cui i due Pa-esi sembrano accomunati dal
desiderio di ignorare il passa-to e ve ne sono altri in cui il
passato (l’aggressione giappo-nese, il «ratto di Nanchino»,
la lunga guerra di liberazio-ne) irrompe nell’attualità. Il
governo cinese chiede allora
formalmente che Tokyo fac-cia pubblica ammenda per i
reati commessi e corregga in
questo senso i manuali di sto-ria delle scuole giapponesi;
mentre il Giappone si scusa a
mezza bocca senza mai dare
completa soddisfazione alle
autorità cinesi.
Dietro questo balletto vi so-no, in ciascuno dei due Paesi,
ragioni di politica interna. La
Cina usa il nazionalismo co-me fattore di coesione nazio-nale e se ne serve per tirare le
redini sul collo del Paese o di-strarre la pubblica opinione
da questioni imbarazzanti co-me le rivolte nelle campagne,
il Tibet o la corruzione al ver-tice del partito. In Giappone,
d’altro canto, abbiamo assisti-to negli ultimi decenni alla
nascita di gruppi nazionalisti
che rivendicano il passato im-periale del Paese e hanno per-suaso alcuni Premier a visita-re ufficialmente il santuario
di Yasukuni dove sono, tra
l’altro, le tombe di 14 uomini
politici e militari che un tribu-nale alleato condannò a mor-te dopo la fine della Seconda
guerra mondiale.
Il problema delle isole esi-ste ed è importante anche per
i giacimenti petroliferi che sa-rebbero sotto quelle rocce ino-spitali. Ma è soltanto un capi-tolo del più vasto contenzio-so che oppone la Cina al Viet-nam, alla Malaysia, al Brunei
e alle Filippine per il possesso
di due arcipelaghi — quelli
delle Paracelso e delle Sprat-ley — nei Mari cinesi meridio-nali. In ciascuno di questi liti-gi i motivi e le poste in gioco
sono numerosi: gas, petrolio,
pesca, sicurezza e infine l’or-goglio nazionale di una repub-blica che si definisce «popola-re», ma si considera erede di
un grande impero e ne riven-dica gli antichi confi
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DIRITTI A LONDRA E IN EUROPA DIVISIONE SULL’HABEAS CORPUS
Lei ha scritto che la Gran
Bretagna non ha accettato il
mandato di cattura europeo.
Non è esatto: è stato
incorporato nella legislazione
britannica con la «Extradition
Act 2003». Ho partecipato da
esterno al dibattito
parlamentare in quanto un
mio rapporto su alcuni aspetti
della procedura penale
italiana è stata letta ad alta
voce da un deputato
dell’opposizione durante il
dibattito. Però, per il resto, è
vero che la presenza della
Gran Bretagna nell’Ue e la sua
soggezione alle regole di
Bruxelles è causa di forti
frizioni. Il motivo di fondo è
che l’ordinamento statuale del
Regno Unito è completamente
diverso da praticamente tutti
quelli dei Paesi del continente
(di impronta «napoleonica»),
sulla cui falsariga si basano i
progetti di armonizzazione. Mi
limito a un piccolo esempio. Il
mandato di cattura europeo,
pur essendo stato accettato dal
governo dell’epoca (di Tony
Blair), viene vissuto da
moltissimi inglesi come una
imposizione vessatoria, in
quanto un’autorità giudiziaria
del continente può richiedere
la cattura in Inghilterra di un
«indiziato» e il suo
trasferimento in un carcere
europeo, dove dovrà aspettare
spesso per lunghi mesi senza
udienza pubblica e senza
obbligo per l’accusa di esibire
prove a suo carico per
giustificare il prolungarsi della
detenzione. In Inghilterra,
invece, grazie alla legge
sull’«Habeas corpus», gli
organi inquirenti sono
costretti a raccogliere dei
plausibili elementi di prova
(«prima facie evidence») —
non meri indizi — prima di
poter arrestare; e poi devono
formulare l’accusa in pubblica
udienza, con un libero
contraddittorio fra le parti,
pochi giorni dopo l’arresto.
Altrimenti il detenuto deve
essere rilasciato.
T. D. Erikson
tderikson
Caro Erikson,
A
vrei dovuto scrivere che
il problema del manda-to d’arresto europeo (in
inglese «European arrest war-rant») è paradossalmente l’«ec-cezione che conferma la rego-la». Quando il provvedimento
entrò in vigore, il 1˚ gennaio
2004, il Regno Unito era tra i
sette Paesi che lo avevano già
approvato (gli altri furono Bel-gio, Danimarca, Finlandia, Ir-landa, Portogallo, Svezia). E
avrei dovuto scrivere che in
quel caso la Gran Bretagna det-te una lezione all’Italia. La Lega
era contraria (il ministro della
Giustizia era il leghista Rober-to Castelli), il partito di Berlu-sconi trattò la questione con
grande distacco e l’Italia aderì
più di un anno dopo, nell’apri-le 2005. Quell’episodio fu una
dimostrazione dell’euroscettici-smo che distinse il governo Ber-lusconi dal 2001 al 2006.
Ma avrei dovuto aggiungere
che la posizione dell’attuale go-verno britannico è alquanto di-versa da quella del governo Bla-ir. Come è stato ricordato re-centemente da Riccardo Perissi-ch in un articolo pubblicato dal
Foglio, David Cameron ha an-nunciato che la Gran Bretagna
si sarebbe svincolata dalle di-rettive dell’Ue sulla giustizia e
la sicurezza interna, «salvo poi
negoziare il rientro in alcune di
esse su base selettiva». È certa-mente vero, come lei scrive,
che il sistema giudiziario conti-nentale è visto a Londra con
grande diffidenza e che quello
dell’Inghilterra (la Scozia ha
una diversa tradizione giuridi-ca) offre alle persone arrestate
e sospette, grazie all’«Habeas
corpus», notevoli garanzie. Re-sta da vedere se sia anche più
equo ed efficace. A molti «con-tinentali» non è parso che la
magistratura britannica, nel ca-so della spregiudicatezza dimo-strata da un giornale del grup-po Murdoch, abbia agito con
particolare tempestività. E altri
ricorderanno il caso di Roberto
Calvi, trovato con una corda al
collo e le tasche piene di soldi e
mattoni sotto il ponte londine-se dei Frati neri il 18 giugno
1982. Il primo coroner (il fun-zionario giudiziario incaricato
di accertare la cause della mor-te) liquidò il caso come suici-dio. Un secondo coroner, un an-no dopo, dichiarò di non avere
accertato le cause della morte
Bretagna non ha accettato il
mandato di cattura europeo.
Non è esatto: è stato
incorporato nella legislazione
britannica con la «Extradition
Act 2003». Ho partecipato da
esterno al dibattito
parlamentare in quanto un
mio rapporto su alcuni aspetti
della procedura penale
italiana è stata letta ad alta
voce da un deputato
dell’opposizione durante il
dibattito. Però, per il resto, è
vero che la presenza della
Gran Bretagna nell’Ue e la sua
soggezione alle regole di
Bruxelles è causa di forti
frizioni. Il motivo di fondo è
che l’ordinamento statuale del
Regno Unito è completamente
diverso da praticamente tutti
quelli dei Paesi del continente
(di impronta «napoleonica»),
sulla cui falsariga si basano i
progetti di armonizzazione. Mi
limito a un piccolo esempio. Il
mandato di cattura europeo,
pur essendo stato accettato dal
governo dell’epoca (di Tony
Blair), viene vissuto da
moltissimi inglesi come una
imposizione vessatoria, in
quanto un’autorità giudiziaria
del continente può richiedere
la cattura in Inghilterra di un
«indiziato» e il suo
trasferimento in un carcere
europeo, dove dovrà aspettare
spesso per lunghi mesi senza
udienza pubblica e senza
obbligo per l’accusa di esibire
prove a suo carico per
giustificare il prolungarsi della
detenzione. In Inghilterra,
invece, grazie alla legge
sull’«Habeas corpus», gli
organi inquirenti sono
costretti a raccogliere dei
plausibili elementi di prova
(«prima facie evidence») —
non meri indizi — prima di
poter arrestare; e poi devono
formulare l’accusa in pubblica
udienza, con un libero
contraddittorio fra le parti,
pochi giorni dopo l’arresto.
Altrimenti il detenuto deve
essere rilasciato.
T. D. Erikson
tderikson
Caro Erikson,
A
vrei dovuto scrivere che
il problema del manda-to d’arresto europeo (in
inglese «European arrest war-rant») è paradossalmente l’«ec-cezione che conferma la rego-la». Quando il provvedimento
entrò in vigore, il 1˚ gennaio
2004, il Regno Unito era tra i
sette Paesi che lo avevano già
approvato (gli altri furono Bel-gio, Danimarca, Finlandia, Ir-landa, Portogallo, Svezia). E
avrei dovuto scrivere che in
quel caso la Gran Bretagna det-te una lezione all’Italia. La Lega
era contraria (il ministro della
Giustizia era il leghista Rober-to Castelli), il partito di Berlu-sconi trattò la questione con
grande distacco e l’Italia aderì
più di un anno dopo, nell’apri-le 2005. Quell’episodio fu una
dimostrazione dell’euroscettici-smo che distinse il governo Ber-lusconi dal 2001 al 2006.
Ma avrei dovuto aggiungere
che la posizione dell’attuale go-verno britannico è alquanto di-versa da quella del governo Bla-ir. Come è stato ricordato re-centemente da Riccardo Perissi-ch in un articolo pubblicato dal
Foglio, David Cameron ha an-nunciato che la Gran Bretagna
si sarebbe svincolata dalle di-rettive dell’Ue sulla giustizia e
la sicurezza interna, «salvo poi
negoziare il rientro in alcune di
esse su base selettiva». È certa-mente vero, come lei scrive,
che il sistema giudiziario conti-nentale è visto a Londra con
grande diffidenza e che quello
dell’Inghilterra (la Scozia ha
una diversa tradizione giuridi-ca) offre alle persone arrestate
e sospette, grazie all’«Habeas
corpus», notevoli garanzie. Re-sta da vedere se sia anche più
equo ed efficace. A molti «con-tinentali» non è parso che la
magistratura britannica, nel ca-so della spregiudicatezza dimo-strata da un giornale del grup-po Murdoch, abbia agito con
particolare tempestività. E altri
ricorderanno il caso di Roberto
Calvi, trovato con una corda al
collo e le tasche piene di soldi e
mattoni sotto il ponte londine-se dei Frati neri il 18 giugno
1982. Il primo coroner (il fun-zionario giudiziario incaricato
di accertare la cause della mor-te) liquidò il caso come suici-dio. Un secondo coroner, un an-no dopo, dichiarò di non avere
accertato le cause della morte
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OME LUZZATTI IN ALTRI TEMPI TAGLIÒ IL DEBITO DELLA NAZIONE
Parlando di italiani da cuiprendere esempio per una
buona politica economica e
finanziaria, ha citato, fra gli
altri, Luigi Luzzatti che
«convertì il debito italiano
nelle maggiori borse europee
riducendone
considerevolmente il carico».
Di che cosa si trattò?
Pietro Volpi
pietrovolpi
Caro Volpi,
Q
quando Luigi Luzzatti
(più volte ministro del-le Finanze e presidente
del Consiglio per alcuni mesi
dal 1910 al 1911) s’impegnò
nella conversione della rendi-ta, queste erano le condizioni
della finanza italiana. Per il pa-gamento degli interessi delle
obbligazioni italiane nei mer-cati internazionali lo Stato ita-liano doveva stanziare ogni
anno una somma di poco infe-riore, in moneta corrente, ai
trenta miliardi di euro. L’inte-resse pattuito, al momento
della collocazione dei bond
sul mercato, era il 5%, ma Luz-zatti era convinto che la mag-giore credibilità conquistata
dall’Italia con lo sviluppo in-dustriale del decennio prece-dente, avrebbe consentito di
spuntare un tasso più conve-niente, intorno al 3,5%.
L’operazione, tuttavia, era
delicata. Occorreva fare una
rigorosa politica di bilancio
per evitare che troppe spese
intaccassero il credito del Pae-se. Occorreva evitare che i
mercati reagissero male ven-dendo le obbligazioni italia-ne, anziché convertirle a un
tasso inferiore. La migliore di-fesa contro una tale prospetti-va era la creazione di un con-sorzio composto da alcuni fra
i maggiori istituti di credito
internazionali. Il consorzio fu
costituito sotto la guida dei
Rothschild e mise a disposi-zione del Tesoro italiano una
somma cuscinetto di 400 mi-lioni di lire. Gli accordi furo-no firmati a Parigi il 26 giu-gno 1906, all’inizio di un nuo-vo governo Giolitti, e venne-ro approvati dal Parlamento
il 28 giugno con una procedu-ra fulminea. La legge giunse
alla Camera alle tre del pome-riggio, ne uscì con l’approva-zione dopo due ore e mezza,
passò immediatamente al Se-nato dove il voto favorevole
fu dato nel giro di mezz’ora.
Due ore dopo era al Quirinale
per la firma di Vittorio Ema-nuele e il mattino seguente
era sulla Gazzetta Ufficiale. I
titoli convertiti ammontava-no, in valuta corrente, a poco
meno di sessanta miliardi di
euro.
Per rispondere a questa let-tera, caro Volpi, ho letto alcu-ne pagine di Luzzatti apparse
in un libro del 1916 (Scienza
e patria ) e ho trovato un
aneddoto che concerne un al-tro degli uomini esemplari ci-tati nella risposta a cui lei fa
riferimento: Quintino Sella.
Luzzatti racconta che dopo il
trasferimento della capitale a
Roma nel 1870, venne in di-scussione un problema: se ai
ministri, come usava in molti
altri Paesi, lo Stato dovesse
fornire un alloggio. Sella, allo-ra ministro delle Finanze, ci
pensò a lungo e disse: «No;
noi siamo tutti dei borghesi
con famiglie borghesi, abitua-te modestamente, lontane da-gli splendori dei grandi palaz-zi; noi non faremo uscire le
nostre famiglie da queste abi-tudini di temperanza e di so-brietà». Dedico questo «pen-siero dell’anno nuovo» a colo-ro che si candideranno nelle
prossime elezioni
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