martedì 21 maggio 2013

IL DIRITTO DI ESSERE CITTADINI ITALIANI

C
aro Augias, parecchie polemiche sul ministro Kyenge, battute infelici o crude sulle sue origini. Che la
signora Kyenge esprima le sue idee sullo ius soli, leggi sull’immigrazione, era prevedibile, ed è giusto
che lo faccia, tra l’altro con grande rispetto e civiltà. La risposta “freddina” del presidente del Consi-glio sulla possibilità di trovare un accordo su quei temi, sembra però quasi un passo indietro. Ho un sospet-to: nominare la dottoressa Kyenge ministro, prescindendo dalle reali possibilità di sostenerne idee e azioni,
è stato solo un atto simbolico? Mi auguro che non sia così. Significherebbe esporre la ministra e le tematiche
importantissime di cui si fa portavoce al rischio di insuccesso, in un momento in cui l’intero Paese scopre le
conseguenze di un processo ventennale di devastante arretramento della coscienza civile e democratica.
Luca Zorzenon  — lucazorzenon@alice.it
IL DIRITTO DI ESSERE CITTADINI ITALIANI
M
ettiamo da parte gli insulti che non merita-no attenzione né commento. Ne ho letti
scritti in un italiano così zoppicante da ri-velare subito l’avvilito livello culturale degli autori.
Pesa una componente razzista e un’altra che è in-vece di semplice provincialismo. L’aspetto impor-tante è altrove: il tema che Cécile Kyenge ha solle-vato forse con un eccesso di impeto che, inizial-mente, ha un po’ appannato le sue ragioni, è quello
dello ius soli. Nessuno ha mai parlato di uno “ius so-li” assoluto, vale a dire che basti nascere in Italia per
diventarne ipso facto cittadini. Una legge siffatta è
rarissima, non potremmo certo farla noi con i nostri
settemila chilometri di coste. Resta che il tema è ma-turo in un Paese che ha ormai cinque milioni di im-migrati, triplicati in dieci anni. Come ha ricono-sciuto lo stesso presidente della Repubblica: «È una
follia che i figli degli immigrati che nascono qui non
siano italiani». Ci vorranno garanzie e condizioni
ben studiate, cautele opportune ma il problema
non può essere evitato. Nadia Urbinati ne ha indivi-duato il nocciolo nel fatto che con il “diritto legato al
suolo”: «Il centro di gravità dell’appartenenza poli-tica è la persona, non la sua famiglia, non la nazione
o l’etnia di appartenenza, non il colore della pelle».
Noi siamo sempre stati un Paese fondamentalmen-te cattolico e di emigranti. Oggi questi due parame-tri sono rovesciati. I milioni di immigrati che ci con-sentono di continuare a produrre, significano un
milione e 300 mila musulmani, un milione di orto-dossi. Sono realtà che possono essere ignorate solo
da chi ha paura di fare i conti con ciò che accade. Ab-biamo concesso il voto a italiani all’estero che non
parlano la nostra lingua e non pagano le tasse. Vor-remmo continuare a negarlo a chi nasce qui, fre-quenta le nostre scuole, dà il suo contributo fiscale
alla collettività. Totale assurdità

Nessun commento:

Posta un commento