L’ATTACCO AI MAGISTRATI DOPO IL MERCATO DEI VOTI
G
entile Augias, anche se ora il centrodestra frena sull’obiettivo inizialmente dichiarato, mi sorprende la
sottovalutazione da parte di gran parte dei media e dei politici sul contenuto eversivo del messaggio che
sta dietro l’annunciata manifestazione del 23 marzo. Un partito, un popolo, chiamati in piazza contro la
magistratura, a difesa del proprio capo. È la “legge del forcone” che in una condizione di “normalità” avrebbe do-vuto causare sdegno in tutte le persone capaci di buon senso; invece l’orribile proclama è stato accolto con il si-lenzio, peggio ancora con indifferenza; questo la dice lunga su quanto la nostra democrazia sia in pericolo e vi-cina al punto di non ritorno.
Claudio Gandolfi— clgand
L’ATTACCO AI MAGISTRATI DOPO IL MERCATO DEI VOTI
È
che siamo rassegnati, sfiniti, assuefatti, dopo an-ni di proclami quasi insurrezionali lanciati perfi-no quando chi li lanciava faceva parte del gover-no. La parte meno preparata, più debole, degli italiani
può perfino arrivare a pensare che cose del genere sia-no normali; segnano invece la gravità d’una malattia
non sappiamo più quanto curabile. Chi se le ricorda le
minacce ai magistrati ai quali si doveva raddrizzare la
schiena a randellate, i fucili pronti a scendere in pianu-ra, le piazze agitate perfino contro la presidenza della
Repubblica? Cadevano anche quelle nell’indifferenza
perché sembravano solo millanterie da ubriachi. Inve-ce erodevano il tessuto, la fragile rete di equilibri sui qua-li una democrazia si regge. O non si regge. Il dato spa-ventoso è che nonostante la presenza di una destra pu-lita, di tipo europeo, ci siano ancora milioni di conna-zionali che continuano a votare per gente di questa ri-sma. Si vuole manifestare contro la magistratura dopo
le confessioni di un complice che rivela come un uomo,
con enormi quantità di denaro, sia disposto a comprare
uno ad uno i voti pur di far cadere il proprio avversario.
Sergio De Gregorio, che ora parla, è uno dei tanti pessi-mi acquisti di Antonio Di Pietro che ha dimostrato nella
scelta degli uomini un eccezionale talento all’incontra-rio a cominciare dai primi che lo tradirono, Antonio Raz-zi e Domenico Scilipoti (entrambi rieletti) , lesti a cam-biare casacca per salvare Berlusconi. Questo sordido
gioco l’ex presidente del Consiglio l’aveva chiamato
“operazione libertà”; più realisticamente De Gregorio la
chiama nei verbali “sabotaggio”. Denari, segreti giudi-ziari, promesse e pressioni per convincere qualcuno a
disertare il voto, faccendieri come quel Valter Lavitola,
da dieci mesi in carcere, al quale De Gregorio rivolge ora
l’invito a vuotare anche lui il sacco tanto «il suo sacrifi-cio, il suo silenzio, sono inutili» perché «la valanga è so-lo agli inizi». È contro questo che si vuole manifestare.
Forse quel famoso “punto” è già stato superato
entile Augias, anche se ora il centrodestra frena sull’obiettivo inizialmente dichiarato, mi sorprende la
sottovalutazione da parte di gran parte dei media e dei politici sul contenuto eversivo del messaggio che
sta dietro l’annunciata manifestazione del 23 marzo. Un partito, un popolo, chiamati in piazza contro la
magistratura, a difesa del proprio capo. È la “legge del forcone” che in una condizione di “normalità” avrebbe do-vuto causare sdegno in tutte le persone capaci di buon senso; invece l’orribile proclama è stato accolto con il si-lenzio, peggio ancora con indifferenza; questo la dice lunga su quanto la nostra democrazia sia in pericolo e vi-cina al punto di non ritorno.
Claudio Gandolfi— clgand
L’ATTACCO AI MAGISTRATI DOPO IL MERCATO DEI VOTI
È
che siamo rassegnati, sfiniti, assuefatti, dopo an-ni di proclami quasi insurrezionali lanciati perfi-no quando chi li lanciava faceva parte del gover-no. La parte meno preparata, più debole, degli italiani
può perfino arrivare a pensare che cose del genere sia-no normali; segnano invece la gravità d’una malattia
non sappiamo più quanto curabile. Chi se le ricorda le
minacce ai magistrati ai quali si doveva raddrizzare la
schiena a randellate, i fucili pronti a scendere in pianu-ra, le piazze agitate perfino contro la presidenza della
Repubblica? Cadevano anche quelle nell’indifferenza
perché sembravano solo millanterie da ubriachi. Inve-ce erodevano il tessuto, la fragile rete di equilibri sui qua-li una democrazia si regge. O non si regge. Il dato spa-ventoso è che nonostante la presenza di una destra pu-lita, di tipo europeo, ci siano ancora milioni di conna-zionali che continuano a votare per gente di questa ri-sma. Si vuole manifestare contro la magistratura dopo
le confessioni di un complice che rivela come un uomo,
con enormi quantità di denaro, sia disposto a comprare
uno ad uno i voti pur di far cadere il proprio avversario.
Sergio De Gregorio, che ora parla, è uno dei tanti pessi-mi acquisti di Antonio Di Pietro che ha dimostrato nella
scelta degli uomini un eccezionale talento all’incontra-rio a cominciare dai primi che lo tradirono, Antonio Raz-zi e Domenico Scilipoti (entrambi rieletti) , lesti a cam-biare casacca per salvare Berlusconi. Questo sordido
gioco l’ex presidente del Consiglio l’aveva chiamato
“operazione libertà”; più realisticamente De Gregorio la
chiama nei verbali “sabotaggio”. Denari, segreti giudi-ziari, promesse e pressioni per convincere qualcuno a
disertare il voto, faccendieri come quel Valter Lavitola,
da dieci mesi in carcere, al quale De Gregorio rivolge ora
l’invito a vuotare anche lui il sacco tanto «il suo sacrifi-cio, il suo silenzio, sono inutili» perché «la valanga è so-lo agli inizi». È contro questo che si vuole manifestare.
Forse quel famoso “punto” è già stato superato
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VIRTÙ E VIZI TEDESCHI FRA ENTUSIASMO E FANATISMO
tengo sarebbe moltointeressante conoscere il suo
parere circa il ruolo che la
Germania ha avuto, e ha, in
Europa negli ultimi due
secoli. Paese certamente
dotato di diffusa e concreta
disciplina civica,
organizzativa, produttiva e
commerciale, che in buona
misura ha condizionato, e
condiziona, nel bene e nel
male, il resto d’Europa. Ha
perso due guerre, ma ha
vinto, e vince, la pace .
Giovanni Cama
cama.g
Caro Cama,
A
gli inizi dell’Ottocento
l’immagine della Ger-mania, nella mente de-gli europei, era quella di una
grande area geografica piena
di belle città e grandi tradizio-ni, ma troppo frammentata
per avere una influenza deci-siva sulla storia politica del
continente. La guerra dei Set-te anni aveva rivelato l’ascesa
della Prussia, uno Stato gover-nato da un tiranno illumina-to e dotato di una temibile
forza militare. Monaco in Ba-viera e Dresda in Sassonia era-no piccole capitali europee
eleganti e colte. Francoforte
era già un rispettabile centro
economico e finanziario. Ma
nel grande Paese tedesco vi
erano quasi trecento minu-scoli Stati governati da duchi,
granduchi, margravi, princi-pi vescovi e oligarchie urba-ne: troppi per una politica ef-ficace. Ciò che maggiormente
colpiva il viaggiatore stranie-ro, quando attraversava il Re-no o le Alpi bavaresi, era la bo-nomia degli abitanti, il gusto
per i piaceri borghesi, la labo-riosità degli artigiani, la cor-rettezza professionale dei
mercanti. Nonostante la Prus-sia, la Germania era ancora
un Paese in pantofole molto
provato mentalmente e cultu-ralmente dalla Guerra dei
trent’anni, deciso a evitare
per quanto possibile la ripeti-zione di quella tragica espe-rienza.
La prima ad accorgersi che
questa terra stava diventando
un grande vivaio di passioni
intellettuali, emozioni artisti-che, studi storici e meditazio-ni filosofiche fu Germaine de
Staël, una delle donne più af-fascinanti e intelligenti del
suo tempo. In un libro, «De
l’Allemagne», apparso nel
1810 ma confiscato e distrut-to dalla polizia napoleonica,
Madame de Staël diffuse in
Europa l’immagine di un Pae-se colto, intelligente e anima-to da quello che definì «entu-siasmo», una parola che nel
suo libro significa la serietà
dell’impegno, la dedizione al
conseguimento di un obietti-vo, il lavoro scrupoloso e di-sciplinato, la serietà degli stu-di e delle ricerche.
L’entusiasmo spiega l’impe-gno con cui la Germania, do-po il 1830, fu protagonista
della prima grande rivoluzio-ne industriale dell’Europa
continentale e più tardi della
sua unificazione. Ma spiega
anche, purtroppo, le pagine
meno belle o addirittura infa-manti della storia tedesca ne-gli anni successivi. Madame
de Staël scrive che l’entusia-smo non deve essere confuso
con il fanatismo, ma vi sono
stati momenti in cui entusia-smo e fanatismo si sono ac-coppiati e mescolati. Fu quel-lo il momento in cui Benedet-to Croce parlò della «Germa-nia che abbiamo amato» co-me di un amore perduto. Og-gi il giudizio sarebbe alquan-to diverso. L’esperienza della
Seconda guerra mondiale ha
insegnato ai tedeschi che oc-corre proteggere l’entusia-smo dal contagio del fanati-smo
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