mercoledì 17 luglio 2013

PRODI SILURATO E IL GIALLO DEL MANDANTE

C
aro Augias, giorno dopo giorno, aprendo i giornali, aspettavo ingenuamente che il Pd raccontasse che
cosa era veramente accaduto durante il tentativo di eleggere Prodi alla presidenza della Repubblica.
Aspettavo, cioè, che fosse messo in chiaro, in omaggio alla decantata trasparenza, il nome del politico
che guida in segreto (finora) il gruppo dei 101 franchi tiratori che sabotarono quella elezione. Possono gli elet-tori rassegnarsi al fatto che dentro al Pd ci sia un secondo Pd (il Pd2?) i cui dirigenti e militanti restino ignoti?
Di chiacchiere ne girano tante, ma ora che si va verso il Congresso e forse nuove primarie, sarebbe doveroso
da parte di Epifani, Renzi, D’Alema, Bersani, Bindi e magari anche Civati, mettere a parte gli elettori di quan-to è avvenuto. È legittimo aspettarsi che le forze in campo si schierino apertamente e non subdolamente. Op-pure, lo dico provocatoriamente, dobbiamo rassegnarci? Se gli elettori non contano niente tanto vale smette-re di votare, come molti già fanno.
Lettera firmata
PRODI SILURATO E IL GIALLO DEL MANDANTE
A
voler riassumere alla grossa ciò che accadde
nel 1992-94 a seguito di “Tangentopoli”, pos-siamo notare quanto diverso sia sembrato il
destino dei partiti autori della Costituzione, promo-tori dell’ammodernamento del paese. Democrazia
cristiana e Partito socialista caddero di schianto. Di
loro sono rimaste solo schegge, comprese le schegge
impazzite per esempio una gloriosa testata come
“Avanti!” caduta nelle mani di un Lavitola. L’altro
grande protagonista, il Partito comunista, ebbe inve-ce, apparentemente, sorte migliore. Coinvolto, a tor-to o a ragione, meno degli altri dallo scandalo, mutò
più volte nome, sopravvisse. Gli altri cadevano, il Pci
sembrava restare in piedi. Da qualche tempo sappia-mo che non è così. Se gli altri sono caduti di botto, per
il Pci è cominciato un processo di disgregazione nel-l’affannosa ricerca di una veste nuova. Tutto il passa-to, compresa la parte migliore, venne rinnegato in
forme spesso imbarazzanti. “Comunista io? Ma
quando mai!”. Il mantenimento di una linea, per an-ni affidato al cosiddetto “centralismo democratico”,
è finito in un ginepraio di correnti che non sono nem-meno vere correnti politiche, bensì potentati, feudi,
drappelli di fedeli al seguito di un leader. Ho posto an-ch’io a vari dirigenti la domanda su chi fossero i fa-mosi 101 che hanno piombato Prodi. Chi li guidava?
Risposta: nessuno li guidava, si sono coagulati per co-sì dire da sé. Un po’ di questi, un po’ di quelli, chi per
un motivo chi per un altro. Però accomunati tutti da
un obiettivo: tenere in piedi la propria posizione, non
darla vinta agli altri, purché si salvi la mia parte, il mio
leader. Il nostro lettore si rassegni, come sono anda-te davvero le cose nessuno glielo dirà mai

martedì 16 luglio 2013

IL MITO DELLA RETE CHE SI FA GIUDICE

G
entile Augias, seguendo la vicenda della senatrice Adele Gambaro alle prese con dirigenti e colleghi del
M5S, leggo titoli asettici, quasi prese d’atto di quanto sta avvenendo. Ci si rende conto di quanto scor-re davanti ai nostri occhi di cittadini di uno stato democratico liberale? La Costituzione non solo di-fende la libertà di pensiero e di espressione, ma la estende con il suo articolo 67 fino agli eletti in Parlamento
rendendoli liberi da ogni vincolo di mandato. Se un partito vuole espellere un suo membro, lo fa e basta, ma
questo non lo autorizza ad un processo pubblico di fatto. Stando a quel che leggo, Adele Gambaro sta suben-do una riedizione di quei processi politici con tanto di richieste di ammissione di colpe e di pubbliche scuse
al partito. Insomma le si chiede “La confessione”, titolo del celebre libro di Arthur London sui processi stali-nisti in Cecoslovacchia (e altrove) contro i gruppi “antipartito”. Tuttavia, se è proprio la tragicità di quelle vi-cende a rendere ridicola questa, ciò è un motivo in più affinché la stampa e gli organi d’informazione si op-pongano.
Giovanni Moschini— g.moschini@yahoo.it
IL MITO DELLA RETE CHE SI FA GIUDICE
I
commenti per la verità non sono mancati, anche
se non sempre adeguati alla gravità di quanto sta
accadendo, su questo il signor Moschini ha ragio-ne. L’aspetto istrionico e pagliaccesco non attenua
anzi rende più evidente questa gravità. C’è odio nel-le dichiarazioni di condanna verso Adele Gambaro e
verso i dissidenti, c’è sia pure in forma simbolica, vo-glia di castigo e di pena. Gli autori di quelle “grida”
probabilmente non si rendono conto che la loro tra-gicommedia ricalca, nelle forme che l’attuale situa-zione rende possibili (più in là non si può andare), ri-tuali già applicati fin da tempi remoti per arrivare agli
orrori del XX secolo passando attraverso i roghi per gli
eretici e le streghe. Pensavamo di aver toccato il Na-dir con le invettive e le maledizioni di Umberto Bos-si, le sue rustiche manifestazioni di condanna e di di-leggio; il duo Casaleggio Grillo è sceso ancora più giù,
così giù che al confronto le lotte ai vertici del vecchio
Pci e le vendette ordite nelle stanze ovattate di via del-le Botteghe Oscure, diventano duelli tra gentiluomi-ni. Riesco a individuare un solo vantaggio nella ver-gogna di quanto sta accadendo: la demolizione del
mito della Rete che molti avevano elevato a criterio
universale di democrazia diretta. Ora sappiamo che
anche la Rete può diventare uno strumento fraudo-lento per manipolare il consenso e dare veste appa-rentemente legittima al gioco delle cooptazioni deci-se dal vertice. Il buon Calderoli con la sua “porcata”
fa la figura di un vecchio Dulcamara che gira tutto su-dato le piazze di paese; questi invece fanno quello che
gli pare schiacciando nell’ombra un paio di botton

L’INCOMPATIBILITÀ TRA AVVOCATO E PARLAMENTARE

G
entilissimo dottor Augias ho letto con molto interesse la lettera del Signor Emilio Castano sull’attività di par-lamentare svolta dall’avvocato Niccolò Ghedini. Occorre precisare, a complemento di quanto sostiene il
lettore e lei stesso nella sua risposta, che gli avvocati che sono anche parlamentari, non possono esercitare
la professione durante il mandato, ai sensi dell’articolo 3 del Regio decreto legge del 27 novembre 1933 numero
1578 (cosiddetta legge professionale). Tale articolo prevede, tra l’altro, che l’esercizio della professione di avvoca-to è incompatibile con qualunque impiego o ufficio retribuito con stipendio sul bilancio dello Stato. Alla luce di
quanto sopra esplicitamente previsto dalla legge non si capisce come detti avvocati parlamentari continuino ad
esercitare tranquillamente la professione.
Giulio Riccio — giulio.riccio46@gmail.com
L’INCOMPATIBILITÀ TRA AVVOCATO E PARLAMENTARE
I
l lettore ricorda che in effetti esiste anche la legge. Si
tratta del Regio decreto legge del 27 novembre 1933,
numero 1578, successivamente (22 gennaio 1934)
convertito in legge. Trascrivo quasi integralmente l’ar-ticolo 3 per dimostrare con quanta precisione le leggi
venivano concepite in quegli anni. Infatti si stabilì: «L’e-sercizio delle professioni di avvocato [e di procuratore]
è incompatibile con l’esercizio della professione di no-taio, con l’esercizio del commercio in nome proprio o
in nome altrui, con la qualità di ministro di qualunque
culto avente giurisdizione o cura di anime, di giornali-sta professionista, di direttore di banca, di mediatore,
di agente di cambio, di sensale, di ricevitore del lotto, di
appaltatore di un pubblico servizio o di una pubblica
fornitura, di esattore di pubblici tributi o di incaricato
di gestioni esattoriali». Ed eccoci al punto che interessa
il nostro caso: «È anche incompatibile con qualunque
impiego od ufficio retribuito con stipendio sul bilancio
dello Stato, delle Province, dei Comuni, delle istituzio-ni pubbliche di beneficenza, della Banca d’Italia, del
gran magistero degli ordini cavallereschi, del Senato,
della Camera dei deputati ed in generale di qualsiasi al-tra Amministrazione o istituzione pubblica soggetta a
tutela o vigilanza dello Stato, delle Province e dei Co-muni. È infine incompatibile con ogni altro impiego re-tribuito, anche se consistente nella prestazione di ope-ra di assistenza o consulenza legale, che non abbia ca-rattere scientifico o letterario». Sono previste delle ec-cezioni che però qui non interessano. Non riesco, da
profano, a capire bene se si parla di membri del parla-mento o solo di addetti a «impieghi e uffici». Sarebbe in-teressante sapere se l’ordine degli avvocati s’è mai po-sto il problema e se, anche a prescindere dalla legge, s’è
mai espresso sulla liceità di conciliare la doppia funzio-ne di parlamentare e di avvocato

VVOCATO GHEDINI, PARLAMENTARE A TEMPO PERSO

E
gregio dottor Augias, la cosa che mi lascia sempre interdetto è vedere l’avvocato Niccolò Ghedini, di-fensore di Silvio Berlusconi, che anziché occuparsi di giustificare il suo stipendio da parlamentare con
la frequentazione del Parlamento e con lavori relativi al suo mandato, è invece occupato solo a difen-dere l’ex presidente del Consiglio. Ritengo che sarebbe ora di stabilire una regola per la quale quando un av-vocato viene eletto in Parlamento deve sospendere le sue funzioni di libero professionista. Con l’aria che tira
non credo che qualcuno prenderà in considerazione questa possibilità anche se sarebbe cosa logica e facile,
al pari del taglio dei parlamentari, della soppressione di tanti piccoli tribunali inutili, tutte cose di cui si è di-scusso cento volte senza che mai niente accadesse. Ma è possibile che in questo Paese nulla debba mai dav-vero accadere?
Emilio Castano  — emilio-castano@yahoo.it
AVVOCATO GHEDINI, PARLAMENTARE A TEMPO PERSO
H
a ragione il signor Castano, ci sono cose che
saltano all’occhio, che ci vorrebbe nulla a de-cidere e a fare e che invece non vengono fatte.
E dire che l’ondata di proteste, arrivate talvolta fino
alla nausea della politica nascono anche da qui. Dal-le piccole cose voglio dire, quasi quanto dalle grandi,
se non di più. Il caso dell’avvocato Ghedini è uno di
questi. Se si leggono gli annuari parlamentari si vede
che il difensore abituale di Berlusconi ha un indice di
produttività pari a 14,4. Su 630 deputati occupa il 621°
posto nella classifica dell’assiduità con un indice di
presenza del 19 per cento e un indice di assenza
dell’81. Devo precisare che questo indice di produt-tività non prende in considerazione il lavoro in com-missione, nei gruppi, nei comitati parlamentari e via
dicendo. Comunque non credo che, considerando-li, il risultato cambierebbe in modo significativo.
L’avvocato Ghedini che ha spesso a che fare con la
moralità di comportamento dei suoi assistiti dovreb-be riflettere credo anche sulla propria moralità in or-dine al mandato che gli elettori gli hanno (avrebbero)
affidato. Ho letto nei giorni scorsi che Gianrico Caro-figlio che ormai è diventato uno scrittore a tempo pie-no ha deciso di dimettersi in via definitiva dalla ma-gistratura al cui ordine apparteneva con incarichi di
rilievo. Ecco una scelta che anche altri suoi colleghi,
ormai più noti come scrittori che come magistrati,
dovrebbero adottare. Ho anche letto, aggiungo per
inciso, che un altro magistrato, Antonio Ingroia, ha
deciso di lasciare la magistratura per la politica. Lo ha
fatto lanciando una serie di accuse agli organi di au-tocontrollo. Finisce male la sua carriera di magistra-to, tra contumelie e rancore. La doppia vicenda di
Ghedini, avvocato a tempo pieno e parlamentare a
tempo perso, invece non s’è chiusa. E forse è peggio.

lunedì 15 luglio 2013

IAZZA NAVONA COME UN SUK

G
entile dottor Augias lei abita a Roma, io a Milano. Giorni fa ero a Roma per sbrigare certe faccende e so-no voluto andare a vedere la famosa piazza Navona. Ho trovato uno spettacolo indecente. La piazza in-vasa da bancarelle di ogni tipo con ogni tipo di paccottiglia, i tavolini dei numerosi bar e ristoranti che
debordano da ogni parte, una quantità di finti pittori molti dei quali africani, quadri ridicoli. Lei che è romano
mi deve dire come si fa a tollerare una simile indecenza. Non ho particolari attitudini artistiche e capisco le ra-gioni del turismo di massa ma credo che ci sia un limite a tutto e che non si può sconciare un luogo rispettabi-le in quel modo.
Emanuele Saporiti— Milano
PIAZZA NAVONA COME UN SUK
S
timolato dalla lettera del signor Saporiti sono
tornato a vedere piazza Navona. Due volte nel-la stessa giornata. La prima verso le 19.30, la se-conda dopo cena verso le 23. Ho dovuto constatare
che le osservazioni del lettore milanese sono più che
giustificate. Detto in breve, piazza Navona è ridotta in
condizioni oscene. Confesso di averne un ricordo un
po’ fuori tempo quando la si poteva attraversare in un
silenzio rotto solo dal fruscio liquido delle fontane
berniniane. Era molti anni fa ed evocare oggi quella
condizione comporta il rischio di sconfinare in una
specie di estetismo tardo-dannunziano. Ne sono
consapevole. Però tra il possibile estetismo insito nel
rimpianto di quello stato di grazia e l’attuale ripu-gnante decomposizione credo possibile trovare una
via di mezzo. Non voglio dare la croce addosso all’ex
sindaco Alemanno tanto più ora che non è più in ca-rica. È però un fatto che la condizione della piazza, e
di Roma in generale, negli ultimi anni ha avuto anche
dal punto di vista estetico un tracollo. Tra le tante co-se, è mancato a quell’amministrazione un sufficiente
livello di gusto, la consapevolezza culturale di che co-sa sia una città come Roma, di quale equilibrio sia ne-cessario mantenere tra le esigenze del commercio e
del turismo (che la tengono in piedi) e l’indispensabi-le rispetto di luoghi venerabili, unici al mondo. Arri-vando da via Zanardelli si possono ancora vedere i re-sti dell’antico stadio di Domiziano la cui forma ovoi-dale la piazza ricalca. Quei resti sono spesso cosparsi
di rifiuti che i passanti distratti lasciano cadere e che
nessuno rimuove. I sedicenti “pittori” che affollano i
luoghi sono per lo più al di sotto di ogni valutazione,
bar e ristoranti si sono impadroniti del luogo facen-done lo scenario di fondo delle loro portate. Il divieto
di accesso alle auto è diventato elastico. Suonatori,
mendicanti, venditori di oggettini inutili completano
il quadro mediorientale. Il nuovo sindaco ha cento
problemi che lo aspettano, chissà se avrà la forza, il
tempo, la voglia, di affrontare anche questo.

IOR, LE SPERANZE RIPOSTE IN FRANCESCO

C
aro Augias, “nella Curia c'è gente sana, veramente sana. Ma esiste anche una corrente di corruzione, dav-vero. Si parla di lobby gay, ed è vero... dobbiamo vedere cosa possiamo fare...”. Sarebbero queste le parole
pronunciate da papa Francesco il 6 giugno nel corso di un incontro con i rappresentanti della Confedera-cion Latinoamericana y Caribena de Religiosas y Religiosos (Clar). Già Benedetto XVI aveva espresso sgomento
per “la veste e il volto deturpati della Chiesa”, aveva dovuto constatare come, nella rete di Pietro, “si trovano an-che pesci cattivi”. Il nuovo Pontefice argentino ci deve riconciliare con il volto bello della Chiesa. Sarebbe una bea-titudine per me, fervente cattolico-cristiano, vedere una Chiesa più povera, più sana, più pulita, dove al primo po-sto ci fosse non il denaro ma Dio, come voleva Gesù. Questo è il mio sogno, forse riuscirò a vederlo realizzato.
Franco Petraglia– Cervinara (Av)
IOR, LE SPERANZE RIPOSTE IN FRANCESCO
A
uguro anch’io al signor Petraglia di vedere rea-lizzato il suo sogno, se ne avvantaggerebbero
non solo i cattolici ma, per restare al nostro pae-se, tutti gli italiani. Se poi a una Chiesa risanata si unis-se anche una Chiesa più discreta nell’esercitare la sua
influenza sulle faccende della repubblica italiana, po-tremmo parlare di un importante miglioramento della
situazione. Da parecchio tempo questo giornale non-ché, per la mia piccola parte, questa rubrica sostengo-no linee di condotta finalmente fatte proprie da (alcu-ne) alte gerarchie vaticane e dallo stesso papa France-sco. Abbiamo avuto reazioni spazientite, in alcuni casi
moleste o insultanti; le frange oltranziste del mondo
cattolico non avevano capito che le critiche in buona fe-de possono essere ascoltate e discusse prima di respin-gerle. Era accaduta la stessa cosa ai tempi dello scan-dalo della pedofilia. In Italia quei fatti sono giunti atte-nuati ma in altri paesi, per esempio Stati Uniti e Ger-mania, hanno avuto effetti devastanti dal punto di vista
spirituale ed economico. Ci volle un certo tempo prima
che papa Ratzinger esprimesse con la forza dovuta lo
sconcerto e l’amarezza per quanto era accaduto e sta-va accadendo. Anche allora, i giornali che davano con-to della gravità degli episodi furono attaccati. Se il si-gnor Petraglia ha un sogno, un cronista estraneo come
me osserva con la più rispettosa attenzione. Curioso di
vedere se papa Francesco avrà la forza di superare le
forti resistenze, se riuscirà davvero ad aprire le stanze
maleodoranti dello Ior, far luce sui suoi compiacenti
conti segreti, se arriverà addirittura a svelare il mistero
della fine di Emanuela Orlandi, le vere ragioni del tri-plice omicidio commesso dentro le sue mura nel mag-gio 1998. Il vice caporale Cédric Tornay venne fatto pas-sare per uno squilibrato omicida e suicida. Tutti s

GRILLO INCAPACE DI UN SALTO DI QUALITÀ

C
aro Augias, i movimenti dal basso hanno ottenuto molte importanti vittorie, per esempio la grande ri-sposta al referendum sull’acqua del 13 giugno 2011. Su quella spinta il M5S ha ottenuto di sedersi in Par-lamento. Ha quindi accettato di giocare secondo le regole precise della democrazia. Se ha accettato le
regole, pretendo però che ne accetti uno degli aspetti fondamentali, il rispetto delle opinioni altrui. Per que-sto mi spaventa la reazione scomposta e violenta alle parole di Toni Servillo, che ha pacatamente espresso il
proprio punto di vista di cittadino: perché il rifiuto di ogni confronto, il ritenersi l’unica voce che può parlare
anche insultando ed offendendo, il denigrare continuamente le istituzioni e coloro che le rappresentano ha
un’unica finalità, raggiungere il pensiero unico, altrimenti detto dittatura. Mi sembra che attaccare chi si per-mette di dissentire appartenga ad un passato che in Italia ritenevamo ripudiato per sempre viste le rovine che
è costato.
Costanza Boccardi — cosbocc@gmail.com
GRILLO INCAPACE DI UN SALTO DI QUALITÀ
L
a signora Boccardi si riferisce agli insulti che so-no piovuti in rete su Toni Servillo, arrivati fino
all’invito a boicottare il film “La grande bellez-za”. Unica colpa di Servillo aver espresso (8 e mezzo,
La7) seri dubbi sul M5S, sulla sua linea politica, sulla
tenuta democratica. Dettagli, si dirà. Certo sono det-tagli però significativi di un movimento che appare
allo sbando, quindi innervosito, che ha preso la pes-sima abitudine (come ho sperimentato di persona) di
rispondere alle critiche a suon di insulti. Quando si
commenta una sconfitta elettorale catastrofica come
quella appena conclusa, consolandosi con le vittorie
a Pomezia e Assemini, anche al netto della gaffe di col-locare Pomezia in Abruzzo, si manda un segnale di
clamorosa inefficienza. Nemmeno il peggior Pci è
mai arrivato a tanto. I titoli de “L’Unità” nelle tornate
elettorali più negative usavano in genere la formula
«il partito sostanzialmente ha tenuto», patetica ma
non offensiva. Dettagli? Certo anche questi sono det-tagli però ancora più significativi delle critiche assur-de a Toni Servillo. Se lì si poteva intravedere una pic-cola ombra di fascismo, qui emerge con chiarezza ciò
che si era sospettato da tempo, cioè che Grillo non ha
la capacità di fare il salto da agitatore di piazza a lea-der politico. Sono due mestieri diversi, per il primo
basta avere fiato (anche in senso fisico), sparare a mi-traglia contro tutto e tutti sollevando lo sdegno delle
piazze — detto per inciso quasi sempre ampiamente
giustificato. Per fare il politico bisogna saper valuta-re con realismo le situazioni, saper mediare senza
perdersi, dimostrare di avere una strategia. Cantare
una vittoria “lenta e inesorabile” per il sindaco di Po-mezia significa annegare tutto questo nel ridicolo

domenica 7 luglio 2013

NOI, VIANDANTI DELUSI SULLA VIA FRANCIGENA

G
entile dottor Augias, alcuni giorni fa mio marito ed io siamo partiti da Pietrasanta per raggiungere Ro-ma in mountain bikelungo la Via Francigena. Abbiamo già fatto il Cammino di Santiago da Roncisvalle
alla meta, quindi abbiamo all’attivo quasi 800 km di sterrato. Sapevamo che avremmo avuto proble-mi, ma l’impatto è stato tale che a Siena abbiamo deciso di tornare. Una breve lista delle criticità: carenza del-la segnaletica, grave nei boschi e nelle zone di campagna lontane dagli abitati, pessime condizioni dei sen-tieri, percorsi obbligati su strade anche secondarie sempre trafficate e quindi pericolose, assenza di piste ci-clabili in avvicinamento alle città (pessimo l’arrivo a Siena, strade strette e frequentatissime), carenza di strut-ture di accoglienza. Certo, splendore dei paesaggi, straordinaria ricchezza artistica, buona cucina, calore del-le persone che ci hanno aiutato. Ottimo per esempio il tratto curatissimo di Monteriggioni (onore al sindaco).
In quattro giorni abbiamo incrociato solo sette pellegrini a piedi o in bicicletta anche se San Gimignano e Sie-na pullulavano di turisti. Una signora francese che andava a piedi partendo da Torino, reduce anche lei da
Santiago, ci ha detto: «Amo tanto l’arte e le bellezze del vostro paese. Ho fatto però molte fatiche inutili per la
segnaletica mancante e sulle strade ho la sensazione di mettere in pericolo la vita, ma, si sa, questa è l’Italia».
Che dispiacere sentirlo.
Graziella Porté e Nino Franco  – Aosta
NOI, VIANDANTI DELUSI SULLA VIA FRANCIGENA
I
l dispiacere che suscita questa lettera è dovuto so-prattutto al fatto che si tratta di inconvenienti nel-lo stesso tempo spiacevoli e gravi ma che baste-rebbe poco per eliminare. Pochissimi soldi, un po’ di
attenzione, un po’ di buona volontà. Come abbiamo
più volte scritto su questo giornale, il turismo “lento”
potrebbe rappresentare una straordinaria risorsa in
un paese come il nostro disseminato di capolavori di
cui sono ricchi anche i Comuni più piccoli. Questo tu-rismo, tra l’altro, come mi fa notare la signora Porté,
è fatto da persone di buona cultura che restano a lun-go sul territorio rispettando l’ambiente, che si ap-poggiano al piccolo commercio e alla piccola ristora-zione, che possono offrire di che vivere a chi abita i
piccoli e piccolissimi centri. Sono persone già inna-morate dell’Italia o disposte a farlo se appena aiutate
nei loro propositi, se non allontanate da troppo evi-denti, a volte stupide, mancanze. Quanto poco ci vor-rebbe per i sindaci dei Comuni interessati curare i
sentieri, integrare la segnaletica, predisporre itinera-ri al riparo dal traffico veloce. Il turismo “lento” è in
aumento, lo hanno incrementato l’amore per un ti-po di spostamento più sano e rilassante e la crisi che
ha spinto verso consumi più moderati. Che si aspet-ta ad agevolarlo?

CRISI DEI GIORNALI E DEFICIT DI DEMOCRAZIA

G
entile Augias, il crollo della vendita dei giornali mi sembra un segno di analfabetismo sociale di ritorno.
Taglia fuori milioni di persone dalla capacità di analisi di problemi complessi, rende una quota crescente
di elettori “incompetenti” alla democrazia. Qui nasce la debolezza della nostra “pubblica opinione”.
Una mancanza di controllo e di partecipazione alla discussione pubblica ha anche traviato i politici, sicuri di
potersi permettere qualsiasi trasgressione, al riparo della diffusa incapacità di mettere in relazione la cause con
gli effetti. La disinformazione diventa sintomo di involuzione democratica perché, quando gli analfabeti so-ciali saranno più numerosi dei partecipi, il regime si sarà di fatto instaurato. Lo stravolgimento della Costitu-zione sarà solo una formalità che il populista di turno sbrigherà con poca fatica, spacciandola per “moderniz-zazione”. Nel giubilo di quelli che si vantano di non leggere mai il giornale, perché a loro “la politica fa schifo”.
Massimo Marnetto— massimo.marnetto@gmail.com
CRISI DEI GIORNALI E DEFICIT DI DEMOCRAZIA
I
l signor Marnetto si riferisce ai dati esposti da Giu-lio Anselmi, presidente della Federazione Editori,
di cui  Repubblica ha dato notizia giovedì. Sono
drastici, più che a una crisi fanno pensare a un cam-biamento epocale. Dal 2007 al 2012 la diffusione dei
quotidiani ha perso oltre il 22 per cento, un milione e
passa di copie in cifra assoluta. Pessimo il 2012 anche
per la pubblicità: meno 14 per cento, investimenti tor-nati al livello del 1991. Anche il dato dell’occupazione
in linea con gli altri. Aggiungo un piccolo episodio si-gnificativo che conferma l’andamento. Il sindaco di
una cittadina del Lazio mi diceva giorni fa che i giova-ni del suo Comune non vanno più all’edicola nem-meno per comprare un quotidiano sportivo. Si sono
suggeriti dei rimedi, per esempio: “strumenti norma-tivi e finanziari per favorire il ricambio e sostenere l’in-novazione”. Ben vengano. Ma dobbiamo prendere
atto che stiamo attraversando il passaggio da uno
strumento ad un altro. Non è un caso che i giornali
stampati su carta siano in sofferenza ovunque, dagli
Stati Uniti alla Francia dove gloriose testate sono ri-dotte ad uno sparuto numero di pagine come nell’im-mediato dopoguerra. Giornali (e libri) sono un pro-dotto commerciale ma anche un veicolo d’informa-zione, dunque di consapevolezza politica, culturale,
civile. I timori del signor Marnetto sono quindi giusti-ficati. Basta pensare a che cosa sarebbe un panorama
informativo affidato ai soli tg. Ho però fiducia, con-fesso, che in un modo o nell’altro il ruolo della “stam-pa” continuerà anche se non si tratterà più soltanto di
diffondere parole scritte su un foglio di carta. Le paro-le, comunque diffuse, continueranno a circolare, ad
avere un peso. Per ricominciare, possibilmente.