PARLARE DI POVERTÀ NON È ORATORIA
G
entile dott. Augias, ho notato che spesso, anzi sempre, l’aggettivo “retorico” ha valenza negativa. In
questo senso lo ha usato il giornalista Marcello Veneziani. Ha definito così il discorso della neo eletta
presidente della Camera Laura Boldrini rispondendo ad una ascoltatrice della rubrica radio Rai “Pri-ma pagina” di domenica 17. Anche io ho trovato il discorso solo un po’ ma sanamente retorico prima di ac-corgermi che il ruolo dell’onorevole Boldrini all’interno dell’Alto Commissariato per i rifugiati era esatta-mente quello di addetta alle comunicazioni. Ne ho concluso che la simpatica onorevole aveva studiato que-sta “arte del parlare e dello scrivere in modo appropriato e persuasivo” tipico dei retori antichi Cicerone in te-sta. Ben venga il diffondersi di questo strumento comunicativo. Per anni ho rimproverato al Pd, del quale so-no elettrice, di non curare l’espressione “efficace” di alcuni dei suoi candidati a premier mentre Berlusconi
finiva per prevalere usando sempre la bassa retorica del grande venditore.
Paola Setti— Firenze
PARLARE DI POVERTÀ NON È ORATORIA
M
i ha stupito apprendere che Marcello Vene-ziani abbia usato quelle espressioni nei
confronti di Laura Boldrini. Veneziani è un
uomo abituato alla scrittura e alle distinzioni, non so-no molti nella sua parte politica. La rozzezza di quel
giudizio si addice a un militante, non a uno scrittore.
Il povero Alfano per esempio ha dovuto definire il di-scorso della Boldrini un’accozzaglia di banalità del-la sinistra radicale. Ma nel suo caso si può capire, pre-valeva il ruolo di segretario, l’obbedienza alla linea e
al capo. Se il discorso della Boldrini è stato “retorico”
(nel senso di ampolloso, povero di sostanza) che co-sa dovremmo dire allora dei discorsi dell’ex presi-dente del Consiglio? Ma soprattutto, perché “retori-co”? In realtà la parola “retorica”, come ricorda la si-gnora Setti, contiene anche un significato alto essen-do “arte del parlare e dello scrivere in modo persua-sivo, efficace, esteticamente pregevole” (Sabatini -Coletti). In estrema sintesi è sinonimo di “eloquen-za”. Laura Boldrini nel discorso inaugurale ha cen-trato la sua attenzione soprattutto sui più deboli, sui
meno fortunati. Ha voluto ricordare che una delle
piaghe della nostra epoca (non escluso il nostro Pae-se) è la sproporzione tra chi ha troppo e chi non ha
quasi niente. Forse l’ha influenzata la sua ventenna-le esperienza nelle agenzie delle Nazioni Unite che si
dedicano a questo dramma. Sicuramente c’era nelle
sue parole una sensibilità alla quale la cattiva politi-ca degli ultimi anni ci aveva disabituato. Le circo-stanze hanno poi voluto che quelle parole coincides-sero fortemente con quelle che il nuovo papa Fran-cesco pronunciava e ripeteva nelle prime fasi del suo
insediamento. Banalità di sinistra anche quelle?
entile dott. Augias, ho notato che spesso, anzi sempre, l’aggettivo “retorico” ha valenza negativa. In
questo senso lo ha usato il giornalista Marcello Veneziani. Ha definito così il discorso della neo eletta
presidente della Camera Laura Boldrini rispondendo ad una ascoltatrice della rubrica radio Rai “Pri-ma pagina” di domenica 17. Anche io ho trovato il discorso solo un po’ ma sanamente retorico prima di ac-corgermi che il ruolo dell’onorevole Boldrini all’interno dell’Alto Commissariato per i rifugiati era esatta-mente quello di addetta alle comunicazioni. Ne ho concluso che la simpatica onorevole aveva studiato que-sta “arte del parlare e dello scrivere in modo appropriato e persuasivo” tipico dei retori antichi Cicerone in te-sta. Ben venga il diffondersi di questo strumento comunicativo. Per anni ho rimproverato al Pd, del quale so-no elettrice, di non curare l’espressione “efficace” di alcuni dei suoi candidati a premier mentre Berlusconi
finiva per prevalere usando sempre la bassa retorica del grande venditore.
Paola Setti— Firenze
PARLARE DI POVERTÀ NON È ORATORIA
M
i ha stupito apprendere che Marcello Vene-ziani abbia usato quelle espressioni nei
confronti di Laura Boldrini. Veneziani è un
uomo abituato alla scrittura e alle distinzioni, non so-no molti nella sua parte politica. La rozzezza di quel
giudizio si addice a un militante, non a uno scrittore.
Il povero Alfano per esempio ha dovuto definire il di-scorso della Boldrini un’accozzaglia di banalità del-la sinistra radicale. Ma nel suo caso si può capire, pre-valeva il ruolo di segretario, l’obbedienza alla linea e
al capo. Se il discorso della Boldrini è stato “retorico”
(nel senso di ampolloso, povero di sostanza) che co-sa dovremmo dire allora dei discorsi dell’ex presi-dente del Consiglio? Ma soprattutto, perché “retori-co”? In realtà la parola “retorica”, come ricorda la si-gnora Setti, contiene anche un significato alto essen-do “arte del parlare e dello scrivere in modo persua-sivo, efficace, esteticamente pregevole” (Sabatini -Coletti). In estrema sintesi è sinonimo di “eloquen-za”. Laura Boldrini nel discorso inaugurale ha cen-trato la sua attenzione soprattutto sui più deboli, sui
meno fortunati. Ha voluto ricordare che una delle
piaghe della nostra epoca (non escluso il nostro Pae-se) è la sproporzione tra chi ha troppo e chi non ha
quasi niente. Forse l’ha influenzata la sua ventenna-le esperienza nelle agenzie delle Nazioni Unite che si
dedicano a questo dramma. Sicuramente c’era nelle
sue parole una sensibilità alla quale la cattiva politi-ca degli ultimi anni ci aveva disabituato. Le circo-stanze hanno poi voluto che quelle parole coincides-sero fortemente con quelle che il nuovo papa Fran-cesco pronunciava e ripeteva nelle prime fasi del suo
insediamento. Banalità di sinistra anche quelle?
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DEPUTATI E VINCOLO DI MANDATO UNA DIFESA DELL’ARTICOLO 67
crivo a proposito della sua
risposta sull’art. 67 della
Costituzione. È vero che
l’abolizione del mandato
imperativo fu accolta dai
rivoluzionari del 1789 in
contrapposizione con le
pratiche dell’Ancien Régime,
successivamente però il
principio opposto divenne
bandiera della sinistra. Già
Robespierre avanzò la
proposta, respinta però dalla
Convenzione. Ancora più
radicale fu la Comune di
Parigi nel 1870. Agli occhi dei
Comunardi occorreva
instaurare un mandato
imperativo preciso, la
sorveglianza costante degli
eletti da parte degli elettori e
la possibilità per questi di
revocare i primi. Il principio
fu poi inserito in quasi tutte
le costituzioni dei paesi
comunisti anche se poi, come
sappiamo, in quei sistemi
decideva il Partito unico. La
possibilità di richiamare
l’eletto esiste anche in alcuni
Stati degli Usa (il cosiddetto
«recall») anche se le
difficoltà della procedura
sono tali da rende l’istituto
praticamente inapplicabile.
Ci fu comunque un tentativo
degno di essere segnalato.
Accadde nel Wisconsin
contro il senatore
MacCarthy, famoso per la
sua caccia al comunista.
Furono raccolte le centinaia
di migliaia di firme
necessarie ma ne furono
invalidate un numero
sufficiente (alcune decine di
migliaia) per annullare
l’intero procedimento.
Stefano Pizzorno
wellinton
Caro Pizzorno,
G
razie alla sua lettera,
molto interessante, ri-prendo un tema che
continua a suscitare l’attenzio-ne dei lettori. Molti di essi
non sono stati convinti da
una mia precedente risposta
(Corriere del 7 marzo) e conti-nuano a pensare che l’art. 67
della Costituzione («Ogni
membro del Parlamento rap-presenta la nazione ed eserci-ta la sue funzioni senza vinco-lo di mandato») sia responsa-bile di tutti i cambiamenti di
casacca e passaggi di campo
degli ultimi vent’anni.
Per meglio capire la logica
dell’art. 67, tuttavia, occorre
tornare al clima politico del
dopoguerra. I costituenti vol-lero l’abolizione del mandato
imperativo proprio mentre
l’Italia si preparava a uscire
da un lungo periodo, dopo la
fine del primo governo Bado-glio, in cui il Paese era stato
governato, di fatto, da un or-gano partitocratico (il Comita-to di liberazione nazionale) in
cui erano rappresentati i mag-giori partiti antifascisti. In
una tesi di dottorato, discussa
qualche anno fa alla Facoltà
di Scienze politiche dell’Uni-versità di Roma, il candidato
Stefano Duranti osserva che
l’art. 67 sembra quindi essere
in contraddizione con la real-tà politica dell’Italia dopo il
crollo del fascismo. È possibi-le, ma lo stesso Duranti osser-va che negli anni seguenti,
quando l’eccessiva presenza
dei partiti nel sistema politico
fu percepita come uno dei
principali fattori negativi del
sistema nazionale, l’art. 67 di-venne agli occhi di molti una
provvidenziale clausola di sal-vaguardia. In un momento in
cui i partiti stavano diventan-do più importanti delle pub-bliche istituzioni era utile che
il candidato conservasse il di-ritto di rivendicare la propria
libertà di opinione e di scelta.
Oggi, invece, assistiamo al
fenomeno opposto. Mentre i
partiti (con l’eccezione del
Pd) diventano sempre di più
associazioni elettorali e i rag-gruppamenti formati in vista
delle elezioni sono sempre vi-ziati da molte divergenze in-terne, si vorrebbe che il parla-mentare si attenesse agli ordi-ni della scuderia. Coloro che
desiderano l’abolizione del-l’art. 67 potrebbero obiettare:
«Non siamo ostili alla libertà
di scelta del singolo parlamen-tare. Siamo indignati dalla
spudorata compravendita di
deputati e senatori a cui abbia-mo assistito negli scorsi an-ni». D’accordo. Ma l’abolizio-ne, in questo momento, offri-rebbe a certi leader, fra cui
Beppe Grillo, un argomento
in più per pretendere un’obbe-dienza cieca e assoluta. Dopo
quanto è accaduto al Senato
allorché alcuni grillini hanno
osato votare per Pietro Gasso
alla presidenza della Camera
alta, siamo sicuri che una tale
prospettiva, in questo mo-mento, giovi alla politica ita-liana?
risposta sull’art. 67 della
Costituzione. È vero che
l’abolizione del mandato
imperativo fu accolta dai
rivoluzionari del 1789 in
contrapposizione con le
pratiche dell’Ancien Régime,
successivamente però il
principio opposto divenne
bandiera della sinistra. Già
Robespierre avanzò la
proposta, respinta però dalla
Convenzione. Ancora più
radicale fu la Comune di
Parigi nel 1870. Agli occhi dei
Comunardi occorreva
instaurare un mandato
imperativo preciso, la
sorveglianza costante degli
eletti da parte degli elettori e
la possibilità per questi di
revocare i primi. Il principio
fu poi inserito in quasi tutte
le costituzioni dei paesi
comunisti anche se poi, come
sappiamo, in quei sistemi
decideva il Partito unico. La
possibilità di richiamare
l’eletto esiste anche in alcuni
Stati degli Usa (il cosiddetto
«recall») anche se le
difficoltà della procedura
sono tali da rende l’istituto
praticamente inapplicabile.
Ci fu comunque un tentativo
degno di essere segnalato.
Accadde nel Wisconsin
contro il senatore
MacCarthy, famoso per la
sua caccia al comunista.
Furono raccolte le centinaia
di migliaia di firme
necessarie ma ne furono
invalidate un numero
sufficiente (alcune decine di
migliaia) per annullare
l’intero procedimento.
Stefano Pizzorno
wellinton
Caro Pizzorno,
G
razie alla sua lettera,
molto interessante, ri-prendo un tema che
continua a suscitare l’attenzio-ne dei lettori. Molti di essi
non sono stati convinti da
una mia precedente risposta
(Corriere del 7 marzo) e conti-nuano a pensare che l’art. 67
della Costituzione («Ogni
membro del Parlamento rap-presenta la nazione ed eserci-ta la sue funzioni senza vinco-lo di mandato») sia responsa-bile di tutti i cambiamenti di
casacca e passaggi di campo
degli ultimi vent’anni.
Per meglio capire la logica
dell’art. 67, tuttavia, occorre
tornare al clima politico del
dopoguerra. I costituenti vol-lero l’abolizione del mandato
imperativo proprio mentre
l’Italia si preparava a uscire
da un lungo periodo, dopo la
fine del primo governo Bado-glio, in cui il Paese era stato
governato, di fatto, da un or-gano partitocratico (il Comita-to di liberazione nazionale) in
cui erano rappresentati i mag-giori partiti antifascisti. In
una tesi di dottorato, discussa
qualche anno fa alla Facoltà
di Scienze politiche dell’Uni-versità di Roma, il candidato
Stefano Duranti osserva che
l’art. 67 sembra quindi essere
in contraddizione con la real-tà politica dell’Italia dopo il
crollo del fascismo. È possibi-le, ma lo stesso Duranti osser-va che negli anni seguenti,
quando l’eccessiva presenza
dei partiti nel sistema politico
fu percepita come uno dei
principali fattori negativi del
sistema nazionale, l’art. 67 di-venne agli occhi di molti una
provvidenziale clausola di sal-vaguardia. In un momento in
cui i partiti stavano diventan-do più importanti delle pub-bliche istituzioni era utile che
il candidato conservasse il di-ritto di rivendicare la propria
libertà di opinione e di scelta.
Oggi, invece, assistiamo al
fenomeno opposto. Mentre i
partiti (con l’eccezione del
Pd) diventano sempre di più
associazioni elettorali e i rag-gruppamenti formati in vista
delle elezioni sono sempre vi-ziati da molte divergenze in-terne, si vorrebbe che il parla-mentare si attenesse agli ordi-ni della scuderia. Coloro che
desiderano l’abolizione del-l’art. 67 potrebbero obiettare:
«Non siamo ostili alla libertà
di scelta del singolo parlamen-tare. Siamo indignati dalla
spudorata compravendita di
deputati e senatori a cui abbia-mo assistito negli scorsi an-ni». D’accordo. Ma l’abolizio-ne, in questo momento, offri-rebbe a certi leader, fra cui
Beppe Grillo, un argomento
in più per pretendere un’obbe-dienza cieca e assoluta. Dopo
quanto è accaduto al Senato
allorché alcuni grillini hanno
osato votare per Pietro Gasso
alla presidenza della Camera
alta, siamo sicuri che una tale
prospettiva, in questo mo-mento, giovi alla politica ita-liana?
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MARÒ, IL TRADIMENTO DELLA PAROLA DATA
Caro dottor Augias, il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa, qualche giorno prima delle elezioni
hanno accolto in modo solenne i due fucilieri di Marina accusati in India di omicidio volontario ma che in
realtà avrebbero dovuto essere, secondo le notizie arrivate in Italia in questi mesi, accusati di omicidio col-poso. La scorsa settimana, il ministro degli Esteri ha tradito la fiducia del governo indiano affermando che i due
marinai, per i quali era stata concordata una permanenza in Italia di un mese per ragioni in parte elettorali, in par-te familiari, non sarebbero più tornati in India. Oggi ci troviamo con il nostro ambasciatore “sotto sequestro” e una
quasi rottura delle relazioni con il grande paese asiatico. Non possiamo prevedere quanto questo danneggerà la
nostra politica estera e soprattutto l’economia. Ne valeva la pena?
Guariente Guarienti — guariente.guarienti
MARÒ, IL TRADIMENTO DELLA PAROLA DATA
I
l caso è molto imbarazzante. L’opinione prevalente,
che condivido, è che si è trattato di una imperdona-bile gaffe dalle conseguenze ancora imprevedibili e
comunque pesanti anche dal punto di vista economi-co per le nostre imprese. Né vale obiettare che l’India si
è comportata in modo poco chiaro e dilatorio, giocan-do tra competenze locali del Kerala (estremo sud-ove-st di quella penisola) e competenze dello stato centra-le. L’ambasciatore Mancini aveva firmato un impegno
scritto per il rientro dei due marinai e quell’impegno
andava mantenuto. Il prof Gianfranco Nuzzo dell’Uni-versità di Palermo (gianfranco. nuzzo@gmail. com) mi
scrive per ricordarmi: «Nel 246 a. C. – durante la prima
guerra punica – Marco Atilio Regolo, console romano
catturato dai Cartaginesi, venne da questi inviato a Ro-ma per convincere il Senato a trattare la pace, dopo aver
giurato che sarebbe in ogni caso tornato in Africa. Da-vanti ai senatori, Regolo raccomandò invece la conti-nuazione della guerra e la ottenne. Quindi tornò a Car-tagine, per mantenere la parola data, dove venne fatto
morire fra molti tormenti. Ecco perché i nostri governi
(di destra e di sinistra, tecnici e non) stanno poco per
volta eliminando la cultura classica dalla scuola italia-na: non vogliono commettere lo stesso errore del fasci-smo, che le diede centralità per poi ritrovarsi con la
maggior parte dei suoi oppositori usciti dal liceo classi-co!». Non ci sono parole per commentare l’inaudita leg-gerezza della decisione presa da ben tre governanti del-la Repubblica senza nulla dire a nessuno e senza sop-pesare come dovevano le conseguenze di quella deci-sione. Tra l’altro si è così aggravata la nostra cattiva no-mea in fatto di affidabilità dovuta anche alla circostan-za che nelle due ultime guerre mondiali abbiamo
cominciato da una parte e finito dall’altra. Almeno ai
ministri la storia qualche cosa dovrebbe pur insegnare.
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