sabato 11 maggio 2013

Posted 24 Marzo

LA POLITICA ESTERA È QUESTIONE DI RANGO

G
entile Augias, mi sembra azzardato dire che nelle due ultime guerre mondiali l’Italia ha cominciato da una
parte e finito dall’altra come lei ha fatto in questa rubrica. L’Italia faceva parte della Triplice Alleanza che
aveva carattere difensivo. Quando l’Austria-Ungheria aggredì la Serbia non c’era alcun obbligo di inter-venire e l’Italia dunque non cominciò da quella parte. A ciò si aggiungevano sacrosante ragioni di rivendicazioni
territoriali, per il compimento del Risorgimento. Quanto alla seconda guerra, quello che Sandro Pertini definì «il
tardo rinsavimento degli italiani» venne dopo vent’anni di una dittatura che aveva portato il Paese al disastro di
un dissennato asservimento alla Germania. C’era un solo modo per liberarsi dalla criminale occupazione nazi-sta, responsabile di tante efferatezze, collaborare con gli Alleati. Non citerei quindi queste due contingenze sto-riche a riprova dell’asserita inaffidabilità italiana.
Riccardo Capasso — riccardocapasso
LA POLITICA ESTERA È QUESTIONE DI RANGO
È
possibile che andando a leggere le pieghe dei
trattati e delle alleanze si scopra che in fondo l’I-talia non aveva torto a … che non poteva fare al-trimenti che … eccetera. Anche ammesso che ciò sia di-mostrabile, sul piano del prestigio internazionale con-ta zero. Sono considerazioni che valgono in un semi-nario tra storici non sul piano, ammetto grossolano,
della considerazione a livello di opinione pubblica. Co-sì come conta zero il diverso trattamento che possiamo
aver subito per esempio dagli Stati Uniti. Il signor Ni-cola Vazzola (nicola.vazzola) mi ricorda lo
spaventoso incidente del Cermis quando «un branco
di cow-boy americani, capaci di pilotare di una mac-china da guerra potentissima decisero di giocare uno
stupido scherzo da caserma a dei civili inermi: “Adesso
li facciamo cagare sotto”; voce registrata dal cockpit».
Come finì? Finì che gli americani «li portarono in patria,
li giudicarono e li condannarono a pene risibili con mo-tivazioni risibili». Zero anche qui. Nella “Guerra del Pe-loponneso” Tucidide, nel celebre “dialogo” tra atenie-si e Meli (416 a. C.), disegna le condizioni tra Stati vali-de allora come oggi. Dettano gli ateniesi ai poveri iso-lani: «Voi sapete che nel linguaggio umano il diritto va-le a parità di forza, altrimenti i potenti fanno quello che
possono e i più deboli devono dichiararsi d’accordo».
Fine del discorso. La politica estera di un Paese, dice lo
storico greco, deve essere proporzionata al rango. La
vicenda dei due poveri marò è stata gestita malissimo
fin dall’inizio e si è conclusa come peggio non si pote-va. Il solo dubbio è se i due ministri principali respon-sabili, Giampaolo Di Paola (Difesa) e Giulio Terzi di
sant’Agata (Esteri) siano stati così maldestri per ine-sperienza o, diononvoglia, traviati dalla loro ideologia.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

DILETTANTI IN PARLAMENTO, PROVIAMO A FIDARCI

C
aro Augias, sono preoccupato, tra le tante cose, anche da ciò che avviene nelle candidature. “Ne sutor ul-tra crepidam! ” — cioè: “Ciabattino non andare oltre la scarpa!” — recitava un vecchio motto. Invece da
qualche anno è quasi di moda candidare nelle più disparate liste politiche, non escluso l’europarla-mento, professionisti dei media, uomini e donne di spettacolo, attori, sportivi, figure note, televisivamente par-lando. Persone così hanno spesso numerosi fan e seguaci, godono di un impatto forte sulla pubblica opinione,
una forza di attrazione che si trasforma in voti. Ma io mi chiedo se, a parte questo, avranno anche una qualche
capacità di occuparsi della gestione della “res publica ”. A volte, come il famoso ciabattino del proverbio, biso-gna ammettere i propri limiti. Non si può essere tuttologi. Non è sufficiente essere famosi per garantire quelle
competenze e quell’esperienza che a me sembrano necessarie per promuovere l’utilità comune. Non ci si im-provvisa insegnanti, geometri, ragionieri, avvocati, medici … e nemmeno politici, direi.
Claudio Riccadonna — claudioriccadonna@alice. it
DILETTANTI IN PARLAMENTO, PROVIAMO A FIDARCI
I
l fenomeno in effetti è nuovo e corrisponde al de-clino della forma partito come struttura in grado di
convogliare le opinioni e il consenso. A chi volesse
approfondire consiglio un piccolo libro agile e utilis-simo: Finale di partito, di Marco Revelli (Einaudi). È
una fenomeno che non riguarda solo l’Italia anche se,
come di consueto, da noi si manifesta in forme più co-lorite che altrove. È positivo o negativo? Tralascio le si-gnore bionde e piacenti salite anche a responsabilità
di governo, locale o nazionale, per meriti diciamo
estetici e mi concentro sui nuovi parlamentari cin-questellati. In genere paiono entusiasti, intimoriti
dunque per converso arroganti, terribilmente ine-sperti. C’è stato il caso di chi non sapeva nemmeno
che cosa fosse la Bce, il loro capo propone un referen-dum per uscire dall’euro trascurando che la Costitu-zione vieta di sottoporre a referendum le ratifiche di
trattati internazionali qual è, appunto, quello dell’eu-ro. Insomma, molta confusione, molta approssima-zione. Dall’altra parte abbiamo delle vecchie volpi di
pelo consunto che sanno tutto, compresi tutti i truc-chi per mantenersi al potere, per conservare a vita i
privilegi di funzione, auto, ufficio, autista, segreteria,
gente per la quale la politica è diventata soprattutto
tecnica di sopravvivenza, personale e di gruppo. Tra i
due mali mi sembrano preferibili i primi se non altro
per le buone intenzioni che in genere li animano. D’al-tra parte, il lavoro del parlamentare di base, il “peone”,
richiede quasi solo buona volontà: alla sostanza pen-sano i capigruppo e i funzionari del Parlamento. Fino
a prova contraria, che forse verrà, mi fiderei

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

RANCO SCONFITTO IN SPAGNA ESERCIZIO DI STORIA VIRTUALE

Il suo confronto tra l’attuale
conflitto civile in Siria e la
Spagna del 1936 mi porta a
rivolgerle quello che
sappiamo essere un quesito
di storia contro-fattuale. Che
cosa sarebbe accaduto se la
Repubblica fosse riuscita a
sconfiggere «l’alzamiento»
dei generali? Quali
conseguenze avrebbe avuto
per il futuro del continente
europeo la presenza di quello
che sarebbe di certo
diventato, dopo la ferocia
della guerra, un sicuro
regime stalinista nella
penisola iberica? Avrebbe
influito sulla decisione di
Hitler di invadere la Polonia?
Avrebbe ritardato lo scoppio
del secondo conflitto
mondiale come
desideravano, sia detto per
inciso, gli stessi generali
tedeschi ?
Mario Taliani
Noceto (Pr)
Caro Taliani,
N
on so se la sconfitta di
Franco e dei falangisti
avrebbe avuto per effet-to la nascita in Spagna di un
«regime stalinista». Grazie al-l’appoggio dell’Urss, i comuni-sti erano diventati la forza poli-tica meglio organizzata del Pa-ese, ma l’instaurazione di un
sistema sovietico si sarebbe
scontrata con la tenace resi-stenza dei moderati, dei con-servatori cattolici, dei demo-cratici progressisti, degli anar-chici. A Madrid vi sarebbe sta-to un governo di Fronte popo-lare con la possibile partecipa-zione del partito comunista,
ma la convalescenza, dopo il
dramma della guerra civile, sa-rebbe stata lunga e segnata da
parecchie ricadute.
Quanto alle conseguenze in-ternazionali della sconfitta di
Franco, le più gravi avrebbero
colpito l’Italia. Mentre Hitler si
era limitato a fare della Spa-gna una sorta di laboratorio
sperimentale per la nuova ae-ronautica militare del Reich,
Mussolini aveva fatto sulla
guerra civile spagnola un inve-stimento molto più consisten-te. La sconfitta di Franco sareb-be stata la sua sconfitta. Il ritor-no in patria di un esercito bat-tuto avrebbe rafforzato la fron-da all’interno del regime e co-stretto Mussolini a guardarsi
le spalle da tutti coloro che de-sideravano rinnovare il parti-to o rovesciare il regime. L’au-spicio di Carlo Rosselli («oggi
in Spagna domani in Italia») si
sarebbe forse avverato. Sul pia-no più strettamente militare il
regime avrebbe dovuto co-munque ammettere che l’Ita-lia, per molti anni, non sareb-be stata in condizione di af-frontare un nuovo conflitto.
Non vi sarebbero state le gran-di dimostrazioni antifrancesi
del 1939, le piazze piene di ma-nifestanti che chiedevano Niz-za, la Corsica, la Tunisia.
È molto più difficile imma-ginare quali ripercussioni la
sconfitta di Franco avrebbe
avuto sulla politica della Ger-mania nazista. Hitler avrebbe
dovuto tenere conto delle con-dizioni dell’Italia e dell’esisten-za nella penisola iberica di un
potenziale nemico. Ma fra i
due dittatori vi era una fonda-mentale differenza. Mussolini
doveva tenere conto di altri po-teri — la monarchia, la Chiesa,
gli ambienti economici, i ge-rarchi del regime — che avreb-bero approfittato della sua de-bolezza per avanzare richieste
e cercare d’imporre condizio-ni. Hitler aveva brutalmente
eliminato tutti i suoi nemici in-terni e parlava soltanto con se
stesso

Nessun commento:

Posta un commento