C
aro Augias, ho letto la storia della rana che si lascia lentamente abituare alla temperatura sempre più eleva-ta dell’acqua fino a morirne. Bollita. È bella e suggestiva ma non si adatta alla realtà italiana che anzi ha avu-to nel corso degli ultimi anni forti momenti di protesta e mobilitazione. Esempi: 25 giugno 2010 contro la
riforma Sacconi, oltre un milione di persone; 30 ottobre 2008 contro riforma Gelmini, oltre un milione di persone;
17 aprile 2002 contro l'articolo 18, oltre tre milioni, e l'elenco è lungo. A differenza dei governi della prima repub-blica quando il solo annuncio di proteste massicce portava a una ricerca di dialogo, a partire dal 1994 ha prevalso
l'interesse di una sola persona unito a un completo disinteresse verso la possibile ricomposizione delle diverse
istanze. L'apatia che ne è conseguita è dovuta all'inutilità sostanziale delle proteste come mezzo di cambiamento.
Infatti hanno avuto effetti minimi sui programmi dei governi. Da qui l'indifferenza della, diciamo, ranocchia. A que-sto si associa la constatazione che il potere, dopo tutto, è potere. Invade. È la sua natura. Invade la nostra vita. Di-venta difficile difendersi.
Fabrizio Floris— fabrizio.floris@unito.it
SE LA RANA NON SALTA A SUFFICIENZA
L
a lettera del signor Floris condensa in poche righe
l’eterno problema politico che si affaccia da sem-pre nella storia. Il rapporto tra la volontà della
maggioranza, comunque manifestata, e la possibile effi-cacia del dissenso. È vero che in Italia abbiamo avuto ma-nifestazioni di dissenso anche imponenti, sicuramente
con qualche risultato positivo. Uno degli esempi più elo-quenti è quello dei quattro referendum (legittimo impe-dimento, uso pubblico dell’acqua, energia nucleare) che
nel 2011 hanno respinto a furor di popolo provvedimen-ti iniqui. Appena qualche anno prima, 2006, sempre per
referendum, era stata bocciata la sciagurata riforma del-la Costituzione redatta in una baita montana da quattro
buontemponi in pantaloncini. Gli esempi dunque sono
possibili, le reazioni ci sono state. Tuttavia nulla nella so-stanza è cambiato da vent’anni a questa parte, al punto
da poter parlare — in questo senso — di regime. Per re-stare nell’apologo attribuito a Chomsky, la rana insom-ma ha mosso un po’ le zampe, ma non è riuscita a salta-re fuori dalla pentola nella quale sta(va) lentamente bol-lendo. Gli italiani hanno reagito in numero sufficiente
quando sono stati interpellati su singoli provvedimenti,
non sono invece stati in condizione di reagire per con-trastare l’atmosfera generale del paese, la distorsione
profonda dei meccanismi democratici troppo spesso
piegati agli interessi di una sola persona. Le cause di que-sta sostanziale acquiescenza sono numerose e note agli
storici. Tra le tante ha però il suo posto una progressiva
assuefazione. La sindrome della rana, appunto
lunedì 23 settembre 2013
VOTO SEGRETO, VOTO PALESE QUANDO È MEGLIO L’UNO O L’ALTRO
Le sarò grato se vorrà
spiegarmi perché esiste, in
alcuni casi, un regolamento
che prevede il voto segreto. A
mio avviso è contro ogni
logica per almeno due
motivi. Il primo: chi vota
potrebbe votare, per diverse
ragioni (non escluse quelle
molto personali), in modo
diverso da quello in linea
con il mandato ricevuto dai
propri elettori. So che l’eletto
non ha obbligo di fedeltà al
mandato, ma mi auguro che
questo sia applicabile solo
nei «casi di coscienza».
Vero, il voto palese potrebbe
mettere in difficoltà chi ha
una visione diversa da
quella del proprio partito ma
mi chiedo, è questa una
buona ragione? Il secondo:
con il voto segreto si
autorizza chi vota ad avere
una dicotomia tra il dire ed
il fare, si può pubblicamente
sostenere una tesi e poi
votare, in segreto, per la tesi
opposta. Assolutamente
illogico, il voto segreto
autorizza il malcostume
intellettuale e fa sì che coloro
che dovrebbero essere
esempi di moralità possano
comportarsi come poveri
ladri di galline.
Giorgio Mazzeri
giorgio@mazzeri.net
Caro Mazzeri,
I
l voto palese permette al-l’elettore di giudicare me-glio il suo parlamentare.
Ma non credo che l’esistenza
del mandato possa essere usa-to, in questa materia, come
fattore determinante. Nessun
candidato, nel momento in
cui chiede il suffragio, potrà
mai assumere impegni vinco-lanti. Quali che siano le sue
promesse, le circostanze lo
costringeranno molto spesso
a votare in condizioni alquan-to diverse da quelle che era-no prevedibili al momento
delle elezioni. Provo a fare un
esempio. Se nel corso della
campagna elettorale mi sono
impegnato a non votare per
una legge finanziaria che pre-veda l’aumento delle impo-ste, dovrò forse attenermi a
quella promessa se la situazio-ne economica e finanziaria,
nel frattempo avrà subito un
radicale cambiamento? Farò
mancare al governo il mio vo-to se il risanamento del defi-cit è la condizione indispensa-bile per rifinanziare il debito
sul mercato delle obbligazio-ni con tassi d’interesse non
troppo punitivi? Questo di-lemma non è puramente ipo-tetico. È esattamente quello
in cui si dibattono i deputati
socialisti all’Assemblea nazio-nale francese. Avevano an-nunciato una tregua fiscale,
soprattutto per i redditi delle
fasce sociali meno favorite, e
saranno costretti a votare un
progressivo aumento delle
imposte sino al 2015. È bene
che il voto sia palese, ma oc-corre che il mandato non sia
vincolante e che il giudizio
dell’elettore, nella prossima
scadenza elettorale, tenga
conto delle condizioni in cui
il suo parlamentare ha dovu-to esercitare le sue funzioni.
Non è tutto. Siamo tutti fa-vorevoli alla trasparenza del
voto palese, ma non bisogna
dimenticare che gli elettori,
con il loro voto, scelgono an-che un partito, e che i partiti,
per svolgere efficacemente la
loro funzione devono potere
contare sulla disciplina dei lo-ro deputati e senatori. Può ac-cadere quindi che il voto pale-se serva soprattutto ai partiti
per imporre la loro disciplina
ed evitare i «franchi tiratori».
In linea di massima la discipli-na è una virtù, ma possono
esservi circostanze in cui gli
ordini di scuderia impartiti
dai capi dei gruppi parlamen-tari (in Gran Bretagna si chia-mano whip, frusta) offendo-no la coscienza del parlamen-tare.
Nel 1988 i regolamenti del-le Camere furono modificati
per garantire che il voto fosse
generalmente palese, ma se-greto nei casi concernenti di-ritti di libertà, casi di coscien-za o singole persone. Fu un ra-gionevole compromesso che
può essere modificato sulla
base di altre considerazioni e
nuove esperienze. Ma non
sorprendiamoci per favore se
cambiamenti dettati da una
particolare circostanza come
la votazione sul caso Berlusco-ni, sembreranno a molti (lo
ha ricordato Michele Ainis
sul Corrieredel 17 settem-bre) un provvedimento ad
personam, anzi contra perso-nam
spiegarmi perché esiste, in
alcuni casi, un regolamento
che prevede il voto segreto. A
mio avviso è contro ogni
logica per almeno due
motivi. Il primo: chi vota
potrebbe votare, per diverse
ragioni (non escluse quelle
molto personali), in modo
diverso da quello in linea
con il mandato ricevuto dai
propri elettori. So che l’eletto
non ha obbligo di fedeltà al
mandato, ma mi auguro che
questo sia applicabile solo
nei «casi di coscienza».
Vero, il voto palese potrebbe
mettere in difficoltà chi ha
una visione diversa da
quella del proprio partito ma
mi chiedo, è questa una
buona ragione? Il secondo:
con il voto segreto si
autorizza chi vota ad avere
una dicotomia tra il dire ed
il fare, si può pubblicamente
sostenere una tesi e poi
votare, in segreto, per la tesi
opposta. Assolutamente
illogico, il voto segreto
autorizza il malcostume
intellettuale e fa sì che coloro
che dovrebbero essere
esempi di moralità possano
comportarsi come poveri
ladri di galline.
Giorgio Mazzeri
giorgio@mazzeri.net
Caro Mazzeri,
I
l voto palese permette al-l’elettore di giudicare me-glio il suo parlamentare.
Ma non credo che l’esistenza
del mandato possa essere usa-to, in questa materia, come
fattore determinante. Nessun
candidato, nel momento in
cui chiede il suffragio, potrà
mai assumere impegni vinco-lanti. Quali che siano le sue
promesse, le circostanze lo
costringeranno molto spesso
a votare in condizioni alquan-to diverse da quelle che era-no prevedibili al momento
delle elezioni. Provo a fare un
esempio. Se nel corso della
campagna elettorale mi sono
impegnato a non votare per
una legge finanziaria che pre-veda l’aumento delle impo-ste, dovrò forse attenermi a
quella promessa se la situazio-ne economica e finanziaria,
nel frattempo avrà subito un
radicale cambiamento? Farò
mancare al governo il mio vo-to se il risanamento del defi-cit è la condizione indispensa-bile per rifinanziare il debito
sul mercato delle obbligazio-ni con tassi d’interesse non
troppo punitivi? Questo di-lemma non è puramente ipo-tetico. È esattamente quello
in cui si dibattono i deputati
socialisti all’Assemblea nazio-nale francese. Avevano an-nunciato una tregua fiscale,
soprattutto per i redditi delle
fasce sociali meno favorite, e
saranno costretti a votare un
progressivo aumento delle
imposte sino al 2015. È bene
che il voto sia palese, ma oc-corre che il mandato non sia
vincolante e che il giudizio
dell’elettore, nella prossima
scadenza elettorale, tenga
conto delle condizioni in cui
il suo parlamentare ha dovu-to esercitare le sue funzioni.
Non è tutto. Siamo tutti fa-vorevoli alla trasparenza del
voto palese, ma non bisogna
dimenticare che gli elettori,
con il loro voto, scelgono an-che un partito, e che i partiti,
per svolgere efficacemente la
loro funzione devono potere
contare sulla disciplina dei lo-ro deputati e senatori. Può ac-cadere quindi che il voto pale-se serva soprattutto ai partiti
per imporre la loro disciplina
ed evitare i «franchi tiratori».
In linea di massima la discipli-na è una virtù, ma possono
esservi circostanze in cui gli
ordini di scuderia impartiti
dai capi dei gruppi parlamen-tari (in Gran Bretagna si chia-mano whip, frusta) offendo-no la coscienza del parlamen-tare.
Nel 1988 i regolamenti del-le Camere furono modificati
per garantire che il voto fosse
generalmente palese, ma se-greto nei casi concernenti di-ritti di libertà, casi di coscien-za o singole persone. Fu un ra-gionevole compromesso che
può essere modificato sulla
base di altre considerazioni e
nuove esperienze. Ma non
sorprendiamoci per favore se
cambiamenti dettati da una
particolare circostanza come
la votazione sul caso Berlusco-ni, sembreranno a molti (lo
ha ricordato Michele Ainis
sul Corrieredel 17 settem-bre) un provvedimento ad
personam, anzi contra perso-nam
L PRIMATO DELLA GEOGRAFIA
G
entile Augias, negli ultimi esami di maturità alcuni temi centravano argomenti di estrema attualità ed im-portanza come Brics e Stato, mercato e democrazia. Sono temi che in pratica non sono trattati da nessun pro-gramma, infatti solo una minima parte degli studenti, nonostante l’attualità degli argomenti, li ha svolti. Al-le superiori esiste solo l’indirizzo tecnico-commerciale, che li tratta, con l’insegnamento di geografia economica nel
triennio. Tale disciplina rimarrà solo fino al prossimo anno in quanto il cd “riordino Gelmini” (che ha sottratto 8 mi-liardi di euro alla scuola con la regia di Tremonti: «Con la cultura non si mangia») l’ha relegata al biennio dei “soli tec-nici commerciali”. A me pare un danno che un Paese che resta una delle prime dieci economie mondiali e ambisce
(confidiamo) a rimanervi, non valorizzi l’insegnamento della geografia (soprattutto economica) nelle superiori an-che perché nei licei, da dove esce la classe dirigente, praticamente non esiste.
Riccardo Canesi — Carrara
IL PRIMATO DELLA GEOGRAFIA
I
l signor Canesi ha ragione. Le tracce date alla matu-rità erano giuste in teoria ma scollegate dai program-mi. In un complesso mondo globalizzato dove tutto
ormai è diventato interdipendente e dove davvero il bat-tito d’ali d’una farfalla può provocare un uragano dalla
parte opposta del pianeta (il famoso Butterfly Effect) è
impensabile che a scuola non s’insegnino almeno i prin-cipi della geografia nei suoi aspetti politici, economici,
ambientali. Senza arrivare così lontano vorrei ricordare
che la geografia fisica ci interessa in modo particolare
proprio come italiani. La penisola che abitiamo, baciata
da un clima favorevole, è però geograficamente infelice.
È una striscia di terra molto lunga e molto stretta. Gior-gio Ruffolo per indicare alcuni svantaggi che la geografia
ci ha storicamente apportato aveva richiamato questo
difetto nel titolo di un suo saggio “Un paese troppo lun-go”. L’Italia non è solo lunga e stretta, è anche piena di
montagne il che ha sempre reso difficili le comunicazio-ni sia da nord a sud sia da est a ovest. Se si pensa alle gran-di pianure francesi in un territorio che ha tra l’altro il dop-pio della nostra superficie, si capiscono meglio tante di-versità tra popoli così vicini. Qui è il punto: la conforma-zione della penisola è uno dei fattori che aiuta a capire
tanti passaggi della nostra storia, compresa l’unificazio-ne nazionale arrivata così tardi. Certo influirono anche
altre cause ma, tra queste, la geografia occupa uno dei
primi posti. Fiumi, insenature, montagne, valichi la
quintessenza di una geografia che appare “neutrale” ha
invece avuto profonde ripercussioni storiche, economi-che, ambientali, in definitiva politiche. Molti studenti
escono dalle superiori ignorandolo
entile Augias, negli ultimi esami di maturità alcuni temi centravano argomenti di estrema attualità ed im-portanza come Brics e Stato, mercato e democrazia. Sono temi che in pratica non sono trattati da nessun pro-gramma, infatti solo una minima parte degli studenti, nonostante l’attualità degli argomenti, li ha svolti. Al-le superiori esiste solo l’indirizzo tecnico-commerciale, che li tratta, con l’insegnamento di geografia economica nel
triennio. Tale disciplina rimarrà solo fino al prossimo anno in quanto il cd “riordino Gelmini” (che ha sottratto 8 mi-liardi di euro alla scuola con la regia di Tremonti: «Con la cultura non si mangia») l’ha relegata al biennio dei “soli tec-nici commerciali”. A me pare un danno che un Paese che resta una delle prime dieci economie mondiali e ambisce
(confidiamo) a rimanervi, non valorizzi l’insegnamento della geografia (soprattutto economica) nelle superiori an-che perché nei licei, da dove esce la classe dirigente, praticamente non esiste.
Riccardo Canesi — Carrara
IL PRIMATO DELLA GEOGRAFIA
I
l signor Canesi ha ragione. Le tracce date alla matu-rità erano giuste in teoria ma scollegate dai program-mi. In un complesso mondo globalizzato dove tutto
ormai è diventato interdipendente e dove davvero il bat-tito d’ali d’una farfalla può provocare un uragano dalla
parte opposta del pianeta (il famoso Butterfly Effect) è
impensabile che a scuola non s’insegnino almeno i prin-cipi della geografia nei suoi aspetti politici, economici,
ambientali. Senza arrivare così lontano vorrei ricordare
che la geografia fisica ci interessa in modo particolare
proprio come italiani. La penisola che abitiamo, baciata
da un clima favorevole, è però geograficamente infelice.
È una striscia di terra molto lunga e molto stretta. Gior-gio Ruffolo per indicare alcuni svantaggi che la geografia
ci ha storicamente apportato aveva richiamato questo
difetto nel titolo di un suo saggio “Un paese troppo lun-go”. L’Italia non è solo lunga e stretta, è anche piena di
montagne il che ha sempre reso difficili le comunicazio-ni sia da nord a sud sia da est a ovest. Se si pensa alle gran-di pianure francesi in un territorio che ha tra l’altro il dop-pio della nostra superficie, si capiscono meglio tante di-versità tra popoli così vicini. Qui è il punto: la conforma-zione della penisola è uno dei fattori che aiuta a capire
tanti passaggi della nostra storia, compresa l’unificazio-ne nazionale arrivata così tardi. Certo influirono anche
altre cause ma, tra queste, la geografia occupa uno dei
primi posti. Fiumi, insenature, montagne, valichi la
quintessenza di una geografia che appare “neutrale” ha
invece avuto profonde ripercussioni storiche, economi-che, ambientali, in definitiva politiche. Molti studenti
escono dalle superiori ignorandolo
LA STRANA ALLEANZA CHE LITIGA SU TUTTO
C
aro Augias, guardare Silvio Berlusconi che applaude in Senato Enrico Letta quando annuncia la vit-toria dei “no” alla mozione di sfiducia al Ministro Alfano mi ha dato lo stesso fastidio di quando si os-serva un qualcosa di innaturale, posticcio. L’inciucio in nome della governabilità “tout court” ha par-torito nell’aula più nobile del Paese il solito mostro del “damose ‘na mano” italico, in nome di un compro-messo politico da ingoiare per il bene di una nazione che perde pezzi di economia e di prestigio ogni gior-no. Nessuno sa dove andrà a parare questo connubio tra avversari; fin dove si spingerà la tragicommedia di
schieramenti che si fingono “maggioranza” avendo perso la loro stessa sostanza politica. Fatto sta che la
condizione politica e istituzionale cui assistiamo si gioca su equilibrismi e pasticci che umiliano sempre più
le istituzioni dello Stato ed il popolo italiano.
Antonio Taraborrelli— Pescara
LA STRANA ALLEANZA CHE LITIGA SU TUTTO
S
ento e leggo un diffuso fastidio per l’alleanza di
governo che non si fatica a definire “innatura-le”. La sola giustificazione del coesistere al go-verno, è l’agenda urgente delle cose da fare con il de-bito ormai diventato una montagna pari al 130% del
Pil. Confesso che la coerenza politica, in un mo-mento come questo, sembra il dato meno interes-sante. Spaventa invece il fatto che l’agenda delle ur-genze sia ancora praticamente ferma. Ogni giorno si
garantisce, si assicura ma in pratica niente accade.
La credibilità di Letta all’estero, come s’è visto anche
nel recente viaggio in Europa, è legata alle cose che
riuscirà a fare nei tempi annunciati. Se non dovesse
riuscire non solo la sua credibilità ma quella di tutti
e del paese andrebbe definitivamente in pezzi col ri-schio di far avverare le irresponsabili (per ora) paro-le di Casaleggio. Dagli Stati Uniti al Kazakistan allo
stato indiano del Kerala, tutti giocano ormai con la
nostra indebolita credibilità, sarebbe necessaria
una maggiore stabilità politica, ha reclamato il go-vernatore Visco al G20 di Mosca, per renderci nuo-vamente credibili. Invece si litiga su tutto. Meno che
su un punto: i soldi dei partiti. Il paradosso è che la
resistenza dei tesorieri è assolutamente comprensi-bile. Con le dilatate, pletoriche, funzioni assunte, i
partiti politici hanno bisogno di essere finanziati
dallo Stato. L’errore è stato pretendere di comincia-re dai soldi mentre si sarebbe dovuto cominciare ri-ducendone l’invadenza, l’occupazione dello Stato,
degli enti pubblici, delle Asl, la cifra mostruosa di un
milione di italiani che vivono di politica. L’aveva già
detto a questo giornale Enrico Berlinguer: «I partiti
non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e
questa è l’origine dei malanni d’Italia». Sono passa-ti invano più di trent’anni. I risultati li vediamo
aro Augias, guardare Silvio Berlusconi che applaude in Senato Enrico Letta quando annuncia la vit-toria dei “no” alla mozione di sfiducia al Ministro Alfano mi ha dato lo stesso fastidio di quando si os-serva un qualcosa di innaturale, posticcio. L’inciucio in nome della governabilità “tout court” ha par-torito nell’aula più nobile del Paese il solito mostro del “damose ‘na mano” italico, in nome di un compro-messo politico da ingoiare per il bene di una nazione che perde pezzi di economia e di prestigio ogni gior-no. Nessuno sa dove andrà a parare questo connubio tra avversari; fin dove si spingerà la tragicommedia di
schieramenti che si fingono “maggioranza” avendo perso la loro stessa sostanza politica. Fatto sta che la
condizione politica e istituzionale cui assistiamo si gioca su equilibrismi e pasticci che umiliano sempre più
le istituzioni dello Stato ed il popolo italiano.
Antonio Taraborrelli— Pescara
LA STRANA ALLEANZA CHE LITIGA SU TUTTO
S
ento e leggo un diffuso fastidio per l’alleanza di
governo che non si fatica a definire “innatura-le”. La sola giustificazione del coesistere al go-verno, è l’agenda urgente delle cose da fare con il de-bito ormai diventato una montagna pari al 130% del
Pil. Confesso che la coerenza politica, in un mo-mento come questo, sembra il dato meno interes-sante. Spaventa invece il fatto che l’agenda delle ur-genze sia ancora praticamente ferma. Ogni giorno si
garantisce, si assicura ma in pratica niente accade.
La credibilità di Letta all’estero, come s’è visto anche
nel recente viaggio in Europa, è legata alle cose che
riuscirà a fare nei tempi annunciati. Se non dovesse
riuscire non solo la sua credibilità ma quella di tutti
e del paese andrebbe definitivamente in pezzi col ri-schio di far avverare le irresponsabili (per ora) paro-le di Casaleggio. Dagli Stati Uniti al Kazakistan allo
stato indiano del Kerala, tutti giocano ormai con la
nostra indebolita credibilità, sarebbe necessaria
una maggiore stabilità politica, ha reclamato il go-vernatore Visco al G20 di Mosca, per renderci nuo-vamente credibili. Invece si litiga su tutto. Meno che
su un punto: i soldi dei partiti. Il paradosso è che la
resistenza dei tesorieri è assolutamente comprensi-bile. Con le dilatate, pletoriche, funzioni assunte, i
partiti politici hanno bisogno di essere finanziati
dallo Stato. L’errore è stato pretendere di comincia-re dai soldi mentre si sarebbe dovuto cominciare ri-ducendone l’invadenza, l’occupazione dello Stato,
degli enti pubblici, delle Asl, la cifra mostruosa di un
milione di italiani che vivono di politica. L’aveva già
detto a questo giornale Enrico Berlinguer: «I partiti
non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e
questa è l’origine dei malanni d’Italia». Sono passa-ti invano più di trent’anni. I risultati li vediamo
CARCERE, IL DIRITTO DI STEFANO A UN’ALTRA VITA
E
gregio dottor Augias, da qualche anno sono volontaria alla biblioteca “Tommaso Campanella” nel car-cere di Padova. Una bella biblioteca che vive del nostro contributo, delle donazioni e della buona vo-lontà di un detenuto, Stefano, che, attivissimo e disponibile, cataloga, etichetta, attiva il prestito, siste-ma i volumi, li consegna ai piani, consiglia. I libri hanno salvato la sua vita: grazie ai libri ha scoperto curiosità
e talenti che non sapeva di avere, ha valorizzato energie e competenze. Stefano è, agli occhi di tutti, esempio
di “riabilitazione” riuscita, quella tanto incoraggiata nelle discussioni politiche e giornalistiche, quella di cui
qualsiasi operatore del settore andrebbe fiero. Che succede a Stefano? Ottiene riconoscimenti, attestazioni di
stima? Permessi per andare come bibliotecario nelle scuole, in linea con il concetto di pena riabilitativa e co-me da tempo programmato? No. Con motivazioni rese note a posteriori (un ricorso per sovraffollamento) Ste-fano è stato improvvisamente trasferito, da un giorno all’altro, perde così tutti i benefici, lascia la sua cella, la
biblioteca Tommaso Campanella, il lavoro che aveva imparato per essere trasferito a Cremona. La biblioteca
resta senza Stefano. Siamo amareggiati, preoccupati per Stefano e per la sua disperazione. Siamo soprattutto
impotenti. Scrivo a lei perché so che da questa “piccola storia” si può ricavare una grande storia: la conferma
che un’altra vita è possibile, che si può uscire dal tunnel e che lo si può fare con i libri e con la cura di essi.
Agnese Solero —agnesesolero@gmail.com
CARCERE, IL DIRITTO DI STEFANO A UN’ALTRA VITA
È
vero, la storia di Stefano illumina tutti gli aspet-ti che la signora Solero tratteggia nella sua lette-ra. Ma illumina purtroppo, nel suo rovescio, an-che una certa Italia di burocrati, negligente e distrat-ta, contro la quale non è facile difendersi. Intendia-moci bene, sappiamo tutti perfettamente che i com-portamenti della burocrazia sono a volte obbligati. Le
norme, le circolari, i regolamenti consentono margi-ni ridotti al comportamento dei singoli funzionari. Le
ragioni per cui questo accade sono evidenti, non c’è
bisogno di ripeterle. Per un altro aspetto il problema
delle carceri è immenso e non facilmente risolvibile,
a cominciare dal sovraffollamento di cui a quanto pa-re anche il detenuto Stefano è rimasto vittima. Biso-gnerebbe costruire nuove carceri, adeguare quelle
esistenti ai criteri di umanità riabilitativa che, nel pae-se di Cesare Beccaria, gli istituti di pena dovrebbero
avere. Servirebbero insomma molti soldi che come
sappiamo non ci sono. Intanto però si potrebbe co-minciare dalle piccole storie come quella di Stefano.
Il ministro della Giustizia è persona di comprovata ef-ficienza e umanità, sono certo che vorrà porre mano
al caso, e risolverlo nel modo migliore
gregio dottor Augias, da qualche anno sono volontaria alla biblioteca “Tommaso Campanella” nel car-cere di Padova. Una bella biblioteca che vive del nostro contributo, delle donazioni e della buona vo-lontà di un detenuto, Stefano, che, attivissimo e disponibile, cataloga, etichetta, attiva il prestito, siste-ma i volumi, li consegna ai piani, consiglia. I libri hanno salvato la sua vita: grazie ai libri ha scoperto curiosità
e talenti che non sapeva di avere, ha valorizzato energie e competenze. Stefano è, agli occhi di tutti, esempio
di “riabilitazione” riuscita, quella tanto incoraggiata nelle discussioni politiche e giornalistiche, quella di cui
qualsiasi operatore del settore andrebbe fiero. Che succede a Stefano? Ottiene riconoscimenti, attestazioni di
stima? Permessi per andare come bibliotecario nelle scuole, in linea con il concetto di pena riabilitativa e co-me da tempo programmato? No. Con motivazioni rese note a posteriori (un ricorso per sovraffollamento) Ste-fano è stato improvvisamente trasferito, da un giorno all’altro, perde così tutti i benefici, lascia la sua cella, la
biblioteca Tommaso Campanella, il lavoro che aveva imparato per essere trasferito a Cremona. La biblioteca
resta senza Stefano. Siamo amareggiati, preoccupati per Stefano e per la sua disperazione. Siamo soprattutto
impotenti. Scrivo a lei perché so che da questa “piccola storia” si può ricavare una grande storia: la conferma
che un’altra vita è possibile, che si può uscire dal tunnel e che lo si può fare con i libri e con la cura di essi.
Agnese Solero —agnesesolero@gmail.com
CARCERE, IL DIRITTO DI STEFANO A UN’ALTRA VITA
È
vero, la storia di Stefano illumina tutti gli aspet-ti che la signora Solero tratteggia nella sua lette-ra. Ma illumina purtroppo, nel suo rovescio, an-che una certa Italia di burocrati, negligente e distrat-ta, contro la quale non è facile difendersi. Intendia-moci bene, sappiamo tutti perfettamente che i com-portamenti della burocrazia sono a volte obbligati. Le
norme, le circolari, i regolamenti consentono margi-ni ridotti al comportamento dei singoli funzionari. Le
ragioni per cui questo accade sono evidenti, non c’è
bisogno di ripeterle. Per un altro aspetto il problema
delle carceri è immenso e non facilmente risolvibile,
a cominciare dal sovraffollamento di cui a quanto pa-re anche il detenuto Stefano è rimasto vittima. Biso-gnerebbe costruire nuove carceri, adeguare quelle
esistenti ai criteri di umanità riabilitativa che, nel pae-se di Cesare Beccaria, gli istituti di pena dovrebbero
avere. Servirebbero insomma molti soldi che come
sappiamo non ci sono. Intanto però si potrebbe co-minciare dalle piccole storie come quella di Stefano.
Il ministro della Giustizia è persona di comprovata ef-ficienza e umanità, sono certo che vorrà porre mano
al caso, e risolverlo nel modo migliore
mercoledì 18 settembre 2013
I PIROMANI DEL MIO LICEO LI CONOSCO BENE
C
aro Augias, i quattro responsabili dell’incendio al liceo Socrate li conosco bene: per due anni sono stata lo-ro insegnante. Ho cercato di capire e cerco ancora di farlo, nonostante la scena apocalittica dell’aula 22,
una delle aule in cui ho lavorato. «Ho rischiato di bruciare vivo», ha detto uno dei responsabili nell’inter-rogatorio. Inorridisco al pensiero: fortunatamente non è accaduto, ma non ce la faccio a dire “poverino”, alme-no la paura, quella sì, è bene che ci sia stata. Dicono di essere pentiti: lo credo. Il problema è capire di che cosa. Se
i quattro avessero bruciato solo qualche banco e un po’ di libri, facendola franca, si sarebbero pentiti ugualmen-te? Le autorità hanno promesso che il 2 settembre sarà tutto in ordine: ma dietro la cattedra dell’aula 22 c’era un
cartellone, fatto da altri miei studenti, sul quale, con una bilancia, era riportato il passo di Quintiliano in cui si par-la del rapporto equilibrato e sereno che deve esserci tra discenti e docenti. Era costato solo pochi euro di carton-cino, ma aveva un valore incalcolabile: il 2 settembre quel cartellone non ci sarà. Tuttavia non permetteremo che
quattro, tra le migliaia di allievi del Socrate, ne distruggano il contenuto. Nelle nostre teste quel cartellone sarà
ancora lì, come sempre.
Cristina Triolo — insegnante liceo Socrate
I PIROMANI DEL MIO LICEO LI CONOSCO BENE
Q
uattro giovanotti frustrati, alcuni di loro multi-ripetenti, figli di quella che si usa definire non
sempre a ragione buona borghesia, hanno dato
fuoco alla loro scuola causando 700 mila euro di danni.
Due maggiorenni e due minorenni, tra i loro genitori un
medico, un dirigente d’azienda, due impiegati. Leggo
che le autorità, dal ministero competente al Comune di
Roma, si sono mobilitate, hanno trovato i soldi neces-sari (speriamo che bastino) e garantito che il 2 settem-bre la scuola potrà riaprire regolarmente. Ho anche let-to che gli sventurati hanno pianto ammettendo il loro
crimine. Ho letto solo marginalmente e per scarni ac-cenni che le famiglie si sono dette disposte a risarcire
nei limiti del possibile parte dei danni. Sembrerebbe
francamente preferibile che le famiglie facessero tutti i
sacrifici necessari per risarcire la collettività per la stu-pidaggine dei loro rampolli. Mi piacerebbe leggere che
i quattro ragazzi non faranno nemmeno un giorno di
vacanza a Torvajanica, dove sembra che abbiamo ar-chitettato la loro bravata, perché saranno ogni mattina
impegnati sul cantiere ad aiutare muratori e pittori a ri-pristinare ciò che hanno distrutto. L’assessore regio-nale Smeriglio ha dichiarato che, senza sottovalutare le
gravi responsabilità, vorrebbe evitare la scorciatoia del
capro espiatorio. L’assessore Smeriglio sa che cosa si-gnifica “capro espiatorio”? Sa distinguere tra “capro
espiatorio” e responsabile di un crimine
aro Augias, i quattro responsabili dell’incendio al liceo Socrate li conosco bene: per due anni sono stata lo-ro insegnante. Ho cercato di capire e cerco ancora di farlo, nonostante la scena apocalittica dell’aula 22,
una delle aule in cui ho lavorato. «Ho rischiato di bruciare vivo», ha detto uno dei responsabili nell’inter-rogatorio. Inorridisco al pensiero: fortunatamente non è accaduto, ma non ce la faccio a dire “poverino”, alme-no la paura, quella sì, è bene che ci sia stata. Dicono di essere pentiti: lo credo. Il problema è capire di che cosa. Se
i quattro avessero bruciato solo qualche banco e un po’ di libri, facendola franca, si sarebbero pentiti ugualmen-te? Le autorità hanno promesso che il 2 settembre sarà tutto in ordine: ma dietro la cattedra dell’aula 22 c’era un
cartellone, fatto da altri miei studenti, sul quale, con una bilancia, era riportato il passo di Quintiliano in cui si par-la del rapporto equilibrato e sereno che deve esserci tra discenti e docenti. Era costato solo pochi euro di carton-cino, ma aveva un valore incalcolabile: il 2 settembre quel cartellone non ci sarà. Tuttavia non permetteremo che
quattro, tra le migliaia di allievi del Socrate, ne distruggano il contenuto. Nelle nostre teste quel cartellone sarà
ancora lì, come sempre.
Cristina Triolo — insegnante liceo Socrate
I PIROMANI DEL MIO LICEO LI CONOSCO BENE
Q
uattro giovanotti frustrati, alcuni di loro multi-ripetenti, figli di quella che si usa definire non
sempre a ragione buona borghesia, hanno dato
fuoco alla loro scuola causando 700 mila euro di danni.
Due maggiorenni e due minorenni, tra i loro genitori un
medico, un dirigente d’azienda, due impiegati. Leggo
che le autorità, dal ministero competente al Comune di
Roma, si sono mobilitate, hanno trovato i soldi neces-sari (speriamo che bastino) e garantito che il 2 settem-bre la scuola potrà riaprire regolarmente. Ho anche let-to che gli sventurati hanno pianto ammettendo il loro
crimine. Ho letto solo marginalmente e per scarni ac-cenni che le famiglie si sono dette disposte a risarcire
nei limiti del possibile parte dei danni. Sembrerebbe
francamente preferibile che le famiglie facessero tutti i
sacrifici necessari per risarcire la collettività per la stu-pidaggine dei loro rampolli. Mi piacerebbe leggere che
i quattro ragazzi non faranno nemmeno un giorno di
vacanza a Torvajanica, dove sembra che abbiamo ar-chitettato la loro bravata, perché saranno ogni mattina
impegnati sul cantiere ad aiutare muratori e pittori a ri-pristinare ciò che hanno distrutto. L’assessore regio-nale Smeriglio ha dichiarato che, senza sottovalutare le
gravi responsabilità, vorrebbe evitare la scorciatoia del
capro espiatorio. L’assessore Smeriglio sa che cosa si-gnifica “capro espiatorio”? Sa distinguere tra “capro
espiatorio” e responsabile di un crimine
NOI ASSUEFATTI A TUTTO COME LA RANA BOLLITA
C
aro Augias, questa storiella è attribuita a Noam Chomsky: una rana viene immessa in una pentola d’acqua.
Il fuoco è acceso, l’acqua diventa tiepida. La rana la trova gradevole e continua a nuotare. La temperatura
sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, però non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero molto calda. La rana la trova sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza per reagire.
Sopporta e non fa nulla. La temperatura sale ancora, fino a quando la rana finisce – semplicemente – morta bolli-ta. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa e sa-rebbe balzata fuori dal pentolone. Quando un cambiamento avviene in maniera lenta, sfugge alla coscienza e non
suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna rivolta. Da alcuni decenni stiamo subendo
una lenta deriva alla quale gradatamente ci siamo (ci hanno) abituato. Molte cose che ci avrebbero fatto orrore 30
o 40 anni fa, sono diventate banali, ci disturbano solo leggermente, lasciano molti indifferenti. Come la rana.
Antonio Sutera Sardo — a.suterasardo@gmail.com
NOI ASSUEFATTI A TUTTO COME LA RANA BOLLITA
L’
apologo, sia o no di Chomsky, è ingegnoso e
descrive comunque bene il processo di assue-fazione che rende tollerabili manifestazioni e
fenomeni anche molto gravi quando vengano progres-sivamente assorbiti. Se nel 1992, quando l’attuale deri-va è cominciata (forse era successo prima ma il ’92 resta
comunque indicativo), ci avessero detto che la politica
si sarebbe ridotta al perenne litigio che abbiamo sotto
gli occhi, che tutte le istituzioni, comprese le più alte, sa-rebbero state coinvolte nel fuoco delle polemiche, tira-te da tutte le parti, insultate o derise, che la corruzione
sarebbe arrivata a un livello da far impallidire Tangen-topoli, nessuno ci avrebbe creduto. Se si fosse dovuto
affrontare di colpo ciò che oggi è cronaca quotidiana,
molti avrebbero reagito. C’è una prova storica che con-ferma questa opinione. Nel luglio 1994, Berlusconi, è a
palazzo Chigi da tre mesi, si emana un decreto inteso a
salvare dal carcere i corruttori. È subito ribattezzato
“salvaladri”. La reazione dell’opinione pubblica, nono-stante sia in corso il Mundial sul quale probabilmente
si contava come fattore di distrazione, è tale che il prov-vedimento dev’essere ritirato. È stato uno dei rari erro-ri di comunicazione di un uomo per il resto abilissimo.
Infatti era l’equivalente della rana gettata nell’acqua
bollente. Da allora, fino al Lodo detto Alfano, si conte-ranno altri diciassette provvedimenti ritagliati su misu-ra, cioè “ad personam”. Ebbene, come quelle della ra-na, anche le reazioni di molti sono diventate sempre più
blande, fino a raggiungere in molti un’indifferenza sui-cid
aro Augias, questa storiella è attribuita a Noam Chomsky: una rana viene immessa in una pentola d’acqua.
Il fuoco è acceso, l’acqua diventa tiepida. La rana la trova gradevole e continua a nuotare. La temperatura
sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, però non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero molto calda. La rana la trova sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza per reagire.
Sopporta e non fa nulla. La temperatura sale ancora, fino a quando la rana finisce – semplicemente – morta bolli-ta. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa e sa-rebbe balzata fuori dal pentolone. Quando un cambiamento avviene in maniera lenta, sfugge alla coscienza e non
suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna rivolta. Da alcuni decenni stiamo subendo
una lenta deriva alla quale gradatamente ci siamo (ci hanno) abituato. Molte cose che ci avrebbero fatto orrore 30
o 40 anni fa, sono diventate banali, ci disturbano solo leggermente, lasciano molti indifferenti. Come la rana.
Antonio Sutera Sardo — a.suterasardo@gmail.com
NOI ASSUEFATTI A TUTTO COME LA RANA BOLLITA
L’
apologo, sia o no di Chomsky, è ingegnoso e
descrive comunque bene il processo di assue-fazione che rende tollerabili manifestazioni e
fenomeni anche molto gravi quando vengano progres-sivamente assorbiti. Se nel 1992, quando l’attuale deri-va è cominciata (forse era successo prima ma il ’92 resta
comunque indicativo), ci avessero detto che la politica
si sarebbe ridotta al perenne litigio che abbiamo sotto
gli occhi, che tutte le istituzioni, comprese le più alte, sa-rebbero state coinvolte nel fuoco delle polemiche, tira-te da tutte le parti, insultate o derise, che la corruzione
sarebbe arrivata a un livello da far impallidire Tangen-topoli, nessuno ci avrebbe creduto. Se si fosse dovuto
affrontare di colpo ciò che oggi è cronaca quotidiana,
molti avrebbero reagito. C’è una prova storica che con-ferma questa opinione. Nel luglio 1994, Berlusconi, è a
palazzo Chigi da tre mesi, si emana un decreto inteso a
salvare dal carcere i corruttori. È subito ribattezzato
“salvaladri”. La reazione dell’opinione pubblica, nono-stante sia in corso il Mundial sul quale probabilmente
si contava come fattore di distrazione, è tale che il prov-vedimento dev’essere ritirato. È stato uno dei rari erro-ri di comunicazione di un uomo per il resto abilissimo.
Infatti era l’equivalente della rana gettata nell’acqua
bollente. Da allora, fino al Lodo detto Alfano, si conte-ranno altri diciassette provvedimenti ritagliati su misu-ra, cioè “ad personam”. Ebbene, come quelle della ra-na, anche le reazioni di molti sono diventate sempre più
blande, fino a raggiungere in molti un’indifferenza sui-cid
mercoledì 4 settembre 2013
LE SFUMATURE SBIADITE DELL’EROTISMO
C
aro Augias, dilagano i romanzi erotici. In un articolo su “Donna Moderna” Flora Casalinuovo li de-finisce il tormentone dell’estate scrivendo che «il successo di “Cinquanta sfumature” ha fatto sco-prire un nuovo piacere alle donne... storie che fanno fremere... che si colorano di rosso fuoco... libri
hot». Giulia De Biase, editor della Sperling & Kupfer ha commentato: «La trilogia della James ha sdogana-to il genere hard, oggi nessuno si vergogna di mostrarsi con libri bollenti che, anzi, si sfoggiano con orgo-glio». Irene Cao, autrice di una trilogia pubblicata da Rizzoli, ha dichiarato: «Diciamo la verità: oggi di ses-so se ne parla tanto, se ne fa tanto però male... Un amico ha ammesso che, dopo avere finito la mia saga, ha
capito meglio i desideri della fidanzata...». Marco Rossi, sessuologo: «Leggere hot rafforza gli stimoli ero-tici che spesso languono nel subconscio». Non ci si chiede nulla sull’eventuale valore letterario. L’essen-ziale è che parlino di sesso, se in maniera raffinata o volgare e banale, non conta.
Renato Pierri — renatopierri@tiscali.it
LE SFUMATURE SBIADITE DELL’EROTISMO
I
n un racconto o romanzo dichiaratamente ero-tico la qualità letteraria è in genere l’ultima cosa
che si va a cercare. Non sarei severo come mi pa-re lo sia il signor Pierri. Un romanzo erotico può in-segnare delle cose, divertire, risvegliare desideri so-piti, la letteratura è un’altra cosa. Anche se sarebbe
importantissima perché, diciamo la verità, le fac-cende sessuali riferite o guardate nude crude con-sentono un limitato repertorio di varianti. I senti-menti che (eventualmente) le accompagnino han-no invece ben più di “cinquanta sfumature”. La
qualità della scrittura, l’ambientazione, il carattere
dei protagonisti insomma gli elementi che sono al-la base d’una buona narrazione sono tra l’altro ciò
che distingue erotismo da pornografia. Cito un ca-so classico di cui parla anche Kundera nel suo “La
Lentezza”. Il racconto erotico “Point de lende-main” di Dominique Vivant Denon (che è stato tra
l’altro il fondatore del Louvre). Questo gioiello ven-ne pubblicato a Parigi nel 1777. Centrava in pieno
lo spirito libertino dell’epoca, ebbe un tale succes-so da stimolare numerose edizioni e anche molte-plici imitazioni. Tra le altre una dal titolo “La nuit
merveilleuse ou le non-plus-ultra du plaisir’’. Tut-to ciò che nel racconto originale era intravisto, la-sciato ad allusioni velate quando non alla fantasia,
nella versione hard veniva brutalmente spiattella-to sotto gli occhi del lettore. Una differenza analo-ga la troviamo del resto nei thriller. Dan Brown è un
costruttore di suspense e basta. John Le Carré con il
suo “La spia che venne dal freddo” costruiva un th-riller che era anche letteratura. Insomma, ogni co-sa ha il suo posto, importante è saper distinguere
aro Augias, dilagano i romanzi erotici. In un articolo su “Donna Moderna” Flora Casalinuovo li de-finisce il tormentone dell’estate scrivendo che «il successo di “Cinquanta sfumature” ha fatto sco-prire un nuovo piacere alle donne... storie che fanno fremere... che si colorano di rosso fuoco... libri
hot». Giulia De Biase, editor della Sperling & Kupfer ha commentato: «La trilogia della James ha sdogana-to il genere hard, oggi nessuno si vergogna di mostrarsi con libri bollenti che, anzi, si sfoggiano con orgo-glio». Irene Cao, autrice di una trilogia pubblicata da Rizzoli, ha dichiarato: «Diciamo la verità: oggi di ses-so se ne parla tanto, se ne fa tanto però male... Un amico ha ammesso che, dopo avere finito la mia saga, ha
capito meglio i desideri della fidanzata...». Marco Rossi, sessuologo: «Leggere hot rafforza gli stimoli ero-tici che spesso languono nel subconscio». Non ci si chiede nulla sull’eventuale valore letterario. L’essen-ziale è che parlino di sesso, se in maniera raffinata o volgare e banale, non conta.
Renato Pierri — renatopierri@tiscali.it
LE SFUMATURE SBIADITE DELL’EROTISMO
I
n un racconto o romanzo dichiaratamente ero-tico la qualità letteraria è in genere l’ultima cosa
che si va a cercare. Non sarei severo come mi pa-re lo sia il signor Pierri. Un romanzo erotico può in-segnare delle cose, divertire, risvegliare desideri so-piti, la letteratura è un’altra cosa. Anche se sarebbe
importantissima perché, diciamo la verità, le fac-cende sessuali riferite o guardate nude crude con-sentono un limitato repertorio di varianti. I senti-menti che (eventualmente) le accompagnino han-no invece ben più di “cinquanta sfumature”. La
qualità della scrittura, l’ambientazione, il carattere
dei protagonisti insomma gli elementi che sono al-la base d’una buona narrazione sono tra l’altro ciò
che distingue erotismo da pornografia. Cito un ca-so classico di cui parla anche Kundera nel suo “La
Lentezza”. Il racconto erotico “Point de lende-main” di Dominique Vivant Denon (che è stato tra
l’altro il fondatore del Louvre). Questo gioiello ven-ne pubblicato a Parigi nel 1777. Centrava in pieno
lo spirito libertino dell’epoca, ebbe un tale succes-so da stimolare numerose edizioni e anche molte-plici imitazioni. Tra le altre una dal titolo “La nuit
merveilleuse ou le non-plus-ultra du plaisir’’. Tut-to ciò che nel racconto originale era intravisto, la-sciato ad allusioni velate quando non alla fantasia,
nella versione hard veniva brutalmente spiattella-to sotto gli occhi del lettore. Una differenza analo-ga la troviamo del resto nei thriller. Dan Brown è un
costruttore di suspense e basta. John Le Carré con il
suo “La spia che venne dal freddo” costruiva un th-riller che era anche letteratura. Insomma, ogni co-sa ha il suo posto, importante è saper distinguere
lunedì 2 settembre 2013
UNA GIORNATA BESTIALE
G
entile dottor Augias, un giorno come un altro leggo: un esponente leghista dà dell’orango al ministro
Kyenge; un medico di base del varesotto espone busti di Hitler, fa propaganda antisemita, nega l’olo-causto; il responsabile di una Onlus si appropria e utilizza fondi destinati a bambini bisognosi; i disabi-li in una cosidetta casa di riposo vengono segregati e trattati come bestie; un orso tra i pochissimi rimasti nel par-co abruzzese è ucciso a fucilate. Tutto in un solo giorno. Quando lei legge tutto questo non le viene la sensazio-ne che il paese sia in caduta libera e si allontani sempre di più la speranza di una risalita? Quando a metà dell’800
si sono unificati i vari stati presenti nella penisola con il progetto di crearne uno nuovo e più moderno, si auspi-cava che fosse migliore di quelli esistenti. A un secolo e mezzo di distanza ci si deve chiedere amaramente se non
si sia trattato d’una speranza disillusa e di un progetto in gran parte fallito.
Fernando Esposito — fernesp1@gmail.com
UNA GIORNATA BESTIALE
L’
elenco fatto dal signor Esposito potrebbe al-lungarsi fino a comprendere i pezzi pregiati
delle nostre industrie e dell’alto artigianato
italiano (tra i primi nel mondo) ceduti, svenduti, a
qualche ditta straniera. Marchi resi famosi da una bor-ghesia industriosa, tramandati per generazioni, che
ora finiscono nel portafoglio di una qualche società
per azioni europea. Le domande del signor Esposito
sono molto impegnative, sarebbe difficile rispondere
per uno storico figurarsi per un cronista. C’è un saggio
illuminante sul tema che può aiutare: Il paese manca-to di Guido Crainz (Feltrinelli). Da cronista mi limito
ad alcune osservazioni suggerite dall’attualità. La cri-si economica sembra solo un aspetto di una crisi così
profonda da investire la nostra stessa identità. Una
classe politica di così basso livello non si spiega altri-menti, sono i politici che ci meritiamo e che, nella loro
mediocrità, ci rispecchiano. Non sarà possibile alcu-na riforma della politica, e dei suoi costi esorbitanti, fi-no a quando non verrà ridimensionato il ruolo dei par-titi che hanno invaso lo Stato e la società. Parlare dei
soldi dati alla politica senza tener conto che un milio-ne (circa) di persone vivono di politica è perfettamen-te inutile, le resistenze di tutti i partiti infatti lo dimo-strano. Il declino industriale, politico, morale, cultu-rale sono diverse facce di uno stesso fenomeno: una
perdita generalizzata di fiducia in noi stessi, dunque di
status anche internazionale. Si potrebbe uscire dalla
spirale? Qualcuno ha suggerito una guerra e una ri-partenza come nel 1945. Sarebbe un prezzo eccessivo.
Esiste una prospettiva più realistica. Rassegnarsi al
fatto che ciò che stiamo vivendo è il ruolo, lo status, che
al momento ci spetta nel contesto delle nazioni
entile dottor Augias, un giorno come un altro leggo: un esponente leghista dà dell’orango al ministro
Kyenge; un medico di base del varesotto espone busti di Hitler, fa propaganda antisemita, nega l’olo-causto; il responsabile di una Onlus si appropria e utilizza fondi destinati a bambini bisognosi; i disabi-li in una cosidetta casa di riposo vengono segregati e trattati come bestie; un orso tra i pochissimi rimasti nel par-co abruzzese è ucciso a fucilate. Tutto in un solo giorno. Quando lei legge tutto questo non le viene la sensazio-ne che il paese sia in caduta libera e si allontani sempre di più la speranza di una risalita? Quando a metà dell’800
si sono unificati i vari stati presenti nella penisola con il progetto di crearne uno nuovo e più moderno, si auspi-cava che fosse migliore di quelli esistenti. A un secolo e mezzo di distanza ci si deve chiedere amaramente se non
si sia trattato d’una speranza disillusa e di un progetto in gran parte fallito.
Fernando Esposito — fernesp1@gmail.com
UNA GIORNATA BESTIALE
L’
elenco fatto dal signor Esposito potrebbe al-lungarsi fino a comprendere i pezzi pregiati
delle nostre industrie e dell’alto artigianato
italiano (tra i primi nel mondo) ceduti, svenduti, a
qualche ditta straniera. Marchi resi famosi da una bor-ghesia industriosa, tramandati per generazioni, che
ora finiscono nel portafoglio di una qualche società
per azioni europea. Le domande del signor Esposito
sono molto impegnative, sarebbe difficile rispondere
per uno storico figurarsi per un cronista. C’è un saggio
illuminante sul tema che può aiutare: Il paese manca-to di Guido Crainz (Feltrinelli). Da cronista mi limito
ad alcune osservazioni suggerite dall’attualità. La cri-si economica sembra solo un aspetto di una crisi così
profonda da investire la nostra stessa identità. Una
classe politica di così basso livello non si spiega altri-menti, sono i politici che ci meritiamo e che, nella loro
mediocrità, ci rispecchiano. Non sarà possibile alcu-na riforma della politica, e dei suoi costi esorbitanti, fi-no a quando non verrà ridimensionato il ruolo dei par-titi che hanno invaso lo Stato e la società. Parlare dei
soldi dati alla politica senza tener conto che un milio-ne (circa) di persone vivono di politica è perfettamen-te inutile, le resistenze di tutti i partiti infatti lo dimo-strano. Il declino industriale, politico, morale, cultu-rale sono diverse facce di uno stesso fenomeno: una
perdita generalizzata di fiducia in noi stessi, dunque di
status anche internazionale. Si potrebbe uscire dalla
spirale? Qualcuno ha suggerito una guerra e una ri-partenza come nel 1945. Sarebbe un prezzo eccessivo.
Esiste una prospettiva più realistica. Rassegnarsi al
fatto che ciò che stiamo vivendo è il ruolo, lo status, che
al momento ci spetta nel contesto delle nazioni
CALDEROLI, IL DIETROFRONT DELLA CIVILTÀ
G
entile Corrado Augias, l’episodio Calderoli – Kyenge solleva un delicato quesito: il consenso elettorale
è un criterio valido per definire i valori che regolano la convivenza civile? In altre parole, la democrazia
è principalmente un censimento? Le apparenti intemperanze di uomini politici non sono soltanto l’e-spressione del livello culturale e morale della singola persona: accade che questa conservi un esteso consenso
elettorale anche dopo l’esibizione di tali intemperanze. Se un uomo politico si dimostra razzista e i suoi elet-tori lo confermano col voto, il razzismo diventa un valore. Detto altrimenti diventa un metodo, empirico ma
valido, per censire i razzisti presenti in Italia. Se un uomo politico invita a frodare il fisco, e i suoi elettori lo con-fermano a milioni, questo invito diventa un valore per la democrazia o è un censimento sul numero di ladri
presenti nel Paese? Spesso questo dilemma non viene posto o è risolto in modo ambiguo.
Franco Ajmar - Genova
CALDEROLI, IL DIETROFRONT DELLA CIVILTÀ
N
el caso Calderoli si mescolano elementi per-sonali e altri sociali che giustamente il signor
Ajmar richiama. Con ogni evidenza Calderoli
non ha ricevuto una sufficiente “educazione”. Uso la
parola in una doppia accezione. Educazione come
“buona educazione”, cioè modi garbati e civili, saper
maneggiare propriamente forchetta e coltello a tavo-la, non biascicare, «Posso avere lo zucchero?», «Prego
prima lei», «Disturba se fumo?», insomma quelle for-mule spicce di comportamento che smussano gli spi-goli della convivenza. Gli anglosassoni usano però
education nel senso di informazione, cultura, forma-zione. Circostanze familiari o d’ambiente hanno im-pedito a Calderoli di raggiungere un accettabile livel-lo sia nel primo senso sia nel secondo. Mi fa notare per
esempio il signor Giovanni Moschini: “Il ‘medico’
Calderoli almeno non ci renda ignoranti sull'evolu-zione conosciuta degli Ominidi: l'orango non vive in
Africa, terra natale del ‘medico’ Kyenge, ma in Borneo
e Sumatra. Ciò che tuttavia preoccupa di più è che,
nell’evoluzione delle specie, l'ambiente in cui esse
crescono influisce molto sui singoli individui (cfr.
Darwin). Negli ultimi anni in Italia si sono manifesta-te modifiche ‘ambientali’ di linguaggio e comporta-mento in tale contrasto con quanto credevamo paci-ficamente accettato e condiviso; alla fine potremmo
giungere, non dico a mutazioni genetiche, ma ad una
regressione di civiltà sì”. Le osservazioni congiunte
dei due lettori consentono di ipotizzare che in un am-biente antropologico meno guasto un individuo co-me Calderoli si sarebbe vergognato delle sue insuffi-cienze, le avrebbe nascoste. Nell’ambiente cultural-mente devastato in cui ci troviamo a vivere questo ri-tegno è scomparso. Possiamo utilizzare Calderoli co-me un termometro per misurare l’entità del guasto
entile Corrado Augias, l’episodio Calderoli – Kyenge solleva un delicato quesito: il consenso elettorale
è un criterio valido per definire i valori che regolano la convivenza civile? In altre parole, la democrazia
è principalmente un censimento? Le apparenti intemperanze di uomini politici non sono soltanto l’e-spressione del livello culturale e morale della singola persona: accade che questa conservi un esteso consenso
elettorale anche dopo l’esibizione di tali intemperanze. Se un uomo politico si dimostra razzista e i suoi elet-tori lo confermano col voto, il razzismo diventa un valore. Detto altrimenti diventa un metodo, empirico ma
valido, per censire i razzisti presenti in Italia. Se un uomo politico invita a frodare il fisco, e i suoi elettori lo con-fermano a milioni, questo invito diventa un valore per la democrazia o è un censimento sul numero di ladri
presenti nel Paese? Spesso questo dilemma non viene posto o è risolto in modo ambiguo.
Franco Ajmar - Genova
CALDEROLI, IL DIETROFRONT DELLA CIVILTÀ
N
el caso Calderoli si mescolano elementi per-sonali e altri sociali che giustamente il signor
Ajmar richiama. Con ogni evidenza Calderoli
non ha ricevuto una sufficiente “educazione”. Uso la
parola in una doppia accezione. Educazione come
“buona educazione”, cioè modi garbati e civili, saper
maneggiare propriamente forchetta e coltello a tavo-la, non biascicare, «Posso avere lo zucchero?», «Prego
prima lei», «Disturba se fumo?», insomma quelle for-mule spicce di comportamento che smussano gli spi-goli della convivenza. Gli anglosassoni usano però
education nel senso di informazione, cultura, forma-zione. Circostanze familiari o d’ambiente hanno im-pedito a Calderoli di raggiungere un accettabile livel-lo sia nel primo senso sia nel secondo. Mi fa notare per
esempio il signor Giovanni Moschini: “Il ‘medico’
Calderoli almeno non ci renda ignoranti sull'evolu-zione conosciuta degli Ominidi: l'orango non vive in
Africa, terra natale del ‘medico’ Kyenge, ma in Borneo
e Sumatra. Ciò che tuttavia preoccupa di più è che,
nell’evoluzione delle specie, l'ambiente in cui esse
crescono influisce molto sui singoli individui (cfr.
Darwin). Negli ultimi anni in Italia si sono manifesta-te modifiche ‘ambientali’ di linguaggio e comporta-mento in tale contrasto con quanto credevamo paci-ficamente accettato e condiviso; alla fine potremmo
giungere, non dico a mutazioni genetiche, ma ad una
regressione di civiltà sì”. Le osservazioni congiunte
dei due lettori consentono di ipotizzare che in un am-biente antropologico meno guasto un individuo co-me Calderoli si sarebbe vergognato delle sue insuffi-cienze, le avrebbe nascoste. Nell’ambiente cultural-mente devastato in cui ci troviamo a vivere questo ri-tegno è scomparso. Possiamo utilizzare Calderoli co-me un termometro per misurare l’entità del guasto
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