G
entile dottor Augias, un giorno come un altro leggo: un esponente leghista dà dell’orango al ministro
Kyenge; un medico di base del varesotto espone busti di Hitler, fa propaganda antisemita, nega l’olo-causto; il responsabile di una Onlus si appropria e utilizza fondi destinati a bambini bisognosi; i disabi-li in una cosidetta casa di riposo vengono segregati e trattati come bestie; un orso tra i pochissimi rimasti nel par-co abruzzese è ucciso a fucilate. Tutto in un solo giorno. Quando lei legge tutto questo non le viene la sensazio-ne che il paese sia in caduta libera e si allontani sempre di più la speranza di una risalita? Quando a metà dell’800
si sono unificati i vari stati presenti nella penisola con il progetto di crearne uno nuovo e più moderno, si auspi-cava che fosse migliore di quelli esistenti. A un secolo e mezzo di distanza ci si deve chiedere amaramente se non
si sia trattato d’una speranza disillusa e di un progetto in gran parte fallito.
Fernando Esposito — fernesp1@gmail.com
UNA GIORNATA BESTIALE
L’
elenco fatto dal signor Esposito potrebbe al-lungarsi fino a comprendere i pezzi pregiati
delle nostre industrie e dell’alto artigianato
italiano (tra i primi nel mondo) ceduti, svenduti, a
qualche ditta straniera. Marchi resi famosi da una bor-ghesia industriosa, tramandati per generazioni, che
ora finiscono nel portafoglio di una qualche società
per azioni europea. Le domande del signor Esposito
sono molto impegnative, sarebbe difficile rispondere
per uno storico figurarsi per un cronista. C’è un saggio
illuminante sul tema che può aiutare: Il paese manca-to di Guido Crainz (Feltrinelli). Da cronista mi limito
ad alcune osservazioni suggerite dall’attualità. La cri-si economica sembra solo un aspetto di una crisi così
profonda da investire la nostra stessa identità. Una
classe politica di così basso livello non si spiega altri-menti, sono i politici che ci meritiamo e che, nella loro
mediocrità, ci rispecchiano. Non sarà possibile alcu-na riforma della politica, e dei suoi costi esorbitanti, fi-no a quando non verrà ridimensionato il ruolo dei par-titi che hanno invaso lo Stato e la società. Parlare dei
soldi dati alla politica senza tener conto che un milio-ne (circa) di persone vivono di politica è perfettamen-te inutile, le resistenze di tutti i partiti infatti lo dimo-strano. Il declino industriale, politico, morale, cultu-rale sono diverse facce di uno stesso fenomeno: una
perdita generalizzata di fiducia in noi stessi, dunque di
status anche internazionale. Si potrebbe uscire dalla
spirale? Qualcuno ha suggerito una guerra e una ri-partenza come nel 1945. Sarebbe un prezzo eccessivo.
Esiste una prospettiva più realistica. Rassegnarsi al
fatto che ciò che stiamo vivendo è il ruolo, lo status, che
al momento ci spetta nel contesto delle nazioni
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