C
aro Augias, ho letto la storia della rana che si lascia lentamente abituare alla temperatura sempre più eleva-ta dell’acqua fino a morirne. Bollita. È bella e suggestiva ma non si adatta alla realtà italiana che anzi ha avu-to nel corso degli ultimi anni forti momenti di protesta e mobilitazione. Esempi: 25 giugno 2010 contro la
riforma Sacconi, oltre un milione di persone; 30 ottobre 2008 contro riforma Gelmini, oltre un milione di persone;
17 aprile 2002 contro l'articolo 18, oltre tre milioni, e l'elenco è lungo. A differenza dei governi della prima repub-blica quando il solo annuncio di proteste massicce portava a una ricerca di dialogo, a partire dal 1994 ha prevalso
l'interesse di una sola persona unito a un completo disinteresse verso la possibile ricomposizione delle diverse
istanze. L'apatia che ne è conseguita è dovuta all'inutilità sostanziale delle proteste come mezzo di cambiamento.
Infatti hanno avuto effetti minimi sui programmi dei governi. Da qui l'indifferenza della, diciamo, ranocchia. A que-sto si associa la constatazione che il potere, dopo tutto, è potere. Invade. È la sua natura. Invade la nostra vita. Di-venta difficile difendersi.
Fabrizio Floris— fabrizio.floris@unito.it
SE LA RANA NON SALTA A SUFFICIENZA
L
a lettera del signor Floris condensa in poche righe
l’eterno problema politico che si affaccia da sem-pre nella storia. Il rapporto tra la volontà della
maggioranza, comunque manifestata, e la possibile effi-cacia del dissenso. È vero che in Italia abbiamo avuto ma-nifestazioni di dissenso anche imponenti, sicuramente
con qualche risultato positivo. Uno degli esempi più elo-quenti è quello dei quattro referendum (legittimo impe-dimento, uso pubblico dell’acqua, energia nucleare) che
nel 2011 hanno respinto a furor di popolo provvedimen-ti iniqui. Appena qualche anno prima, 2006, sempre per
referendum, era stata bocciata la sciagurata riforma del-la Costituzione redatta in una baita montana da quattro
buontemponi in pantaloncini. Gli esempi dunque sono
possibili, le reazioni ci sono state. Tuttavia nulla nella so-stanza è cambiato da vent’anni a questa parte, al punto
da poter parlare — in questo senso — di regime. Per re-stare nell’apologo attribuito a Chomsky, la rana insom-ma ha mosso un po’ le zampe, ma non è riuscita a salta-re fuori dalla pentola nella quale sta(va) lentamente bol-lendo. Gli italiani hanno reagito in numero sufficiente
quando sono stati interpellati su singoli provvedimenti,
non sono invece stati in condizione di reagire per con-trastare l’atmosfera generale del paese, la distorsione
profonda dei meccanismi democratici troppo spesso
piegati agli interessi di una sola persona. Le cause di que-sta sostanziale acquiescenza sono numerose e note agli
storici. Tra le tante ha però il suo posto una progressiva
assuefazione. La sindrome della rana, appunto
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