C
aro Augias, guardare Silvio Berlusconi che applaude in Senato Enrico Letta quando annuncia la vit-toria dei “no” alla mozione di sfiducia al Ministro Alfano mi ha dato lo stesso fastidio di quando si os-serva un qualcosa di innaturale, posticcio. L’inciucio in nome della governabilità “tout court” ha par-torito nell’aula più nobile del Paese il solito mostro del “damose ‘na mano” italico, in nome di un compro-messo politico da ingoiare per il bene di una nazione che perde pezzi di economia e di prestigio ogni gior-no. Nessuno sa dove andrà a parare questo connubio tra avversari; fin dove si spingerà la tragicommedia di
schieramenti che si fingono “maggioranza” avendo perso la loro stessa sostanza politica. Fatto sta che la
condizione politica e istituzionale cui assistiamo si gioca su equilibrismi e pasticci che umiliano sempre più
le istituzioni dello Stato ed il popolo italiano.
Antonio Taraborrelli— Pescara
LA STRANA ALLEANZA CHE LITIGA SU TUTTO
S
ento e leggo un diffuso fastidio per l’alleanza di
governo che non si fatica a definire “innatura-le”. La sola giustificazione del coesistere al go-verno, è l’agenda urgente delle cose da fare con il de-bito ormai diventato una montagna pari al 130% del
Pil. Confesso che la coerenza politica, in un mo-mento come questo, sembra il dato meno interes-sante. Spaventa invece il fatto che l’agenda delle ur-genze sia ancora praticamente ferma. Ogni giorno si
garantisce, si assicura ma in pratica niente accade.
La credibilità di Letta all’estero, come s’è visto anche
nel recente viaggio in Europa, è legata alle cose che
riuscirà a fare nei tempi annunciati. Se non dovesse
riuscire non solo la sua credibilità ma quella di tutti
e del paese andrebbe definitivamente in pezzi col ri-schio di far avverare le irresponsabili (per ora) paro-le di Casaleggio. Dagli Stati Uniti al Kazakistan allo
stato indiano del Kerala, tutti giocano ormai con la
nostra indebolita credibilità, sarebbe necessaria
una maggiore stabilità politica, ha reclamato il go-vernatore Visco al G20 di Mosca, per renderci nuo-vamente credibili. Invece si litiga su tutto. Meno che
su un punto: i soldi dei partiti. Il paradosso è che la
resistenza dei tesorieri è assolutamente comprensi-bile. Con le dilatate, pletoriche, funzioni assunte, i
partiti politici hanno bisogno di essere finanziati
dallo Stato. L’errore è stato pretendere di comincia-re dai soldi mentre si sarebbe dovuto cominciare ri-ducendone l’invadenza, l’occupazione dello Stato,
degli enti pubblici, delle Asl, la cifra mostruosa di un
milione di italiani che vivono di politica. L’aveva già
detto a questo giornale Enrico Berlinguer: «I partiti
non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e
questa è l’origine dei malanni d’Italia». Sono passa-ti invano più di trent’anni. I risultati li vediamo
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