Le sarò grato se vorrà
spiegarmi perché esiste, in
alcuni casi, un regolamento
che prevede il voto segreto. A
mio avviso è contro ogni
logica per almeno due
motivi. Il primo: chi vota
potrebbe votare, per diverse
ragioni (non escluse quelle
molto personali), in modo
diverso da quello in linea
con il mandato ricevuto dai
propri elettori. So che l’eletto
non ha obbligo di fedeltà al
mandato, ma mi auguro che
questo sia applicabile solo
nei «casi di coscienza».
Vero, il voto palese potrebbe
mettere in difficoltà chi ha
una visione diversa da
quella del proprio partito ma
mi chiedo, è questa una
buona ragione? Il secondo:
con il voto segreto si
autorizza chi vota ad avere
una dicotomia tra il dire ed
il fare, si può pubblicamente
sostenere una tesi e poi
votare, in segreto, per la tesi
opposta. Assolutamente
illogico, il voto segreto
autorizza il malcostume
intellettuale e fa sì che coloro
che dovrebbero essere
esempi di moralità possano
comportarsi come poveri
ladri di galline.
Giorgio Mazzeri
giorgio@mazzeri.net
Caro Mazzeri,
I
l voto palese permette al-l’elettore di giudicare me-glio il suo parlamentare.
Ma non credo che l’esistenza
del mandato possa essere usa-to, in questa materia, come
fattore determinante. Nessun
candidato, nel momento in
cui chiede il suffragio, potrà
mai assumere impegni vinco-lanti. Quali che siano le sue
promesse, le circostanze lo
costringeranno molto spesso
a votare in condizioni alquan-to diverse da quelle che era-no prevedibili al momento
delle elezioni. Provo a fare un
esempio. Se nel corso della
campagna elettorale mi sono
impegnato a non votare per
una legge finanziaria che pre-veda l’aumento delle impo-ste, dovrò forse attenermi a
quella promessa se la situazio-ne economica e finanziaria,
nel frattempo avrà subito un
radicale cambiamento? Farò
mancare al governo il mio vo-to se il risanamento del defi-cit è la condizione indispensa-bile per rifinanziare il debito
sul mercato delle obbligazio-ni con tassi d’interesse non
troppo punitivi? Questo di-lemma non è puramente ipo-tetico. È esattamente quello
in cui si dibattono i deputati
socialisti all’Assemblea nazio-nale francese. Avevano an-nunciato una tregua fiscale,
soprattutto per i redditi delle
fasce sociali meno favorite, e
saranno costretti a votare un
progressivo aumento delle
imposte sino al 2015. È bene
che il voto sia palese, ma oc-corre che il mandato non sia
vincolante e che il giudizio
dell’elettore, nella prossima
scadenza elettorale, tenga
conto delle condizioni in cui
il suo parlamentare ha dovu-to esercitare le sue funzioni.
Non è tutto. Siamo tutti fa-vorevoli alla trasparenza del
voto palese, ma non bisogna
dimenticare che gli elettori,
con il loro voto, scelgono an-che un partito, e che i partiti,
per svolgere efficacemente la
loro funzione devono potere
contare sulla disciplina dei lo-ro deputati e senatori. Può ac-cadere quindi che il voto pale-se serva soprattutto ai partiti
per imporre la loro disciplina
ed evitare i «franchi tiratori».
In linea di massima la discipli-na è una virtù, ma possono
esservi circostanze in cui gli
ordini di scuderia impartiti
dai capi dei gruppi parlamen-tari (in Gran Bretagna si chia-mano whip, frusta) offendo-no la coscienza del parlamen-tare.
Nel 1988 i regolamenti del-le Camere furono modificati
per garantire che il voto fosse
generalmente palese, ma se-greto nei casi concernenti di-ritti di libertà, casi di coscien-za o singole persone. Fu un ra-gionevole compromesso che
può essere modificato sulla
base di altre considerazioni e
nuove esperienze. Ma non
sorprendiamoci per favore se
cambiamenti dettati da una
particolare circostanza come
la votazione sul caso Berlusco-ni, sembreranno a molti (lo
ha ricordato Michele Ainis
sul Corrieredel 17 settem-bre) un provvedimento ad
personam, anzi contra perso-nam
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