giovedì 14 novembre 2013

CITTADINI SENZA FIDUCIA NELLO STATO

C
aro Augias, ho letto su  Repubblica di lunedì l’analisi di Ilvo Diamanti che mi ha molto colpito. Non so se al-tri lettori abbiano avuto la stessa impressione, a me quei dati sono sembrati spaventosi. L’esordio: «L’Italia
sta perdendo radici e identità. È un paese spaesato dove i cittadini non sanno più a chi credere». Le cifre
confermano l’amara diagnosi. L’Italia in quanto tale costituisce un centro di appartenenza solo per il 23% dei cit-tadini. Rovesciando la prospettiva: i tre quarti dei cittadini non la considerano tale. La fiducia nello Stato è scesa al
15%. Poco più di un italiano su dieci (!) ha fiducia nello Stato. Va un po’ meglio all’Europa: 33%, un crollo rispetto
a qualche anno fa ma sempre il doppio dello Stato. Le Regioni franano al 26, i Comuni al 31. Ma quelli che si dico-no fiduciosi sia nelle Regioni sia nei Comuni sono appena il 17%. Lo stesso presidente della Repubblica che gode-va di vastissima fiducia fino a pochi anni fa, oggi supera appena il 50%. Meglio di tutti gli altri ma significa un ita-liano su due. Anche l’ultimo dato è allarmante: il 90% ha fiducia in papa Francesco. E la Repubblica?
Giovanni Moschini
I CITTADINI SENZA FIDUCIA NELLO STATO
I
l professor Diamanti è uno dei più avveduti misura-tori della pubblica opinione; i dati da lui riportati so-no confermati anche da altre fonti. Ha dunque ra-gione il signor Moschini nel definirli «spaventosi».
Un’ulteriore conferma del resto viene dalla stessa in-differenza con la quale sono accolti. Accadono ogni
giorno cose orribili, gli scandali si susseguono gli uni
agli altri, la criminalità dilaga, la prepotenza diventa
legge come dimostra l’ultimo episodio della partita so-spesa tra due squadre di calcio perché i tifosi, manovrati
chissà da chi, non volevano che fosse giocata. Mentre
tutto questo accade la politica, vale a dire l’insieme di
attività e iniziative che dovrebbero fare da timone al
paese, si balocca con se stessa, si contende le posizioni
di potere, al massimo gareggia in proposte di bassa de-magogia per strappare un po’ di voti all’avversario. Per
più di un aspetto l’aria che si respira ricorda quella dell’8
settembre 1943. Non ci sono i morti, è vero, ed è un be-ne da tutelare. Però c’è tutto il resto, come fa osservare
Diamanti, la sfiducia, lo sbandamento, il non sapere
più in chi credere. Anzi, da questo punto di vista oggi è
forse peggio di ieri. Nel povero paese in rovina del 1943,
baluginavano i sintomi di un possibile riscatto, la voglia
di resistere e di ricominciare. Oggi di quello slancio non
c’è traccia. Resta la fiducia nel papa Francesco, lumi-nosa figura, è indiscutibile. Si pone però una domanda:
se non sia fallimentare ritrovarsi, dopo tanto cammino,
al federalismo cattolico del buon Vincenzo Gioberti di
cui si parlava nel 1843

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