sabato 2 novembre 2013

LA TENTAZIONE DEL PUGNO DI FERRO

C
aro dottor Augias, sono amareggiata da un Paese in cui domina, a tutti i livelli, l’ignoranza, l’assenza di ri-spetto verso la cultura, la natura, l’archeologia e l’arte in genere. L’educazione familiare e scolastica, la
convivenza civile nelle strade, sono parole prive di significato. Basta pensare all’orrore delle due prosti-tute bambine di Roma. L’arroganza della classe politica nazionale e locale ci rende più che cittadini, sudditi. Le
leggi non danno alcuna certezza dei diritti e le pene sono spesso soggette all’individualità di chi giudica. Visto
che ancora non riusciamo ad avere un’Europa unita che ci governi, esprimo il desiderio “provocatorio” di chie-dere che un Paese europeo ci colonizzi. Se la lotta di Liberazione fatta dai nostri genitori ci ha portato a questo
stato, meglio sarebbe che sia un altro Paese più civile a spazzare via chi ci ha ridotto allo stato in cui siamo e ci
imponga regole e comportamenti che, evidentemente, non siamo capaci di darci da soli. Mi spinge a questa pro-posta assurda lo sdegno verso chi ha ridotto un meraviglioso Paese ad un degrado non più sopportabile.
Giuliana Giogli — giulianagiogli@gmail.com
LA TENTAZIONE DEL PUGNO DI FERRO
L
a signora Giogli riconosce da sola l’assurdità
della sua richiesta che ha quindi solo valore di
sfogo di fronte alla situazione inimmaginabile
in cui l’ultimo ventennio, con l’aggiunta della crisi, ci
ha trascinato. Dico inimmaginabile nel senso proprio:
se vent’anni fa, quando esplose Tangentopoli (e a
molti parve una liberazione), qualcuno ci avesse det-to che nel 2013 ci saremmo ritrovati dove stiamo, tut-ti lo avremmo considerato il solito profeta di inutili
sventure. Quello che aggiungo a ciò che scrive la no-stra lettrice è che oltre ad essere assurda la sua idea è
anche inutile. Di tanto in tanto affiora la tentazione di
affidarsi — faccio per dire — a un governatore tedesco
che riesca finalmente a far funzionare le cose, a distri-buire torti e ragioni in modo sensato. Si sente ogni tan-to qualcuno che, scherzando e ridendo, lo dice. Non
servirebbe a niente. Sarebbe solo l’estensione verso
l’estero del solito rimedio: l’illusione di un uomo del-la provvidenza che ci liberi da noi stessi. Mussolini al-lora, Berlusconi ieri, per esempio. Nella storia tor-mentata della penisola, uomini così ce ne sono stati
parecchi. Principi e granduchi, baroni e pontefici, pa-droni di un territorio, di un feudo, di un castello. Las-sù una corte e tutti gli altri col cappello in mano e la te-sta china al passaggio della carrozza e del seguito. So-gnare l’uomo della provvidenza che risolva i nostri
guai, italiano o straniero che sia, è esattamente la col-pa, la tentazione atavica dalla quale dobbiamo libe-rarci. Siamo mal messi ma da questa brutta condizio-ne possiamo tirarci fuori solo con le nostre forze. Se ne
saremo capaci, chissà

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