lunedì 18 novembre 2013

I NUMERI E LA PERCEZIONE DELLA REALTÀ

C
aro Augias, lei ha scritto che «accadono ogni giorno cose orribili». Secondo me una visione troppo pes-simistica della realtà. Riporto dal libro “Il declino della violenza” dello psicologo Steven Pinker alcuni
elementi positivi della nostra epoca che valgono per tutto mondo occidentale: 1) Oggi viviamo nell’e-poca più pacifica della storia; un drastico calo degli omicidi; 2) Nella misura in cui l’Europa è diventata più ur-bana, cosmopolita, industrializzata e laica è diventata anche più sicura; 3) Nell’Occidente moderno e in gran
parte del mondo le pene corporali e capitali sono state di fatto soppresse, la schiavitù abolita, la gente non ha
più sete di crudeltà; 4) Le correnti della mentalità filobellica – il nazionalismo, l’ambizione territoriale, l’ono-re internazionale, l’accettazione della guerra e l’indifferenza ai suoi costi umani – è diventata nei Paesi svilup-pati, nella seconda metà del XX° secolo, qualcosa di obsoleto; 5) I numeri ci dicono che negli ultimi due decenni
guerra, genocidio e terrorismo sono calati, non fino a zero, ma molto; 6) Il razzismo dichiarato è andato sgre-tolandosi. Potrei continuare. Allora?
Franco Pelella – Pagani (Sa)
I NUMERI E LA PERCEZIONE DELLA REALTÀ
A
llora, gentile Pelella, questi dati vanno presi
con le pinze. Sono veri forse su grande scala
ma poco si adattano alle situazioni particola-ri. Per esempio: omicidi. Da qualche tempo anche le
mafie italiane sembrano aver appeso le armi al chio-do. Secondo molti però questo è un motivo d’inquie-tudine non una rassicurazione. I criminali uccidono
meno non perché siano diventati “buoni”, ma per-ché non hanno bisogno di uccidere potendo combi-nare in modo incruento i loro affari, ovvero contano
su ampie reti di complicità. Una diffusa impressione
che ammetto di condividere (pessimista?), è che il
nostro Paese abbia perso le posizioni acquisite gra-zie allo slancio del dopoguerra scivolando, in termi-ni calcistici, dalla serie A in una serie inferiore. La cri-si economica ha messo a nudo una serie di insuffi-cienze e di fragilità che gli anni affluenti avevano ma-scherato e nascosto. L’economia non va bene ma il
guasto non riguarda solo l’economia, ci siamo resi
conto quasi di colpo di arrancare dietro le nazioni di
testa, in corsa vertiginosa, senza più riuscire a rag-giungerle. Ho usato la parola proibita: nazione. Ri-tengo che il nostro declino dipenda anche dal fatto
che siamo troppo poco “nazione”, che continuiamo
a giocare in ordine sparso contando sulla nostra in-dubbia creatività (degli individui, dei gruppi) inca-paci però di “fare sistema”; accade spesso che men-tre un nostro rappresentante s’impegna all’estero
per riguadagnare posizioni c’è qualcuno in patria
che gli sega le gambe della sedia. È la rovina? Non ne-cessariamente. Forse dovremo solo adattarci al nuo-vo livello. Provando un giorno o l’altro a ricomincia-re tutto daccap

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