domenica 3 novembre 2013

COS’È L’AMORE VERO TRA CANE E PADRONE

G
entile dott. Augias, a me sembra che difendere i diritti degli animali dovrebbe consistere prima di tutto nel
difendere il loro diritto alla libertà, senza la quale nessun essere vivente può essere felice. Se una persona
tiene un animale per tutta la vita separato dai suoi simili, prigioniero in un appartamento dal quale esce
solo legato e solo quando lo vuole lei; e se questa persona priva chirurgicamente quell’animale degli organi ri-produttivi, oppure gli permette di accoppiarsi solo quando lo vuole lei e solo con chi vuole lei (e in tal caso lo pri-va dopo pochi giorni dei figli eventualmente generati), a me sembra assurdo affermare che questa persona “ama”
il suo animale, e che quel povero animale (reso pazzo da una vita così innaturale) è “amico” di tale persona. Ep-pure i padroni di animali domestici fanno proprio questo ai loro “amati amici”.
Piero Righetti — Roma
COS’È L’AMORE VERO TRA CANE E PADRONE
I
l primo choc sulle torture inflitte agli animali lo pro-vocò — nella mia vita — il film-documentario
“Mondo cane” di Gualtiero Jacopetti nel lontano
1962. Vi si mostrava in qual modo alle oche vengano in-chiodate le zampe a terra per impedire ogni movimen-to e vengano poi ingozzate di cibo. In questo modo si
può ricavare dalla loro straziata carcassa il famoso  fois
gras per la delizia dei buongustai. Gli esempi di torture
verso gli animali continuano a essere numerose e ripu-gnanti. Per esempio i cani usati come “bombe di fuo-co” negli scontri in Egitto. Imbevuti di benzina e lan-ciati contro l’esercito. Per tacere della sventura della vi-visezione, talvolta necessaria alla sperimentazione dei
farmaci, spesso no. Ovviamente si potrebbe continua-re per arrivare fino ai poveri cavallucci delle botticelle
romane che guadagnano a caro prezzo la loro porzio-ne di biada sotto il cocente sole di luglio della città dei
sette colli, ovvero piena di salite. O gli sventurati cani da
guardia che impazziscono perennemente legati a una
catena magari di soli due metri. O le scimmie asiatiche
scalottate da vive perché il gourmet affondi il cucchiai-no nel loro cervello palpitante. Ho preso il discorso al-la larga prima di arrivare al punto sollevato dal signor
Righetti che mi trova solo in parte d’accordo. Escludo i
casi di maltrattamenti così come quelli dei bastardi che
abbandonano il loro cane in autostrada. Per il resto il
rapporto affettivo che s’instaura tra cane e padrone è
così intenso da compensare con la forza delle emozio-ni (spesso reciproche) i disagi di una limitata libertà.
Quel rapporto infatti si è consolidato nei secoli come
dimostra tra l’altro questa toccante iscrizione funera-ria per un cane nell’antica Roma:  Raedarum custos,
numquam latravit inepte; nunc silet et cineres vindicat
umbra suos, Guardiano dei carri, non abbaiò mai inva-no; ora tace, un’ombra [amica] veglia sulle sue cener

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