Nella sua risposta sul ruolo
degli intellettuali italiani e
sulla loro attitudine
trasformistica mi ha colpito
in particolare la sua
conclusione, secondo cui
l’Italia ha bisogno di
«scienziati, filosofi, pittori,
scultori, romanzieri, poeti,
studiosi ed esperti delle più
diverse discipline, non di
intellettuali». La cosa mi
interessa particolarmente,
visto che la mia casa editrice
ha pubblicato i libri di molti
autori che non saprei come
definire se non
«intellettuali». A partire da
Benedetto Croce che fu
filosofo, storico e critico della
letteratura, ma il cui
contributo alla cultura
italiana mi pare non possa
risolversi nella somma di
queste competenze. E non è
un caso forse se Croce decise
di influire sugli orientamenti
della classe dirigente italiana
— a partire dagli educatori
delle giovani generazioni —
attraverso una rivista come
La Criticae una casa editrice
come Laterza. Non nego che il
trasformismo sia stato un
vizio anche di molti
intellettuali italiani: ma non
lo è stato anche di molti
politici e imprenditori? Non è
forse una caratteristica
nazionale? E non pensa che
nell’Italia del dopoguerra ci
siano stati grandi
intellettuali che con coerenza
e pluralità di idee hanno
contribuito a formare le
nostre opinioni? Penso a
filosofi come Bobbio e Garin,
economisti come Sylos Labini
e Padoa Schioppa, storici
come Rosario Romeo e Renzo
De Felice, scienziati come
Margherita Hack, scrittori
come Pasolini, per citare solo
alcuni nomi. Persone che
possedevano competenze
specifiche ma che mi sembra
abbiano contribuito a
costruire diverse «visioni del
mondo». Un’espressione non
più di attualità dopo la
(pretesa) fine delle ideologie,
a cui sembrano essersi
sostituite solo le competenze
dei ‘tecnici’ e le suggestioni
dei «comunicatori». Eppure
io ho il dubbio che gli
intellettuali esistano ancora,
magari in forme diverse... Ad
esempio tra coloro che
scrivono articoli e libri
rigorosi ma rivolti al pubblico
generale. Analisi che — anche
quando non sono «tecniche»
— possono servire a mettere
le informazioni e le
conoscenze in una
prospettiva critica e in un
contesto più ampio, cosa
essenziale in un mondo
complesso come quello in cui
viviamo. Non vorrei
sembrarle provocatorio (come
quegli intellettuali che a lei
non piacciono) ma — in
questo senso almeno — a me
pare che anche lei quando
interviene sulCorriereocon i
suoilibri su argomenti
diversi di grande rilievo
pubblico sia un intellettuale...
Giuseppe Laterza
Caro Laterza,
F
orse noi diamo alla paro-la «intellettuale» conte-nuti diversi. Nella mia
definizione l’intellettuale è
certamente un erede di Voltai-re e Zola, avvocati difensori di
d u e g r a n d i i n n o c e n t i —
l’ugonotto Jean Calas e l’ebreo
Aldred Dreyfus — entrambi
vittime di pregiudizi religiosi
o razziali. Ma col passare del
tempo l’ambizione, la vanità,
le lusinghe degli ammiratori e
uno sproporzionato concetto
di sé hanno persuaso l’intel-lettuale dei nostri giorni a
considerarsi coscienza della
società, custode di «valori»
(una delle parole più inflazio-nate dei nostri tempi), arbitro
dei nostri dilemmi politici e
morali, oracolo e profeta.
Ascolto e leggo volentieri le
opinioni degli intellettuali
quando sono il risultato di
studi e competenze professio-nali. Ma non riesco a com-prendere perché una qualsiasi
pubblica campagna per il rag-giungimento di un particolare
obiettivo politico o umanita-rio debba essere più autore-vole quando l’appello è firma-to da un poeta, da un roman-ziere, da un astronomo o da
un premio Nobel. Benedetto
Croce fu un intelligente filo-sofo, un eccellente scrittore,
un brillante storico e un gran-de animatore culturale. Ma la
percentuale dell’errore, nelle
sue valutazioni politiche, fu
mediamente quella dei mi-gliori esponenti della classe
sociale a cui apparteneva.
Lei ha ragione, caro Laterza,
quando osserva che il trasfor-mismo è una caratteristica
della storia italiana e non può
essere quindi imputato sol-tanto agli intellettuali. Ma for-se il fenomeno è più grave
quando concerne uomini e
donne che si considerano ma-estri di vita e di pensiero
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