La recente richiesta del
consigliere Pizzul per una
adeguata celebrazione della
Guerra, mi ha riportato a due
dilemmi. Albertini schierò il
Corriere della Serasul fronte
interventista per mera
vendetta nei confronti di
Giolitti? Indipendentemente
dal rovesciamento delle
alleanze, gli imperi ci avevano
offerto le terre rivendicate?
Aldo Fantoni
aldo.fantoni@email.it
Caro Fantoni,
L
uigi Albertini non amava
Giovanni Giolitti. Per il
direttore delCorriere del-la Sera, l’«uomo di Dronero»,
come veniva spesso definito
dalla stampa, era un abile ma-nipolatore della politica italia-na, un maestro nell’arte del
compromesso, un personag-gio sfuggente e incline a patti
opachi con forze politiche illi-berali. Ma ilCorriereaveva ap-provato la conquista della Li-bia,decisadaGiolittinel1911,
enonavrebbemaiabbracciato
la causa dell’intervento sol-tanto per regolare i conti con
un avversario.
La scelta interventista, do-po l’inizio del conflitto, fu co-munque piuttosto rapida. Al-bertini aveva buoni rapporti
con Antonio Salandra, presi-dente del Consiglio, e ne so-steneva il governo. Ma ritene-va che un grande giornale na-zionale dovesse avere, su una
questione di tanta importan-za, la propria linea. Nella in-troduzione a un grande libro
che riproduce le prime pagine
del Corriere dal 1914 al 1918
(ed. Rizzoli Fondazione Cor-riere della Sera), Paolo Mieli
cita un articolo di Andrea Tor-re, corrispondente romano
del giornale, apparso sull’edi-zione del 24 agosto 1914. Tor-re scriveva che «la neutralità è
un’attesa, non una soluzione
dei nostri bisogni, dei nostri
interessi, dei nostri diritti».
Ancora più esplicito, in quei
giorni, fu Giovanni Amendo-la, da poco assunto alla dire-zione romana delCorriere. In
una lettera ad Albertini scrisse
di temere che si lasciasse «ad-dormentare il Paese nel pre-giudizio della neutralità» e
aggiunse che l’Italia non do-veva rimanere estranea a «un
travaglio cui partecipa fin la
Serbia, e donde uscirà la nuo-va Europa». Albertini, dal can-to suo, dovette ritenere, in
quei giorni, che il posto di un
grande giornale liberale fosse
nel campo delle grandi demo-crazie occidentali. Giolitti
aveva ragione e la neutralità
sarebbe stata probabilmente
la migliore delle soluzioni
possibili. Ma i suoi argomenti
si scontravano con una singo-lare alleanza fra nazionalisti,
liberaldemocratici, anarco-sindacalisti, socialisti musso-liniani, futuristi e una parte
del mondo industriale, sotto
lo sguardo benevolo della mo-narchia.
Non sarebbe giusto dimen-ticare, tuttavia, che l’Austria-Ungheria contribuì a rendere
la scelta neutralista di Giolitti
poco attraente. Nonostante la
volonterosa mediazione di un
ex cancelliere tedesco (Otto
von Bülow), i negoziati di
Vienna con il governo italiano
dettero risultati modesti.
L’Austria avrebbe ceduto il
Trentino fino al confine lin-guistico, ma soltanto alla fine
del conflitto, e avrebbe auto-rizzato Trieste a costituirsi in
città libera sotto lo sguardo
vigile dell’Impero. Nel frat-tempo, a Londra, la Francia e
la Gran Bretagna erano molto
più generose
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