Il 18 novembre è caduto il 78°
anniversario delle «inique
sanzioni» decretate dalla
Società delle Nazioni contro
l’Italia per condannare la
nostra invasione dell’Etiopia.
Allora ero piccolo, ma ricordo
bene che se ne parlò e scrisse
moltissimo, anche a scuola,
tanto che la data mi rimase
impressa per tutti questi
anni. Le sanzioni, come è
noto, non servirono a nulla
(anche se ebbero effetti
abbastanza indesiderati,
come l’avvicinamento
dell’Italia alla Germania e il
mito dell’autarchia),
soprattutto perché non
vennero osservate neppure
dai principali promotori delle
sanzioni stesse, Regno Unito
e Francia. Ma se si fosse
voluto veramente impedire la
guerra etiopica, non sarebbe
stato più semplice chiudere il
Canale di Suez e Gibilterra
alle navi italiane o dirette in
Italia? O qualcuno, anche
all’estero, aveva piacere e/o
interesse a che noi
conquistassimo l’Etiopia?
Riccardo Valente
riccardo.valente@alice.it
Caro Valente,
L
e sanzioni non furono ef-ficaci perché erano par-ziali e non concernevano
benieprodottiutiliallaguerra
comeilferro,l’acciaio,ilrame,
il piombo, lo zinco, il cotone,
la lana, il petrolio. Qualcuno
propose sanzioni militari e la
chiusura del canale di Suez.
Ma Jean-Baptiste Duroselle,
nella sua Storia diplomatica
dal 1919 ai nostri giorni, ricor-da che la convenzione del
1888 imponeva alla Gran Bre-tagna di assicurare la libera
navigazione anche in tempo
di guerra. Londra avrebbe
chiuso il canale, probabil-mente, senza troppo preoccu-parsi della convenzione, se
avesse deciso di lanciare un
fortesegnalemilitarealgover-no italiano. Ma la politica bri-tannica, in quelle settimane,
era agitata da sentimenti con-traddittori. Era contraria alla
conquista italiana dell’Etiopia
perché temeva, tra l’altro, che
avrebbe avuto ripercussioni
sulla gestione del Nilo e sulla
irrigazione dell’Egitto (la stes-sa preoccupazione che ha
ispirato una recente protesta
dei militari egiziani ad Addis
Abeba). Ma pochi mesi prima,
alla fine di giugno, era acca-duto qualcosa di straordina-riamente nuovo. Per la prima
volta, nella storia di un Paese
democratico, i grandi giornali
avevano promosso un son-daggiopopolarecheandòsot-to il nome di «scrutinio della
pace». Sugli undici milioni e
mezzo di cittadini britannici
che parteciparono alla consul-tazione, undici dichiararono
che la Gran Bretagna doveva
restare membro della Società
delle nazioni, più di dieci au-spicaronolariduzioneuniver-sale degli armamenti, più di
dieci si dichiararono favore-voli a sanzioni economiche
contro uno Stato aggressore.
Alla domanda sulla ipotesi di
sanzioni anche militari, i voti
favorevolifuronomenodiset-te milioni. Era evidente che la
maggioranzadella societàbri-tannica non avrebbe approva-to un’azione militare contro
l’Italia.IlgovernodiLondrane
tenne conto e adottò una linea
che si dimostrò, all’atto prati-co, del tutto inefficace.
Aggiunga, caro Valente, che
gli Stati Uniti, proclamandosi
neutrali, non imposero alcun
embargo alle aziende dei loro
cittadini e che l’Italia poté
contare, per tutta la durata
della guerra, sia sul petrolio
americano, sia sul carbone te-desco.AddisAbebafuconqui-stata il 5 maggio 1936 e l’an-nessione dell’Etiopia fu an-nunciata dal balcone di Palaz-zo Venezia il 9. Poche
settimane dopo, il 4 luglio,
l’AssembleadellaSocietàdelle
nazioni votò una risoluzione
che revocava le sanzioni eco-nomiche contro l’Italia.
Se l’efficacia militare delle
sanzioni fu molto modesta, il
loro effetto psicologico sulla
opinione pubblica ebbe inve-ce l’effetto di suscitare l’indi-gnazione della grande mag-gioranza degli italiani. Il mito
della «nazione proletaria» alla
ricerca di un «posto al sole»
aveva conquistato anche colo-ro che non erano necessaria-mente fascisti. Paradossal-mente le sanzioni furono il
miglior regalo che la Società
delle nazioni potesse fare a
Mussolini in quel momento.
Mai prima di allora aveva go-duto di tanto consens
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