Il 18 novembre è caduto il 78°
anniversario delle «inique
sanzioni» decretate dalla
Società delle Nazioni contro
l’Italia per condannare la
nostra invasione dell’Etiopia.
Allora ero piccolo, ma ricordo
bene che se ne parlò e scrisse
moltissimo, anche a scuola,
tanto che la data mi rimase
impressa per tutti questi
anni. Le sanzioni, come è
noto, non servirono a nulla
(anche se ebbero effetti
abbastanza indesiderati,
come l’avvicinamento
dell’Italia alla Germania e il
mito dell’autarchia),
soprattutto perché non
vennero osservate neppure
dai principali promotori delle
sanzioni stesse, Regno Unito
e Francia. Ma se si fosse
voluto veramente impedire la
guerra etiopica, non sarebbe
stato più semplice chiudere il
Canale di Suez e Gibilterra
alle navi italiane o dirette in
Italia? O qualcuno, anche
all’estero, aveva piacere e/o
interesse a che noi
conquistassimo l’Etiopia?
Riccardo Valente
riccardo.valente@alice.it
Caro Valente,
L
e sanzioni non furono ef-ficaci perché erano par-ziali e non concernevano
benieprodottiutiliallaguerra
comeilferro,l’acciaio,ilrame,
il piombo, lo zinco, il cotone,
la lana, il petrolio. Qualcuno
propose sanzioni militari e la
chiusura del canale di Suez.
Ma Jean-Baptiste Duroselle,
nella sua Storia diplomatica
dal 1919 ai nostri giorni, ricor-da che la convenzione del
1888 imponeva alla Gran Bre-tagna di assicurare la libera
navigazione anche in tempo
di guerra. Londra avrebbe
chiuso il canale, probabil-mente, senza troppo preoccu-parsi della convenzione, se
avesse deciso di lanciare un
fortesegnalemilitarealgover-no italiano. Ma la politica bri-tannica, in quelle settimane,
era agitata da sentimenti con-traddittori. Era contraria alla
conquista italiana dell’Etiopia
perché temeva, tra l’altro, che
avrebbe avuto ripercussioni
sulla gestione del Nilo e sulla
irrigazione dell’Egitto (la stes-sa preoccupazione che ha
ispirato una recente protesta
dei militari egiziani ad Addis
Abeba). Ma pochi mesi prima,
alla fine di giugno, era acca-duto qualcosa di straordina-riamente nuovo. Per la prima
volta, nella storia di un Paese
democratico, i grandi giornali
avevano promosso un son-daggiopopolarecheandòsot-to il nome di «scrutinio della
pace». Sugli undici milioni e
mezzo di cittadini britannici
che parteciparono alla consul-tazione, undici dichiararono
che la Gran Bretagna doveva
restare membro della Società
delle nazioni, più di dieci au-spicaronolariduzioneuniver-sale degli armamenti, più di
dieci si dichiararono favore-voli a sanzioni economiche
contro uno Stato aggressore.
Alla domanda sulla ipotesi di
sanzioni anche militari, i voti
favorevolifuronomenodiset-te milioni. Era evidente che la
maggioranzadella societàbri-tannica non avrebbe approva-to un’azione militare contro
l’Italia.IlgovernodiLondrane
tenne conto e adottò una linea
che si dimostrò, all’atto prati-co, del tutto inefficace.
Aggiunga, caro Valente, che
gli Stati Uniti, proclamandosi
neutrali, non imposero alcun
embargo alle aziende dei loro
cittadini e che l’Italia poté
contare, per tutta la durata
della guerra, sia sul petrolio
americano, sia sul carbone te-desco.AddisAbebafuconqui-stata il 5 maggio 1936 e l’an-nessione dell’Etiopia fu an-nunciata dal balcone di Palaz-zo Venezia il 9. Poche
settimane dopo, il 4 luglio,
l’AssembleadellaSocietàdelle
nazioni votò una risoluzione
che revocava le sanzioni eco-nomiche contro l’Italia.
Se l’efficacia militare delle
sanzioni fu molto modesta, il
loro effetto psicologico sulla
opinione pubblica ebbe inve-ce l’effetto di suscitare l’indi-gnazione della grande mag-gioranza degli italiani. Il mito
della «nazione proletaria» alla
ricerca di un «posto al sole»
aveva conquistato anche colo-ro che non erano necessaria-mente fascisti. Paradossal-mente le sanzioni furono il
miglior regalo che la Società
delle nazioni potesse fare a
Mussolini in quel momento.
Mai prima di allora aveva go-duto di tanto consens
mercoledì 27 novembre 2013
lunedì 25 novembre 2013
IL SENSO BORGHESE DELLA DIGNITÀ
C
aro Augias esiste ancora nelle classi dirigenti il senso della dignità, direbbe Thomas Mann, in senso borghe-se? L'avvocato Ambrosoli nel film a lui dedicato diceva: il nostro Paese lo facciamo noi, con il nostro lavoro, il
nostro esempio. Quali i nostri esempi? Un ex primo ministro pregiudicato che vive la condanna come un af-fronto, si dice vittima di magistrati comunisti e malati di mente. Un aspirante leader della sinistra che ridacchia al te-lefono con un dirigente dell'Ilva schernendo un povero giornalista; un altro come Renzi che si fa fotografare in pose
pacchiane, su rotocalchi per signorine. Un ministro della Giustizia che non trova improprio concedere vantaggiosi
trattamenti ad amici come fosse il medioevo e la scarcerazione una grazia. Forse i nostri mali derivano dal non aver
mai conosciuto una rivoluzione liberale, per cui lo spirito della nostra borghesia non s’è evoluto abbastanza. Non-dimeno abbiamo avuto politici illuminati, come Cavour, o imprenditori all'avanguardia come Olivetti. Esempi spo-radici, che non rappresentano il sistema-italia. La loro dignità borghese, il loro esempio avrebbe dovuto educare, in-vece sono dimenticati.
Dante Valitutti — dante.valitutti@alice.it
IL SENSO BORGHESE DELLA DIGNITÀ
C
i vuole un coraggio da leoni per affrontare in una
rubrica come questa un tema col quale si sono
riempite intere biblioteche. Pochi momenti del-la civilizzazione umana sono stati analizzati e racconta-ti come lo “spirito borghese”, nel suo bene e nel suo ma-le. Solo qualche nome della modernità: Bernard
Groethuysen, Georg Simmel, ovviamente Max Weber
per primo. Ma anche il nostro Benedetto Croce che de-finì la borghesia «un equivoco concetto storico». Chi vo-lesse una visione di sintesi legga l’ottima voce redatta da
Federico Chabod per la Treccani.it. Non so se il signor
Valitutti ha letto ciò che scrisse un paio d’anni fa Massi-mo Cacciari, sul tema: « Il capitalismo nostrano è stato
egemonizzato dalla “cultura” della deregulation - quan-do non impegnato a inseguire i favori del governo - un ca-pitalismo, dunque, estraneo alla “cultura borghese”». La
prima volta che lessi espressioni simili fu nell’intervista
sul capitalismo italiano fatta da Scalfari a Guido Carli po-co prima che questi assumesse la carica di presidente
della Confindustria. «Gli imprenditori italiani – disse
Carli - non hanno mai considerato lo Stato come un’or-ganizzazione sociale di cui essi fossero direttamente re-sponsabili … Interesse dei ceti imprenditoriali era so-prattutto che lo Stato aiutasse i loro affari, ma è mancata
l’identificazione». Il signor Valitutti, Cacciari, Carli, Scal-fari, dicono in pratica tutti la stessa cosa. È mancato,
quando ci sarebbe voluto, il grande spirito borghese.
Sappiamo anche perché è successo ma questo davvero
non si può riassumere in una rubrica
aro Augias esiste ancora nelle classi dirigenti il senso della dignità, direbbe Thomas Mann, in senso borghe-se? L'avvocato Ambrosoli nel film a lui dedicato diceva: il nostro Paese lo facciamo noi, con il nostro lavoro, il
nostro esempio. Quali i nostri esempi? Un ex primo ministro pregiudicato che vive la condanna come un af-fronto, si dice vittima di magistrati comunisti e malati di mente. Un aspirante leader della sinistra che ridacchia al te-lefono con un dirigente dell'Ilva schernendo un povero giornalista; un altro come Renzi che si fa fotografare in pose
pacchiane, su rotocalchi per signorine. Un ministro della Giustizia che non trova improprio concedere vantaggiosi
trattamenti ad amici come fosse il medioevo e la scarcerazione una grazia. Forse i nostri mali derivano dal non aver
mai conosciuto una rivoluzione liberale, per cui lo spirito della nostra borghesia non s’è evoluto abbastanza. Non-dimeno abbiamo avuto politici illuminati, come Cavour, o imprenditori all'avanguardia come Olivetti. Esempi spo-radici, che non rappresentano il sistema-italia. La loro dignità borghese, il loro esempio avrebbe dovuto educare, in-vece sono dimenticati.
Dante Valitutti — dante.valitutti@alice.it
IL SENSO BORGHESE DELLA DIGNITÀ
C
i vuole un coraggio da leoni per affrontare in una
rubrica come questa un tema col quale si sono
riempite intere biblioteche. Pochi momenti del-la civilizzazione umana sono stati analizzati e racconta-ti come lo “spirito borghese”, nel suo bene e nel suo ma-le. Solo qualche nome della modernità: Bernard
Groethuysen, Georg Simmel, ovviamente Max Weber
per primo. Ma anche il nostro Benedetto Croce che de-finì la borghesia «un equivoco concetto storico». Chi vo-lesse una visione di sintesi legga l’ottima voce redatta da
Federico Chabod per la Treccani.it. Non so se il signor
Valitutti ha letto ciò che scrisse un paio d’anni fa Massi-mo Cacciari, sul tema: « Il capitalismo nostrano è stato
egemonizzato dalla “cultura” della deregulation - quan-do non impegnato a inseguire i favori del governo - un ca-pitalismo, dunque, estraneo alla “cultura borghese”». La
prima volta che lessi espressioni simili fu nell’intervista
sul capitalismo italiano fatta da Scalfari a Guido Carli po-co prima che questi assumesse la carica di presidente
della Confindustria. «Gli imprenditori italiani – disse
Carli - non hanno mai considerato lo Stato come un’or-ganizzazione sociale di cui essi fossero direttamente re-sponsabili … Interesse dei ceti imprenditoriali era so-prattutto che lo Stato aiutasse i loro affari, ma è mancata
l’identificazione». Il signor Valitutti, Cacciari, Carli, Scal-fari, dicono in pratica tutti la stessa cosa. È mancato,
quando ci sarebbe voluto, il grande spirito borghese.
Sappiamo anche perché è successo ma questo davvero
non si può riassumere in una rubrica
IKENNEDYELAMAFIA MOLTEVOCI,POCHIFATTI
Nel 50° anniversario della
morte di J.F. Kennedy si sono
lette diverse commemorazio-ni. Quella sua è sicuramente
la più centrata. Mi sfugge pe-rò il motivo per il quale ha ri-tenuto di non accennare ai
rapporti che il clan dei Kenne-dy intrattenne, prima e dopo
l’elezione alla Casa Bianca,
con la malavita americana
per il tramite di Frank Sina-tra. Nel dicembre 2000 una
corrispondenza di Ennio Ca-rettosulCorrierenediedeam-pia conferma (insieme con la
figlia, Tina, del cantante) e
Indro Montanelli, risponden-do il 20 dicembre 2000 a una
mia lettera, sempre sulCor-riere,senedimostròconvinto.
Lorenzo Milanesi
lorenzomilanesi@alice.it
Caro Milanesi,
S
e qualcuno desiderasse
scrivere una nuova con-tro-storia di Kennedy
(ne esistono già parecchie), il
materiale non gli manche-rebbe.
Potrebbe indagare sulla ric-chezza della famiglia e se-gnalare le voci secondo cui il
denaro accumulato, soprat-tutto agli inizi, proveniva dai
buoni rapporti che il padre
aveva stretto con la mafia.
Potrebbe sostenere che quei
rapporti facilitarono la car-riera politica di John e gli
permisero di battere Richard
Nixon, nelle presidenziali del
1960, là dove la mafia poteva
convogliare molti voti verso
il suo candidato preferito.
Potrebbe citare altre voci,
molto diffuse per qualche
tempo, secondo cui la mafia
avrebbe fatto una nuova ap-parizione nella parabola po-litica della famiglia Kennedy
dopo il fallimento dello sbar-co nella Baia dei porci. È stato
ripetutamente scritto che la
Casa Bianca e la Cia presero
allora in seria considerazione
l’ipotesi di un attentato con-tro Fidel Castro e ne commis-sionarono l’esecuzione alla
mafia. L’organizzazione con-trollava i casinò dell’Avana
all’epoca del dittatore Ful-gencio Batista e si considera-va molto danneggiata dalla
rivoluzione castrista.
Queste voci hanno avuto
l’effetto di alimentare le teo-rie complottiste che si diffu-sero negli Stati Uniti dopo
l’uccisione del presidente a
Dallas il 22 novembre 1963.
Chi non voleva credere al ge-sto individuale di uno squili-brato, sostenne con altre ipo-tesi quella di una vendetta
mafiosa.
Da quando Robert Kenne-dy era divenuto Procuratore
generale degli Stati Uniti, la
presidenza era impegnata in
una dura battaglia contro la
criminalità organizzata. Agli
occhi della mafia questa sa-rebbe stata una prova d’in-gratitudine che andava puni-ta con la morte del fratello
presidente. Come vede, caro
Milanesi, il materiale per un
articolosu«Kennedyelama-fia» esiste. Ma non sarei ca-pace di scriverlo per almeno
due ragioni. In primo luogo
non esiste una convincente
documentazione sull’esi-stenza di rapporti impropri
fra i Kennedy ed esponenti
della criminalità.
Esistono forse prove di ec-cessiva familiarità con perso-nalità ambigue e discusse,
ma la pistola fumante non è
stata trovata. In secondo luo-go credo che il bilancio di
una vita dedicata alla politica
debba essere politico; ed è
questo che ho cercato di fare
nell’articolo a cui lei si riferi-sce
morte di J.F. Kennedy si sono
lette diverse commemorazio-ni. Quella sua è sicuramente
la più centrata. Mi sfugge pe-rò il motivo per il quale ha ri-tenuto di non accennare ai
rapporti che il clan dei Kenne-dy intrattenne, prima e dopo
l’elezione alla Casa Bianca,
con la malavita americana
per il tramite di Frank Sina-tra. Nel dicembre 2000 una
corrispondenza di Ennio Ca-rettosulCorrierenediedeam-pia conferma (insieme con la
figlia, Tina, del cantante) e
Indro Montanelli, risponden-do il 20 dicembre 2000 a una
mia lettera, sempre sulCor-riere,senedimostròconvinto.
Lorenzo Milanesi
lorenzomilanesi@alice.it
Caro Milanesi,
S
e qualcuno desiderasse
scrivere una nuova con-tro-storia di Kennedy
(ne esistono già parecchie), il
materiale non gli manche-rebbe.
Potrebbe indagare sulla ric-chezza della famiglia e se-gnalare le voci secondo cui il
denaro accumulato, soprat-tutto agli inizi, proveniva dai
buoni rapporti che il padre
aveva stretto con la mafia.
Potrebbe sostenere che quei
rapporti facilitarono la car-riera politica di John e gli
permisero di battere Richard
Nixon, nelle presidenziali del
1960, là dove la mafia poteva
convogliare molti voti verso
il suo candidato preferito.
Potrebbe citare altre voci,
molto diffuse per qualche
tempo, secondo cui la mafia
avrebbe fatto una nuova ap-parizione nella parabola po-litica della famiglia Kennedy
dopo il fallimento dello sbar-co nella Baia dei porci. È stato
ripetutamente scritto che la
Casa Bianca e la Cia presero
allora in seria considerazione
l’ipotesi di un attentato con-tro Fidel Castro e ne commis-sionarono l’esecuzione alla
mafia. L’organizzazione con-trollava i casinò dell’Avana
all’epoca del dittatore Ful-gencio Batista e si considera-va molto danneggiata dalla
rivoluzione castrista.
Queste voci hanno avuto
l’effetto di alimentare le teo-rie complottiste che si diffu-sero negli Stati Uniti dopo
l’uccisione del presidente a
Dallas il 22 novembre 1963.
Chi non voleva credere al ge-sto individuale di uno squili-brato, sostenne con altre ipo-tesi quella di una vendetta
mafiosa.
Da quando Robert Kenne-dy era divenuto Procuratore
generale degli Stati Uniti, la
presidenza era impegnata in
una dura battaglia contro la
criminalità organizzata. Agli
occhi della mafia questa sa-rebbe stata una prova d’in-gratitudine che andava puni-ta con la morte del fratello
presidente. Come vede, caro
Milanesi, il materiale per un
articolosu«Kennedyelama-fia» esiste. Ma non sarei ca-pace di scriverlo per almeno
due ragioni. In primo luogo
non esiste una convincente
documentazione sull’esi-stenza di rapporti impropri
fra i Kennedy ed esponenti
della criminalità.
Esistono forse prove di ec-cessiva familiarità con perso-nalità ambigue e discusse,
ma la pistola fumante non è
stata trovata. In secondo luo-go credo che il bilancio di
una vita dedicata alla politica
debba essere politico; ed è
questo che ho cercato di fare
nell’articolo a cui lei si riferi-sce
domenica 24 novembre 2013
L’ITALIANELLAGRANDEGUERRA LESCELTEDIGIOLITTIEALBERTINI
La recente richiesta del
consigliere Pizzul per una
adeguata celebrazione della
Guerra, mi ha riportato a due
dilemmi. Albertini schierò il
Corriere della Serasul fronte
interventista per mera
vendetta nei confronti di
Giolitti? Indipendentemente
dal rovesciamento delle
alleanze, gli imperi ci avevano
offerto le terre rivendicate?
Aldo Fantoni
aldo.fantoni@email.it
Caro Fantoni,
L
uigi Albertini non amava
Giovanni Giolitti. Per il
direttore delCorriere del-la Sera, l’«uomo di Dronero»,
come veniva spesso definito
dalla stampa, era un abile ma-nipolatore della politica italia-na, un maestro nell’arte del
compromesso, un personag-gio sfuggente e incline a patti
opachi con forze politiche illi-berali. Ma ilCorriereaveva ap-provato la conquista della Li-bia,decisadaGiolittinel1911,
enonavrebbemaiabbracciato
la causa dell’intervento sol-tanto per regolare i conti con
un avversario.
La scelta interventista, do-po l’inizio del conflitto, fu co-munque piuttosto rapida. Al-bertini aveva buoni rapporti
con Antonio Salandra, presi-dente del Consiglio, e ne so-steneva il governo. Ma ritene-va che un grande giornale na-zionale dovesse avere, su una
questione di tanta importan-za, la propria linea. Nella in-troduzione a un grande libro
che riproduce le prime pagine
del Corriere dal 1914 al 1918
(ed. Rizzoli Fondazione Cor-riere della Sera), Paolo Mieli
cita un articolo di Andrea Tor-re, corrispondente romano
del giornale, apparso sull’edi-zione del 24 agosto 1914. Tor-re scriveva che «la neutralità è
un’attesa, non una soluzione
dei nostri bisogni, dei nostri
interessi, dei nostri diritti».
Ancora più esplicito, in quei
giorni, fu Giovanni Amendo-la, da poco assunto alla dire-zione romana delCorriere. In
una lettera ad Albertini scrisse
di temere che si lasciasse «ad-dormentare il Paese nel pre-giudizio della neutralità» e
aggiunse che l’Italia non do-veva rimanere estranea a «un
travaglio cui partecipa fin la
Serbia, e donde uscirà la nuo-va Europa». Albertini, dal can-to suo, dovette ritenere, in
quei giorni, che il posto di un
grande giornale liberale fosse
nel campo delle grandi demo-crazie occidentali. Giolitti
aveva ragione e la neutralità
sarebbe stata probabilmente
la migliore delle soluzioni
possibili. Ma i suoi argomenti
si scontravano con una singo-lare alleanza fra nazionalisti,
liberaldemocratici, anarco-sindacalisti, socialisti musso-liniani, futuristi e una parte
del mondo industriale, sotto
lo sguardo benevolo della mo-narchia.
Non sarebbe giusto dimen-ticare, tuttavia, che l’Austria-Ungheria contribuì a rendere
la scelta neutralista di Giolitti
poco attraente. Nonostante la
volonterosa mediazione di un
ex cancelliere tedesco (Otto
von Bülow), i negoziati di
Vienna con il governo italiano
dettero risultati modesti.
L’Austria avrebbe ceduto il
Trentino fino al confine lin-guistico, ma soltanto alla fine
del conflitto, e avrebbe auto-rizzato Trieste a costituirsi in
città libera sotto lo sguardo
vigile dell’Impero. Nel frat-tempo, a Londra, la Francia e
la Gran Bretagna erano molto
più generose
consigliere Pizzul per una
adeguata celebrazione della
Guerra, mi ha riportato a due
dilemmi. Albertini schierò il
Corriere della Serasul fronte
interventista per mera
vendetta nei confronti di
Giolitti? Indipendentemente
dal rovesciamento delle
alleanze, gli imperi ci avevano
offerto le terre rivendicate?
Aldo Fantoni
aldo.fantoni@email.it
Caro Fantoni,
L
uigi Albertini non amava
Giovanni Giolitti. Per il
direttore delCorriere del-la Sera, l’«uomo di Dronero»,
come veniva spesso definito
dalla stampa, era un abile ma-nipolatore della politica italia-na, un maestro nell’arte del
compromesso, un personag-gio sfuggente e incline a patti
opachi con forze politiche illi-berali. Ma ilCorriereaveva ap-provato la conquista della Li-bia,decisadaGiolittinel1911,
enonavrebbemaiabbracciato
la causa dell’intervento sol-tanto per regolare i conti con
un avversario.
La scelta interventista, do-po l’inizio del conflitto, fu co-munque piuttosto rapida. Al-bertini aveva buoni rapporti
con Antonio Salandra, presi-dente del Consiglio, e ne so-steneva il governo. Ma ritene-va che un grande giornale na-zionale dovesse avere, su una
questione di tanta importan-za, la propria linea. Nella in-troduzione a un grande libro
che riproduce le prime pagine
del Corriere dal 1914 al 1918
(ed. Rizzoli Fondazione Cor-riere della Sera), Paolo Mieli
cita un articolo di Andrea Tor-re, corrispondente romano
del giornale, apparso sull’edi-zione del 24 agosto 1914. Tor-re scriveva che «la neutralità è
un’attesa, non una soluzione
dei nostri bisogni, dei nostri
interessi, dei nostri diritti».
Ancora più esplicito, in quei
giorni, fu Giovanni Amendo-la, da poco assunto alla dire-zione romana delCorriere. In
una lettera ad Albertini scrisse
di temere che si lasciasse «ad-dormentare il Paese nel pre-giudizio della neutralità» e
aggiunse che l’Italia non do-veva rimanere estranea a «un
travaglio cui partecipa fin la
Serbia, e donde uscirà la nuo-va Europa». Albertini, dal can-to suo, dovette ritenere, in
quei giorni, che il posto di un
grande giornale liberale fosse
nel campo delle grandi demo-crazie occidentali. Giolitti
aveva ragione e la neutralità
sarebbe stata probabilmente
la migliore delle soluzioni
possibili. Ma i suoi argomenti
si scontravano con una singo-lare alleanza fra nazionalisti,
liberaldemocratici, anarco-sindacalisti, socialisti musso-liniani, futuristi e una parte
del mondo industriale, sotto
lo sguardo benevolo della mo-narchia.
Non sarebbe giusto dimen-ticare, tuttavia, che l’Austria-Ungheria contribuì a rendere
la scelta neutralista di Giolitti
poco attraente. Nonostante la
volonterosa mediazione di un
ex cancelliere tedesco (Otto
von Bülow), i negoziati di
Vienna con il governo italiano
dettero risultati modesti.
L’Austria avrebbe ceduto il
Trentino fino al confine lin-guistico, ma soltanto alla fine
del conflitto, e avrebbe auto-rizzato Trieste a costituirsi in
città libera sotto lo sguardo
vigile dell’Impero. Nel frat-tempo, a Londra, la Francia e
la Gran Bretagna erano molto
più generose
lunedì 18 novembre 2013
QUANDOUNIMPERATORE DIVENTAPERSONANONGRATA
Ho letto nel libro La zarina
Alessandra, di Carolly
Erickson, che —in seguito
alla rivoluzione russa —
dopo un primo parere
favorevole del governo
inglese a ospitare i Romanov
sul suolo britannico, esso,
su ordine di re Giorgio V,
aveva cambiato opinione
sulla questione, perché il re
temeva lo scoppio di una
rivolta della sinistra anche
in Inghilterra. Ora vengo
alla domanda: è davvero
possibile che la presenza
della famiglia imperiale
russa potesse far esplodere
una rivolta della sinistra
inglese?
Luca Pellacani
kratos937@hotmail.it
Caro Pellacani,
L
e risponderò indiretta-mente ricordando un
episodio italo-russo.
Quando l’Austria, nel 1908,
decise di annettere la Bosnia
Erzegovina, Italia e Russia
furono, anche se in misura
diversa, i Paesi maggior-mente preoccupati dalla po-litica imperiale dello Stato
asburgico nei Balcani. L’Italia
era membro della Triplice e
quindi alleata dell’Austria-Ungheria, ma decise di dare
un segnale di malumore a
Vienna invitando Nicola II in
Italia. Vittorio Emanuele III e
Giolitti, allora presidente del
Consiglio, avrebbero ringra-ziato lo zar per la prontezza e
la generosità con cui una na-ve russa, un anno prima,
aveva dato assistenza ai so-pravvissuti del terribile ter-remoto di Messina. La regina
Elena, educata nel collegio
Smolnyj di Pietroburgo,
avrebbe riallacciato i rappor-ti con una famiglia a cui era
legata da un vincolo di pa-rentela (due sorelle avevano
sposato due granduchi). I
due ministri degli Esteri
avrebbero parlato delle que-stioni in cui ciascuno dei due
Paesi poteva essere utile al-l’altro.
Ma non appena la notizia
dell’incontro divenne pub-blica, il governo italiano do-vette constatare che la visita
di Nicola II in Italia avrebbe
suscitato un’ondata di mani-festazioni e di scioperi, se
non addirittura di attentati.
Socialisti e anarchici sareb-bero scesi in piazza per de-nunciare quello che era, agli
occhi di molti democratici
europei, il regime più reazio-nario d’Europa. Fu deciso
che la visita, anziché a Roma,
si sarebbe svolta nella resi-denza reale di Racconigi. Nel
suo blog (Il Laboratorio),
Roberto Coaloa, scrittore e
docente dell’Università di
Milano, ricorda che Nicola II
entrò in Italia dalla frontiera
francese e che le autorità ita-liane, per i 130 chilometri
che separano Bardonecchia
da Racconigi, presidiarono il
territorio con 11.000 soldati.
«Le strade adiacenti furono
sbarrate con tronchi d’albe-ro; pattuglie di cavalleria
p e r l u s t r ava n o i ca m p i e
c’erano picchetti armati ad
ogni casello e sotto ogni
ponte». Sembra che Giolitti
avesse ammonito i prefetti di
Cuneo e Torino: «Se si fosse
udito soltanto un fischio nel-le vicinanze di Racconigi»
sarebbero stati destituiti.
Nella Grande guerra le de-mocrazie occidentali e l’au-tocrazia zarista avevano
molti interessi in comune e
furono indotte dalle circo-stanze a combattere insieme
contro gli Imperi Centrali.
Ma gli ambienti progressisti
della Francia, della Gran Bre-tagna e dell’Italia non smise-ro mai di manifestare malu-more e tirarono un sospiro
di sollievo soltanto quando
lo zar, dopo la rivoluzione
del febbraio 1917, fu costret-to ad abdicare. Per qualche
mese Parigi, Londra e Roma
sperarono che la Repubblica
russa sarebbe stata più com-patibile con le finalità demo-cratiche che gli Alleati di-chiaravano di perseguire. Fu
questa la ragione per cui la
presenza della famiglia im-periale russa in Gran Breta-gna non sarebbe stata gradi-ta, in quel momento, al go-verno di Londra.
© R
Alessandra, di Carolly
Erickson, che —in seguito
alla rivoluzione russa —
dopo un primo parere
favorevole del governo
inglese a ospitare i Romanov
sul suolo britannico, esso,
su ordine di re Giorgio V,
aveva cambiato opinione
sulla questione, perché il re
temeva lo scoppio di una
rivolta della sinistra anche
in Inghilterra. Ora vengo
alla domanda: è davvero
possibile che la presenza
della famiglia imperiale
russa potesse far esplodere
una rivolta della sinistra
inglese?
Luca Pellacani
kratos937@hotmail.it
Caro Pellacani,
L
e risponderò indiretta-mente ricordando un
episodio italo-russo.
Quando l’Austria, nel 1908,
decise di annettere la Bosnia
Erzegovina, Italia e Russia
furono, anche se in misura
diversa, i Paesi maggior-mente preoccupati dalla po-litica imperiale dello Stato
asburgico nei Balcani. L’Italia
era membro della Triplice e
quindi alleata dell’Austria-Ungheria, ma decise di dare
un segnale di malumore a
Vienna invitando Nicola II in
Italia. Vittorio Emanuele III e
Giolitti, allora presidente del
Consiglio, avrebbero ringra-ziato lo zar per la prontezza e
la generosità con cui una na-ve russa, un anno prima,
aveva dato assistenza ai so-pravvissuti del terribile ter-remoto di Messina. La regina
Elena, educata nel collegio
Smolnyj di Pietroburgo,
avrebbe riallacciato i rappor-ti con una famiglia a cui era
legata da un vincolo di pa-rentela (due sorelle avevano
sposato due granduchi). I
due ministri degli Esteri
avrebbero parlato delle que-stioni in cui ciascuno dei due
Paesi poteva essere utile al-l’altro.
Ma non appena la notizia
dell’incontro divenne pub-blica, il governo italiano do-vette constatare che la visita
di Nicola II in Italia avrebbe
suscitato un’ondata di mani-festazioni e di scioperi, se
non addirittura di attentati.
Socialisti e anarchici sareb-bero scesi in piazza per de-nunciare quello che era, agli
occhi di molti democratici
europei, il regime più reazio-nario d’Europa. Fu deciso
che la visita, anziché a Roma,
si sarebbe svolta nella resi-denza reale di Racconigi. Nel
suo blog (Il Laboratorio),
Roberto Coaloa, scrittore e
docente dell’Università di
Milano, ricorda che Nicola II
entrò in Italia dalla frontiera
francese e che le autorità ita-liane, per i 130 chilometri
che separano Bardonecchia
da Racconigi, presidiarono il
territorio con 11.000 soldati.
«Le strade adiacenti furono
sbarrate con tronchi d’albe-ro; pattuglie di cavalleria
p e r l u s t r ava n o i ca m p i e
c’erano picchetti armati ad
ogni casello e sotto ogni
ponte». Sembra che Giolitti
avesse ammonito i prefetti di
Cuneo e Torino: «Se si fosse
udito soltanto un fischio nel-le vicinanze di Racconigi»
sarebbero stati destituiti.
Nella Grande guerra le de-mocrazie occidentali e l’au-tocrazia zarista avevano
molti interessi in comune e
furono indotte dalle circo-stanze a combattere insieme
contro gli Imperi Centrali.
Ma gli ambienti progressisti
della Francia, della Gran Bre-tagna e dell’Italia non smise-ro mai di manifestare malu-more e tirarono un sospiro
di sollievo soltanto quando
lo zar, dopo la rivoluzione
del febbraio 1917, fu costret-to ad abdicare. Per qualche
mese Parigi, Londra e Roma
sperarono che la Repubblica
russa sarebbe stata più com-patibile con le finalità demo-cratiche che gli Alleati di-chiaravano di perseguire. Fu
questa la ragione per cui la
presenza della famiglia im-periale russa in Gran Breta-gna non sarebbe stata gradi-ta, in quel momento, al go-verno di Londra.
© R
I NUMERI E LA PERCEZIONE DELLA REALTÀ
C
aro Augias, lei ha scritto che «accadono ogni giorno cose orribili». Secondo me una visione troppo pes-simistica della realtà. Riporto dal libro “Il declino della violenza” dello psicologo Steven Pinker alcuni
elementi positivi della nostra epoca che valgono per tutto mondo occidentale: 1) Oggi viviamo nell’e-poca più pacifica della storia; un drastico calo degli omicidi; 2) Nella misura in cui l’Europa è diventata più ur-bana, cosmopolita, industrializzata e laica è diventata anche più sicura; 3) Nell’Occidente moderno e in gran
parte del mondo le pene corporali e capitali sono state di fatto soppresse, la schiavitù abolita, la gente non ha
più sete di crudeltà; 4) Le correnti della mentalità filobellica – il nazionalismo, l’ambizione territoriale, l’ono-re internazionale, l’accettazione della guerra e l’indifferenza ai suoi costi umani – è diventata nei Paesi svilup-pati, nella seconda metà del XX° secolo, qualcosa di obsoleto; 5) I numeri ci dicono che negli ultimi due decenni
guerra, genocidio e terrorismo sono calati, non fino a zero, ma molto; 6) Il razzismo dichiarato è andato sgre-tolandosi. Potrei continuare. Allora?
Franco Pelella – Pagani (Sa)
I NUMERI E LA PERCEZIONE DELLA REALTÀ
A
llora, gentile Pelella, questi dati vanno presi
con le pinze. Sono veri forse su grande scala
ma poco si adattano alle situazioni particola-ri. Per esempio: omicidi. Da qualche tempo anche le
mafie italiane sembrano aver appeso le armi al chio-do. Secondo molti però questo è un motivo d’inquie-tudine non una rassicurazione. I criminali uccidono
meno non perché siano diventati “buoni”, ma per-ché non hanno bisogno di uccidere potendo combi-nare in modo incruento i loro affari, ovvero contano
su ampie reti di complicità. Una diffusa impressione
che ammetto di condividere (pessimista?), è che il
nostro Paese abbia perso le posizioni acquisite gra-zie allo slancio del dopoguerra scivolando, in termi-ni calcistici, dalla serie A in una serie inferiore. La cri-si economica ha messo a nudo una serie di insuffi-cienze e di fragilità che gli anni affluenti avevano ma-scherato e nascosto. L’economia non va bene ma il
guasto non riguarda solo l’economia, ci siamo resi
conto quasi di colpo di arrancare dietro le nazioni di
testa, in corsa vertiginosa, senza più riuscire a rag-giungerle. Ho usato la parola proibita: nazione. Ri-tengo che il nostro declino dipenda anche dal fatto
che siamo troppo poco “nazione”, che continuiamo
a giocare in ordine sparso contando sulla nostra in-dubbia creatività (degli individui, dei gruppi) inca-paci però di “fare sistema”; accade spesso che men-tre un nostro rappresentante s’impegna all’estero
per riguadagnare posizioni c’è qualcuno in patria
che gli sega le gambe della sedia. È la rovina? Non ne-cessariamente. Forse dovremo solo adattarci al nuo-vo livello. Provando un giorno o l’altro a ricomincia-re tutto daccap
aro Augias, lei ha scritto che «accadono ogni giorno cose orribili». Secondo me una visione troppo pes-simistica della realtà. Riporto dal libro “Il declino della violenza” dello psicologo Steven Pinker alcuni
elementi positivi della nostra epoca che valgono per tutto mondo occidentale: 1) Oggi viviamo nell’e-poca più pacifica della storia; un drastico calo degli omicidi; 2) Nella misura in cui l’Europa è diventata più ur-bana, cosmopolita, industrializzata e laica è diventata anche più sicura; 3) Nell’Occidente moderno e in gran
parte del mondo le pene corporali e capitali sono state di fatto soppresse, la schiavitù abolita, la gente non ha
più sete di crudeltà; 4) Le correnti della mentalità filobellica – il nazionalismo, l’ambizione territoriale, l’ono-re internazionale, l’accettazione della guerra e l’indifferenza ai suoi costi umani – è diventata nei Paesi svilup-pati, nella seconda metà del XX° secolo, qualcosa di obsoleto; 5) I numeri ci dicono che negli ultimi due decenni
guerra, genocidio e terrorismo sono calati, non fino a zero, ma molto; 6) Il razzismo dichiarato è andato sgre-tolandosi. Potrei continuare. Allora?
Franco Pelella – Pagani (Sa)
I NUMERI E LA PERCEZIONE DELLA REALTÀ
A
llora, gentile Pelella, questi dati vanno presi
con le pinze. Sono veri forse su grande scala
ma poco si adattano alle situazioni particola-ri. Per esempio: omicidi. Da qualche tempo anche le
mafie italiane sembrano aver appeso le armi al chio-do. Secondo molti però questo è un motivo d’inquie-tudine non una rassicurazione. I criminali uccidono
meno non perché siano diventati “buoni”, ma per-ché non hanno bisogno di uccidere potendo combi-nare in modo incruento i loro affari, ovvero contano
su ampie reti di complicità. Una diffusa impressione
che ammetto di condividere (pessimista?), è che il
nostro Paese abbia perso le posizioni acquisite gra-zie allo slancio del dopoguerra scivolando, in termi-ni calcistici, dalla serie A in una serie inferiore. La cri-si economica ha messo a nudo una serie di insuffi-cienze e di fragilità che gli anni affluenti avevano ma-scherato e nascosto. L’economia non va bene ma il
guasto non riguarda solo l’economia, ci siamo resi
conto quasi di colpo di arrancare dietro le nazioni di
testa, in corsa vertiginosa, senza più riuscire a rag-giungerle. Ho usato la parola proibita: nazione. Ri-tengo che il nostro declino dipenda anche dal fatto
che siamo troppo poco “nazione”, che continuiamo
a giocare in ordine sparso contando sulla nostra in-dubbia creatività (degli individui, dei gruppi) inca-paci però di “fare sistema”; accade spesso che men-tre un nostro rappresentante s’impegna all’estero
per riguadagnare posizioni c’è qualcuno in patria
che gli sega le gambe della sedia. È la rovina? Non ne-cessariamente. Forse dovremo solo adattarci al nuo-vo livello. Provando un giorno o l’altro a ricomincia-re tutto daccap
SE PERDIAMO ANCHE LA VERGOGNA
C
arissimo Augias, esistono nel nostro ordinamento giuridico leggi, sia penali che civili, che possono, do-vrebbero colpire, con somma fatica, tra cento cavilli, i rappresentanti che si comportano da mariuoli.
Bei tempi quelli dei mariuoli, non solo perché avevamo 20 anni di meno, ma perché nei ladrocini di al-lora c’era una freschezza che comportava, se scoperti, una certa vergogna, un pentimento che ti dava la sensa-zione che non tutto fosse da buttare. Mancava, il cupio dissolviche oggi sembra la nostra connotazione di fon-do. Come anche lei ha scritto mercoledì con quel richiamo all’8 settembre 1943. Mi rendo conto di avere fatto
un classico discorso da bar, e me ne dispiace, ma vorrei aggiungere ancora una postilla. Se i mariuoli, forse, pos-sono essere colpiti, da leggi e provvedimenti, nei confronti dei nostri rappresentanti onesti ma non all’altezza,
diciamo sbrigativamente “scemi”, che dicono, fanno, o propongono cose ridicole e assurde in Parlamento, che
difesa abbiamo?
Marco Pigliapochi— marco.pigliapochi@yahoo.it
SE PERDIAMO ANCHE LA VERGOGNA
N
on abbiamo difesa e vorrei dire che è un bene.
Semmai il cruccio è il contrario, è che il rap-presentante del popolo non esca abbastanza
allo scoperto, che si limiti a pigiare un bottone se-guendo le indicazioni del capogruppo, per cui rara-mente sappiamo con chi abbiamo a che fare, anche
perché sono un migliaio e non è facile. Poniamo il ca-so della deputata M5S Emanuela Corda. Nella seduta
di martedì, ha pensato di aggiungere alla commemo-razione delle vittime di Nassiriya anche il kamikaze
marocchino che si lasciò esplodere provocando la
strage. Ora sappiamo meglio chi è quella deputata fi-no a ieri anonima. Servirà a poco, data l’attuale legge
elettorale che manda in Parlamento non degli eletti
ma dei nominati dalle segreterie dei partiti. Però sap-piamo meglio come ragiona la deputata Corda. Il suo
pensiero latente è chiaro: attenzione, voleva dire, sia-mo tutti vittime di un sistema imperialistico, finan-ziario, bancario, dominato dalle grandi corporation,
insomma quello che Toni Negri battezzò in un suo li-bro L’Impero. La povera Corda non ha valutato che ci
sono momenti in cui è opportuno che l’ideologia ce-da il passo alla prevalente sensibilità collettiva. Vole-va il suo momento di celebrità, l’ha avuto. Sulla que-stione di fondo il signor Pigliapochi ha ragione; nel
febbraio 1994 quando venne scoperto il “mariolo”, ci
fu un sussulto tale da mandare in pezzi l’intero siste-ma dei partiti in piedi dalla fine della guerra. Successe
quello che successe, ce lo siamo raccontato cento vol-te. Ma l’aspetto da sottolineare fu il colpo di frusta che
fece reagire il paese, una specie di lavacro collettivo,
diciamo pure un sentimento di vergogna. Di cui og
arissimo Augias, esistono nel nostro ordinamento giuridico leggi, sia penali che civili, che possono, do-vrebbero colpire, con somma fatica, tra cento cavilli, i rappresentanti che si comportano da mariuoli.
Bei tempi quelli dei mariuoli, non solo perché avevamo 20 anni di meno, ma perché nei ladrocini di al-lora c’era una freschezza che comportava, se scoperti, una certa vergogna, un pentimento che ti dava la sensa-zione che non tutto fosse da buttare. Mancava, il cupio dissolviche oggi sembra la nostra connotazione di fon-do. Come anche lei ha scritto mercoledì con quel richiamo all’8 settembre 1943. Mi rendo conto di avere fatto
un classico discorso da bar, e me ne dispiace, ma vorrei aggiungere ancora una postilla. Se i mariuoli, forse, pos-sono essere colpiti, da leggi e provvedimenti, nei confronti dei nostri rappresentanti onesti ma non all’altezza,
diciamo sbrigativamente “scemi”, che dicono, fanno, o propongono cose ridicole e assurde in Parlamento, che
difesa abbiamo?
Marco Pigliapochi— marco.pigliapochi@yahoo.it
SE PERDIAMO ANCHE LA VERGOGNA
N
on abbiamo difesa e vorrei dire che è un bene.
Semmai il cruccio è il contrario, è che il rap-presentante del popolo non esca abbastanza
allo scoperto, che si limiti a pigiare un bottone se-guendo le indicazioni del capogruppo, per cui rara-mente sappiamo con chi abbiamo a che fare, anche
perché sono un migliaio e non è facile. Poniamo il ca-so della deputata M5S Emanuela Corda. Nella seduta
di martedì, ha pensato di aggiungere alla commemo-razione delle vittime di Nassiriya anche il kamikaze
marocchino che si lasciò esplodere provocando la
strage. Ora sappiamo meglio chi è quella deputata fi-no a ieri anonima. Servirà a poco, data l’attuale legge
elettorale che manda in Parlamento non degli eletti
ma dei nominati dalle segreterie dei partiti. Però sap-piamo meglio come ragiona la deputata Corda. Il suo
pensiero latente è chiaro: attenzione, voleva dire, sia-mo tutti vittime di un sistema imperialistico, finan-ziario, bancario, dominato dalle grandi corporation,
insomma quello che Toni Negri battezzò in un suo li-bro L’Impero. La povera Corda non ha valutato che ci
sono momenti in cui è opportuno che l’ideologia ce-da il passo alla prevalente sensibilità collettiva. Vole-va il suo momento di celebrità, l’ha avuto. Sulla que-stione di fondo il signor Pigliapochi ha ragione; nel
febbraio 1994 quando venne scoperto il “mariolo”, ci
fu un sussulto tale da mandare in pezzi l’intero siste-ma dei partiti in piedi dalla fine della guerra. Successe
quello che successe, ce lo siamo raccontato cento vol-te. Ma l’aspetto da sottolineare fu il colpo di frusta che
fece reagire il paese, una specie di lavacro collettivo,
diciamo pure un sentimento di vergogna. Di cui og
giovedì 14 novembre 2013
SUVICH,NAZIONALISTATRIESTINO EDIPLOMATICODIMUSSOLINI
Mi sono imbattuto in una
figura singolare della
diplomazia italiana, Fulvio
Suvich. Fascista della prima
ora, seppe indirizzare, da
sottosegretario agli Esteri,
la politica filo-societaria
italiana dagli accordi
Mussolini-Laval del
gennaio del 1935 al Fronte
di Stresa dell’aprile dello
stesso anno. Che ne fu di lui
quando «il peso
determinante» italiano
oscillò verso l’alleanza con
la Germania?
Giovanni Godoli
giovannigodoli@gmail.com
Caro Godoli,
P
er la verità Suvich non
fu un «fascista della
prima ora». Era un ir-redentista triestino, volon-ta r i o a l l o s co p p i o d e l l a
Grande guerra, ed entrò alla
Camera, dopo le elezioni del
1921, nella lista dei naziona-listi che facevano parte del
Blocco nazionale. Può esse-re co n s i d e r a to fa s c i s ta ,
quindi, soltanto dal mo-mento in cui il partito di
Mussolini e quello naziona-lista di Luigi Federzoni crea-rono insieme il Partito na-zionale fascista.
Nella sua carriera politica
fu dapprima sottosegretario
alle Finanze nel 1926 e poi
sottosegretario agli Esteri
dal 1932 al 1936, vale a dire
negli anni in cui Mussolini
volle conservare per sé il
ministero di Palazzo Chigi.
Suvich era particolarmente
adatto all’incarico. Si era
laureato in Austria prima
della Grande guerra, parlava
tedesco, conosceva bene
l’Europa del vecchio impero
austro-ungarico ed era con-vinto che l’indipendenza di
un’Austria amica fosse la
migliore garanzia contro la
rinascita della potenza tede-sca. Dal 1932 al 1936, e so-prattutto dopo l’avvento di
Hitler al potere, Suvich fu
quindi il maggiore collabo-ratore di Mussolini in tutte
le occasioni in cui il capo del
governo sembrò deciso a
rafforzare i rapporti con la
Francia e la Gran Bretagna.
Secondo Antonio Ciarrapi-co, autore di un libro su Le
ombre della storia, apparso
recentemente presso l’edi-trice Aracne, poteva contare
su un gruppo di diplomatici
che avevano le stesse idee:
Vittorio Cerruti, Gino Buti,
Leonardo Vitetti e Pietro
Quaroni.
La situazione cambiò bru-scamente nel 1936 quando
Mussolini nominò Galeazzo
Ciano al ministero degli
Esteri e decise di sostenere i
nazionalisti di Franco nella
guerra civile spagnola avvi-cinandosi alla Germania.
Suvich, nelle nuove circo-stanze, era diventato inutile,
se non addirittura ingom-brante. Fu nominato amba-sciatore a Washington dove
rimase soltanto due anni,
dal 1936 al 1938, e andò a
raggiungere il gruppo dei
ministri di cui i dittatori,
nella seconda metà degli an-ni Trenta, si sbarazzarono
quando vollero cambiare
p o l i t i ca : Ko s ta n t i n vo n
Neurath, che si dimise nel
1938 per lasciare il posto a
Joachim von Ribbentrop, e
Maksim Litvinov che Stalin
rimpiazzò con Vjaceslav
Molotov.
Dopo Washington Suvich
rimase ancora per qualche
tempo al ministero degli
Esteri e si ritirò poi a vita
privata. Morì a Trieste nel
1980 all’età di 93 anni
figura singolare della
diplomazia italiana, Fulvio
Suvich. Fascista della prima
ora, seppe indirizzare, da
sottosegretario agli Esteri,
la politica filo-societaria
italiana dagli accordi
Mussolini-Laval del
gennaio del 1935 al Fronte
di Stresa dell’aprile dello
stesso anno. Che ne fu di lui
quando «il peso
determinante» italiano
oscillò verso l’alleanza con
la Germania?
Giovanni Godoli
giovannigodoli@gmail.com
Caro Godoli,
P
er la verità Suvich non
fu un «fascista della
prima ora». Era un ir-redentista triestino, volon-ta r i o a l l o s co p p i o d e l l a
Grande guerra, ed entrò alla
Camera, dopo le elezioni del
1921, nella lista dei naziona-listi che facevano parte del
Blocco nazionale. Può esse-re co n s i d e r a to fa s c i s ta ,
quindi, soltanto dal mo-mento in cui il partito di
Mussolini e quello naziona-lista di Luigi Federzoni crea-rono insieme il Partito na-zionale fascista.
Nella sua carriera politica
fu dapprima sottosegretario
alle Finanze nel 1926 e poi
sottosegretario agli Esteri
dal 1932 al 1936, vale a dire
negli anni in cui Mussolini
volle conservare per sé il
ministero di Palazzo Chigi.
Suvich era particolarmente
adatto all’incarico. Si era
laureato in Austria prima
della Grande guerra, parlava
tedesco, conosceva bene
l’Europa del vecchio impero
austro-ungarico ed era con-vinto che l’indipendenza di
un’Austria amica fosse la
migliore garanzia contro la
rinascita della potenza tede-sca. Dal 1932 al 1936, e so-prattutto dopo l’avvento di
Hitler al potere, Suvich fu
quindi il maggiore collabo-ratore di Mussolini in tutte
le occasioni in cui il capo del
governo sembrò deciso a
rafforzare i rapporti con la
Francia e la Gran Bretagna.
Secondo Antonio Ciarrapi-co, autore di un libro su Le
ombre della storia, apparso
recentemente presso l’edi-trice Aracne, poteva contare
su un gruppo di diplomatici
che avevano le stesse idee:
Vittorio Cerruti, Gino Buti,
Leonardo Vitetti e Pietro
Quaroni.
La situazione cambiò bru-scamente nel 1936 quando
Mussolini nominò Galeazzo
Ciano al ministero degli
Esteri e decise di sostenere i
nazionalisti di Franco nella
guerra civile spagnola avvi-cinandosi alla Germania.
Suvich, nelle nuove circo-stanze, era diventato inutile,
se non addirittura ingom-brante. Fu nominato amba-sciatore a Washington dove
rimase soltanto due anni,
dal 1936 al 1938, e andò a
raggiungere il gruppo dei
ministri di cui i dittatori,
nella seconda metà degli an-ni Trenta, si sbarazzarono
quando vollero cambiare
p o l i t i ca : Ko s ta n t i n vo n
Neurath, che si dimise nel
1938 per lasciare il posto a
Joachim von Ribbentrop, e
Maksim Litvinov che Stalin
rimpiazzò con Vjaceslav
Molotov.
Dopo Washington Suvich
rimase ancora per qualche
tempo al ministero degli
Esteri e si ritirò poi a vita
privata. Morì a Trieste nel
1980 all’età di 93 anni
CITTADINI SENZA FIDUCIA NELLO STATO
C
aro Augias, ho letto su Repubblica di lunedì l’analisi di Ilvo Diamanti che mi ha molto colpito. Non so se al-tri lettori abbiano avuto la stessa impressione, a me quei dati sono sembrati spaventosi. L’esordio: «L’Italia
sta perdendo radici e identità. È un paese spaesato dove i cittadini non sanno più a chi credere». Le cifre
confermano l’amara diagnosi. L’Italia in quanto tale costituisce un centro di appartenenza solo per il 23% dei cit-tadini. Rovesciando la prospettiva: i tre quarti dei cittadini non la considerano tale. La fiducia nello Stato è scesa al
15%. Poco più di un italiano su dieci (!) ha fiducia nello Stato. Va un po’ meglio all’Europa: 33%, un crollo rispetto
a qualche anno fa ma sempre il doppio dello Stato. Le Regioni franano al 26, i Comuni al 31. Ma quelli che si dico-no fiduciosi sia nelle Regioni sia nei Comuni sono appena il 17%. Lo stesso presidente della Repubblica che gode-va di vastissima fiducia fino a pochi anni fa, oggi supera appena il 50%. Meglio di tutti gli altri ma significa un ita-liano su due. Anche l’ultimo dato è allarmante: il 90% ha fiducia in papa Francesco. E la Repubblica?
Giovanni Moschini
I CITTADINI SENZA FIDUCIA NELLO STATO
I
l professor Diamanti è uno dei più avveduti misura-tori della pubblica opinione; i dati da lui riportati so-no confermati anche da altre fonti. Ha dunque ra-gione il signor Moschini nel definirli «spaventosi».
Un’ulteriore conferma del resto viene dalla stessa in-differenza con la quale sono accolti. Accadono ogni
giorno cose orribili, gli scandali si susseguono gli uni
agli altri, la criminalità dilaga, la prepotenza diventa
legge come dimostra l’ultimo episodio della partita so-spesa tra due squadre di calcio perché i tifosi, manovrati
chissà da chi, non volevano che fosse giocata. Mentre
tutto questo accade la politica, vale a dire l’insieme di
attività e iniziative che dovrebbero fare da timone al
paese, si balocca con se stessa, si contende le posizioni
di potere, al massimo gareggia in proposte di bassa de-magogia per strappare un po’ di voti all’avversario. Per
più di un aspetto l’aria che si respira ricorda quella dell’8
settembre 1943. Non ci sono i morti, è vero, ed è un be-ne da tutelare. Però c’è tutto il resto, come fa osservare
Diamanti, la sfiducia, lo sbandamento, il non sapere
più in chi credere. Anzi, da questo punto di vista oggi è
forse peggio di ieri. Nel povero paese in rovina del 1943,
baluginavano i sintomi di un possibile riscatto, la voglia
di resistere e di ricominciare. Oggi di quello slancio non
c’è traccia. Resta la fiducia nel papa Francesco, lumi-nosa figura, è indiscutibile. Si pone però una domanda:
se non sia fallimentare ritrovarsi, dopo tanto cammino,
al federalismo cattolico del buon Vincenzo Gioberti di
cui si parlava nel 1843
aro Augias, ho letto su Repubblica di lunedì l’analisi di Ilvo Diamanti che mi ha molto colpito. Non so se al-tri lettori abbiano avuto la stessa impressione, a me quei dati sono sembrati spaventosi. L’esordio: «L’Italia
sta perdendo radici e identità. È un paese spaesato dove i cittadini non sanno più a chi credere». Le cifre
confermano l’amara diagnosi. L’Italia in quanto tale costituisce un centro di appartenenza solo per il 23% dei cit-tadini. Rovesciando la prospettiva: i tre quarti dei cittadini non la considerano tale. La fiducia nello Stato è scesa al
15%. Poco più di un italiano su dieci (!) ha fiducia nello Stato. Va un po’ meglio all’Europa: 33%, un crollo rispetto
a qualche anno fa ma sempre il doppio dello Stato. Le Regioni franano al 26, i Comuni al 31. Ma quelli che si dico-no fiduciosi sia nelle Regioni sia nei Comuni sono appena il 17%. Lo stesso presidente della Repubblica che gode-va di vastissima fiducia fino a pochi anni fa, oggi supera appena il 50%. Meglio di tutti gli altri ma significa un ita-liano su due. Anche l’ultimo dato è allarmante: il 90% ha fiducia in papa Francesco. E la Repubblica?
Giovanni Moschini
I CITTADINI SENZA FIDUCIA NELLO STATO
I
l professor Diamanti è uno dei più avveduti misura-tori della pubblica opinione; i dati da lui riportati so-no confermati anche da altre fonti. Ha dunque ra-gione il signor Moschini nel definirli «spaventosi».
Un’ulteriore conferma del resto viene dalla stessa in-differenza con la quale sono accolti. Accadono ogni
giorno cose orribili, gli scandali si susseguono gli uni
agli altri, la criminalità dilaga, la prepotenza diventa
legge come dimostra l’ultimo episodio della partita so-spesa tra due squadre di calcio perché i tifosi, manovrati
chissà da chi, non volevano che fosse giocata. Mentre
tutto questo accade la politica, vale a dire l’insieme di
attività e iniziative che dovrebbero fare da timone al
paese, si balocca con se stessa, si contende le posizioni
di potere, al massimo gareggia in proposte di bassa de-magogia per strappare un po’ di voti all’avversario. Per
più di un aspetto l’aria che si respira ricorda quella dell’8
settembre 1943. Non ci sono i morti, è vero, ed è un be-ne da tutelare. Però c’è tutto il resto, come fa osservare
Diamanti, la sfiducia, lo sbandamento, il non sapere
più in chi credere. Anzi, da questo punto di vista oggi è
forse peggio di ieri. Nel povero paese in rovina del 1943,
baluginavano i sintomi di un possibile riscatto, la voglia
di resistere e di ricominciare. Oggi di quello slancio non
c’è traccia. Resta la fiducia nel papa Francesco, lumi-nosa figura, è indiscutibile. Si pone però una domanda:
se non sia fallimentare ritrovarsi, dopo tanto cammino,
al federalismo cattolico del buon Vincenzo Gioberti di
cui si parlava nel 1843
sabato 9 novembre 2013
LA LIBERTÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI
G
entile dottor Augias, grazie per aver risposto alla mia lettera sul diritto alla libertà degli animali. A mio pa-rere una qualità essenziale dell'amore è il rispetto per i diritti dell’essere amato. Tra questi, il diritto alla li-bertà è il principale e riguarda ogni essere vivente. Senza libertà non ci si può evolvere correttamente, e chi
non si evolve correttamente si degrada, un destino peggiore di qualunque disagio o sofferenza (e a mio parere per-sino peggiore della morte). Parlare di «amore vero» tra il padrone e il suo animale è come affermare che uno stalker
ama la persona che perseguita, o che un marito ama la moglie che picchia per gelosia. Questo vale anche se l'ani-male ama il suo padrone, al di là di ogni illusoria attribuzione all'animale stesso di sentimenti inesistenti. L'animale
domestico, abbrutito dalla privazione di libertà, diviene dipendente dal padrone; parlare di vero amore tra un ani-male e il suo padrone è come affermare che un tossicomane ama il suo fornitore di eroina, o che la vittima di un ra-pimento ama la persona che la tiene segregata. Parlare di «disagi di una limitata libertà» è a mio parere un tentati-vo (probabilmente inconscio) di minimizzare la gravità della crudeltà che si manifesta nel tenere prigioniero un
animale, per qualunque motivo lo si faccia.
Piero Righetti — Roma
LA LIBERTÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI
L
a lettera continuava con numerose altre conside-razioni compresa quella di mettere a confronto la
vita di un essere umano con quella di un cane
(movimenti limitati, accoppiamenti sporadici, cibo di-scutibile ecc.). Ritengo improprio ogni confronto di que-sto tipo. Quanto al resto mi affido a una lettera inviatami
dal signor Edoardo Oreste (edoardooreste@yahoo.it)
che scrive: «La libertà è certamente bellissima, ma c'è
una cosa ancor più bella per cui vale la pena perderne un
po’, si chiama Amore! Esistono certo cattivi padroni, ma
non è per l'esistenza di cattivi mariti o cattive mogli che
il matrimonio può essere considerato negativamente! Il
Signor Righetti che forse non ha mai avuto un cane, non
immagina ciò che ha perso. Il cane è felice della sua “pri-gionia”. Cito un fatto: i miei cani, pur avendo a disposi-zione un giardino spazioso, preferiscono trascorrere le
loro ore nel mio piccolo studio in mia compagnia. Il ses-so canino poi non si può paragonare all'umano: in natu-ra si accoppia solo il maschio dominante per cui non so-no pochi i maschi che non si accoppieranno mai. Nel ca-so delle femmine il desiderio sessuale è dettato dagli or-moni (due flussi l'anno) imparagonabile a quello delle
femmine umane. Ho avuto molti cani. Ricordo un cuc-ciolo affetto da rogna destinato a morte certa; rinunciò
alla sua libertà per vivere tredici anni a casa mia». Ognu-no resterà della sua opinione, suppongo. Discuterne co-munque non è inutile
entile dottor Augias, grazie per aver risposto alla mia lettera sul diritto alla libertà degli animali. A mio pa-rere una qualità essenziale dell'amore è il rispetto per i diritti dell’essere amato. Tra questi, il diritto alla li-bertà è il principale e riguarda ogni essere vivente. Senza libertà non ci si può evolvere correttamente, e chi
non si evolve correttamente si degrada, un destino peggiore di qualunque disagio o sofferenza (e a mio parere per-sino peggiore della morte). Parlare di «amore vero» tra il padrone e il suo animale è come affermare che uno stalker
ama la persona che perseguita, o che un marito ama la moglie che picchia per gelosia. Questo vale anche se l'ani-male ama il suo padrone, al di là di ogni illusoria attribuzione all'animale stesso di sentimenti inesistenti. L'animale
domestico, abbrutito dalla privazione di libertà, diviene dipendente dal padrone; parlare di vero amore tra un ani-male e il suo padrone è come affermare che un tossicomane ama il suo fornitore di eroina, o che la vittima di un ra-pimento ama la persona che la tiene segregata. Parlare di «disagi di una limitata libertà» è a mio parere un tentati-vo (probabilmente inconscio) di minimizzare la gravità della crudeltà che si manifesta nel tenere prigioniero un
animale, per qualunque motivo lo si faccia.
Piero Righetti — Roma
LA LIBERTÀ DEGLI ANIMALI DOMESTICI
L
a lettera continuava con numerose altre conside-razioni compresa quella di mettere a confronto la
vita di un essere umano con quella di un cane
(movimenti limitati, accoppiamenti sporadici, cibo di-scutibile ecc.). Ritengo improprio ogni confronto di que-sto tipo. Quanto al resto mi affido a una lettera inviatami
dal signor Edoardo Oreste (edoardooreste@yahoo.it)
che scrive: «La libertà è certamente bellissima, ma c'è
una cosa ancor più bella per cui vale la pena perderne un
po’, si chiama Amore! Esistono certo cattivi padroni, ma
non è per l'esistenza di cattivi mariti o cattive mogli che
il matrimonio può essere considerato negativamente! Il
Signor Righetti che forse non ha mai avuto un cane, non
immagina ciò che ha perso. Il cane è felice della sua “pri-gionia”. Cito un fatto: i miei cani, pur avendo a disposi-zione un giardino spazioso, preferiscono trascorrere le
loro ore nel mio piccolo studio in mia compagnia. Il ses-so canino poi non si può paragonare all'umano: in natu-ra si accoppia solo il maschio dominante per cui non so-no pochi i maschi che non si accoppieranno mai. Nel ca-so delle femmine il desiderio sessuale è dettato dagli or-moni (due flussi l'anno) imparagonabile a quello delle
femmine umane. Ho avuto molti cani. Ricordo un cuc-ciolo affetto da rogna destinato a morte certa; rinunciò
alla sua libertà per vivere tredici anni a casa mia». Ognu-no resterà della sua opinione, suppongo. Discuterne co-munque non è inutile
giovedì 7 novembre 2013
MONTESQUIEU E LO SPIRITO DELLA LEGGE
E
gregio Dottor Augias, è incontestabile che la legge Severino non abbia natura, né effetti, penali. Non
commina sanzioni. Può dunque essere retroattiva al contrario di quanto da tre mesi vanno procla-mando i fedelissimi del “leader”. È una legge di rilevanza amministrativa o, meglio, istituzionale poi-ché si occupa del funzionamento di una Istituzione dello Stato. Il Senato avrebbe dovuto prenderne atto e
ratificare quanto da essa previsto senza necessità di strologare su fantomatiche interpretazioni. Invece un
certo numero di “esperti” e, soprattutto, di politici di lungo e discutibile corso, continua a sollevare prete-sti ormai da tre mesi, comprese assurde richieste di rinvii sine die, violando, non solo lo spirito della legge
Severino, ma il suo principale scopo: liberare il Senato da personaggi immeritevoli di farne parte, non in
tempi biblici, ma “immediatamente”, cioè a dire in pochi giorni, il tempo necessario per stabilire se c’è una
condanna definitiva e se il condannato fa parte dell’Assemblea. Ciò che è più grave e sconcerta, è che tali
zuffe, ordite dalla falange dei fedelissimi, a giorni alterni, minacciano di mandare all’aria il governo.
Avvocato Saverio Asprea — Carpi
MONTESQUIEU E LO SPIRITO DELLA LEGGE
C
olgo le precisazioni giuridiche di un uomo di
legge come l’avvocato Asprea. A queste ag-giungo alcune considerazioni più ordinarie.
La legge detta Severino, è un testo unico che legife-ra sui casi di incandidabilità e sul divieto di ricopri-re cariche elettive e di governo dopo una sentenza
di condanna definitiva per reati non colposi. Entrò
in vigore a gennaio 2013 (voluta dal governo Monti)
approvata con maggioranze schiaccianti sia alla
Camera (480 contro 19) sia al Senato (256 contro 7).
Venne applicata per la prima volta per le elezioni del
2013 portando 37 consiglieri tra provinciali e co-munali a decadere. Fin lì tutto bene. Quando però
la legge ha toccato l’ex presidente del Consiglio so-no cominciati i guai che sono tuttora ben lontani
dall’essere finiti come dimostra il fatto che la vota-zione sulla decadenza del pregiudicato Berlusconi
continua ad essere rimandata. Nel frattempo chis-sà quali opere di convincimento verranno messe in
opera, come fa temere il passato. Ai miei occhi di
profano lo spirito di quella legge appare evidente. Di
fronte alla corruzione dilagante che sta divorando il
Paese, si voleva che almeno gli organi legislativi fos-sero ripuliti dai casi più evidenti di persone indegne
di sedervi. Ricordo che nella classifica dei Paesi più
corrotti noi siamo scesi più o meno al livello di Mes-sico e Grecia. Lo spirito delle leggi, come insegnava
Montesquieu, è importante. Quello che anima la
Severino è così trasparente che proprio il ritardo
nella sua applicazione conferma il livello di corru-zione che la legge intendeva contrastare.
gregio Dottor Augias, è incontestabile che la legge Severino non abbia natura, né effetti, penali. Non
commina sanzioni. Può dunque essere retroattiva al contrario di quanto da tre mesi vanno procla-mando i fedelissimi del “leader”. È una legge di rilevanza amministrativa o, meglio, istituzionale poi-ché si occupa del funzionamento di una Istituzione dello Stato. Il Senato avrebbe dovuto prenderne atto e
ratificare quanto da essa previsto senza necessità di strologare su fantomatiche interpretazioni. Invece un
certo numero di “esperti” e, soprattutto, di politici di lungo e discutibile corso, continua a sollevare prete-sti ormai da tre mesi, comprese assurde richieste di rinvii sine die, violando, non solo lo spirito della legge
Severino, ma il suo principale scopo: liberare il Senato da personaggi immeritevoli di farne parte, non in
tempi biblici, ma “immediatamente”, cioè a dire in pochi giorni, il tempo necessario per stabilire se c’è una
condanna definitiva e se il condannato fa parte dell’Assemblea. Ciò che è più grave e sconcerta, è che tali
zuffe, ordite dalla falange dei fedelissimi, a giorni alterni, minacciano di mandare all’aria il governo.
Avvocato Saverio Asprea — Carpi
MONTESQUIEU E LO SPIRITO DELLA LEGGE
C
olgo le precisazioni giuridiche di un uomo di
legge come l’avvocato Asprea. A queste ag-giungo alcune considerazioni più ordinarie.
La legge detta Severino, è un testo unico che legife-ra sui casi di incandidabilità e sul divieto di ricopri-re cariche elettive e di governo dopo una sentenza
di condanna definitiva per reati non colposi. Entrò
in vigore a gennaio 2013 (voluta dal governo Monti)
approvata con maggioranze schiaccianti sia alla
Camera (480 contro 19) sia al Senato (256 contro 7).
Venne applicata per la prima volta per le elezioni del
2013 portando 37 consiglieri tra provinciali e co-munali a decadere. Fin lì tutto bene. Quando però
la legge ha toccato l’ex presidente del Consiglio so-no cominciati i guai che sono tuttora ben lontani
dall’essere finiti come dimostra il fatto che la vota-zione sulla decadenza del pregiudicato Berlusconi
continua ad essere rimandata. Nel frattempo chis-sà quali opere di convincimento verranno messe in
opera, come fa temere il passato. Ai miei occhi di
profano lo spirito di quella legge appare evidente. Di
fronte alla corruzione dilagante che sta divorando il
Paese, si voleva che almeno gli organi legislativi fos-sero ripuliti dai casi più evidenti di persone indegne
di sedervi. Ricordo che nella classifica dei Paesi più
corrotti noi siamo scesi più o meno al livello di Mes-sico e Grecia. Lo spirito delle leggi, come insegnava
Montesquieu, è importante. Quello che anima la
Severino è così trasparente che proprio il ritardo
nella sua applicazione conferma il livello di corru-zione che la legge intendeva contrastare.
domenica 3 novembre 2013
SULL’UTILITÀ DEGLI INTELLETTUALI QUALCHE DIVERSA OPINIONE
Nella sua risposta sul ruolo
degli intellettuali italiani e
sulla loro attitudine
trasformistica mi ha colpito
in particolare la sua
conclusione, secondo cui
l’Italia ha bisogno di
«scienziati, filosofi, pittori,
scultori, romanzieri, poeti,
studiosi ed esperti delle più
diverse discipline, non di
intellettuali». La cosa mi
interessa particolarmente,
visto che la mia casa editrice
ha pubblicato i libri di molti
autori che non saprei come
definire se non
«intellettuali». A partire da
Benedetto Croce che fu
filosofo, storico e critico della
letteratura, ma il cui
contributo alla cultura
italiana mi pare non possa
risolversi nella somma di
queste competenze. E non è
un caso forse se Croce decise
di influire sugli orientamenti
della classe dirigente italiana
— a partire dagli educatori
delle giovani generazioni —
attraverso una rivista come
La Criticae una casa editrice
come Laterza. Non nego che il
trasformismo sia stato un
vizio anche di molti
intellettuali italiani: ma non
lo è stato anche di molti
politici e imprenditori? Non è
forse una caratteristica
nazionale? E non pensa che
nell’Italia del dopoguerra ci
siano stati grandi
intellettuali che con coerenza
e pluralità di idee hanno
contribuito a formare le
nostre opinioni? Penso a
filosofi come Bobbio e Garin,
economisti come Sylos Labini
e Padoa Schioppa, storici
come Rosario Romeo e Renzo
De Felice, scienziati come
Margherita Hack, scrittori
come Pasolini, per citare solo
alcuni nomi. Persone che
possedevano competenze
specifiche ma che mi sembra
abbiano contribuito a
costruire diverse «visioni del
mondo». Un’espressione non
più di attualità dopo la
(pretesa) fine delle ideologie,
a cui sembrano essersi
sostituite solo le competenze
dei ‘tecnici’ e le suggestioni
dei «comunicatori». Eppure
io ho il dubbio che gli
intellettuali esistano ancora,
magari in forme diverse... Ad
esempio tra coloro che
scrivono articoli e libri
rigorosi ma rivolti al pubblico
generale. Analisi che — anche
quando non sono «tecniche»
— possono servire a mettere
le informazioni e le
conoscenze in una
prospettiva critica e in un
contesto più ampio, cosa
essenziale in un mondo
complesso come quello in cui
viviamo. Non vorrei
sembrarle provocatorio (come
quegli intellettuali che a lei
non piacciono) ma — in
questo senso almeno — a me
pare che anche lei quando
interviene sulCorriereocon i
suoilibri su argomenti
diversi di grande rilievo
pubblico sia un intellettuale...
Giuseppe Laterza
Caro Laterza,
F
orse noi diamo alla paro-la «intellettuale» conte-nuti diversi. Nella mia
definizione l’intellettuale è
certamente un erede di Voltai-re e Zola, avvocati difensori di
d u e g r a n d i i n n o c e n t i —
l’ugonotto Jean Calas e l’ebreo
Aldred Dreyfus — entrambi
vittime di pregiudizi religiosi
o razziali. Ma col passare del
tempo l’ambizione, la vanità,
le lusinghe degli ammiratori e
uno sproporzionato concetto
di sé hanno persuaso l’intel-lettuale dei nostri giorni a
considerarsi coscienza della
società, custode di «valori»
(una delle parole più inflazio-nate dei nostri tempi), arbitro
dei nostri dilemmi politici e
morali, oracolo e profeta.
Ascolto e leggo volentieri le
opinioni degli intellettuali
quando sono il risultato di
studi e competenze professio-nali. Ma non riesco a com-prendere perché una qualsiasi
pubblica campagna per il rag-giungimento di un particolare
obiettivo politico o umanita-rio debba essere più autore-vole quando l’appello è firma-to da un poeta, da un roman-ziere, da un astronomo o da
un premio Nobel. Benedetto
Croce fu un intelligente filo-sofo, un eccellente scrittore,
un brillante storico e un gran-de animatore culturale. Ma la
percentuale dell’errore, nelle
sue valutazioni politiche, fu
mediamente quella dei mi-gliori esponenti della classe
sociale a cui apparteneva.
Lei ha ragione, caro Laterza,
quando osserva che il trasfor-mismo è una caratteristica
della storia italiana e non può
essere quindi imputato sol-tanto agli intellettuali. Ma for-se il fenomeno è più grave
quando concerne uomini e
donne che si considerano ma-estri di vita e di pensiero
degli intellettuali italiani e
sulla loro attitudine
trasformistica mi ha colpito
in particolare la sua
conclusione, secondo cui
l’Italia ha bisogno di
«scienziati, filosofi, pittori,
scultori, romanzieri, poeti,
studiosi ed esperti delle più
diverse discipline, non di
intellettuali». La cosa mi
interessa particolarmente,
visto che la mia casa editrice
ha pubblicato i libri di molti
autori che non saprei come
definire se non
«intellettuali». A partire da
Benedetto Croce che fu
filosofo, storico e critico della
letteratura, ma il cui
contributo alla cultura
italiana mi pare non possa
risolversi nella somma di
queste competenze. E non è
un caso forse se Croce decise
di influire sugli orientamenti
della classe dirigente italiana
— a partire dagli educatori
delle giovani generazioni —
attraverso una rivista come
La Criticae una casa editrice
come Laterza. Non nego che il
trasformismo sia stato un
vizio anche di molti
intellettuali italiani: ma non
lo è stato anche di molti
politici e imprenditori? Non è
forse una caratteristica
nazionale? E non pensa che
nell’Italia del dopoguerra ci
siano stati grandi
intellettuali che con coerenza
e pluralità di idee hanno
contribuito a formare le
nostre opinioni? Penso a
filosofi come Bobbio e Garin,
economisti come Sylos Labini
e Padoa Schioppa, storici
come Rosario Romeo e Renzo
De Felice, scienziati come
Margherita Hack, scrittori
come Pasolini, per citare solo
alcuni nomi. Persone che
possedevano competenze
specifiche ma che mi sembra
abbiano contribuito a
costruire diverse «visioni del
mondo». Un’espressione non
più di attualità dopo la
(pretesa) fine delle ideologie,
a cui sembrano essersi
sostituite solo le competenze
dei ‘tecnici’ e le suggestioni
dei «comunicatori». Eppure
io ho il dubbio che gli
intellettuali esistano ancora,
magari in forme diverse... Ad
esempio tra coloro che
scrivono articoli e libri
rigorosi ma rivolti al pubblico
generale. Analisi che — anche
quando non sono «tecniche»
— possono servire a mettere
le informazioni e le
conoscenze in una
prospettiva critica e in un
contesto più ampio, cosa
essenziale in un mondo
complesso come quello in cui
viviamo. Non vorrei
sembrarle provocatorio (come
quegli intellettuali che a lei
non piacciono) ma — in
questo senso almeno — a me
pare che anche lei quando
interviene sulCorriereocon i
suoilibri su argomenti
diversi di grande rilievo
pubblico sia un intellettuale...
Giuseppe Laterza
Caro Laterza,
F
orse noi diamo alla paro-la «intellettuale» conte-nuti diversi. Nella mia
definizione l’intellettuale è
certamente un erede di Voltai-re e Zola, avvocati difensori di
d u e g r a n d i i n n o c e n t i —
l’ugonotto Jean Calas e l’ebreo
Aldred Dreyfus — entrambi
vittime di pregiudizi religiosi
o razziali. Ma col passare del
tempo l’ambizione, la vanità,
le lusinghe degli ammiratori e
uno sproporzionato concetto
di sé hanno persuaso l’intel-lettuale dei nostri giorni a
considerarsi coscienza della
società, custode di «valori»
(una delle parole più inflazio-nate dei nostri tempi), arbitro
dei nostri dilemmi politici e
morali, oracolo e profeta.
Ascolto e leggo volentieri le
opinioni degli intellettuali
quando sono il risultato di
studi e competenze professio-nali. Ma non riesco a com-prendere perché una qualsiasi
pubblica campagna per il rag-giungimento di un particolare
obiettivo politico o umanita-rio debba essere più autore-vole quando l’appello è firma-to da un poeta, da un roman-ziere, da un astronomo o da
un premio Nobel. Benedetto
Croce fu un intelligente filo-sofo, un eccellente scrittore,
un brillante storico e un gran-de animatore culturale. Ma la
percentuale dell’errore, nelle
sue valutazioni politiche, fu
mediamente quella dei mi-gliori esponenti della classe
sociale a cui apparteneva.
Lei ha ragione, caro Laterza,
quando osserva che il trasfor-mismo è una caratteristica
della storia italiana e non può
essere quindi imputato sol-tanto agli intellettuali. Ma for-se il fenomeno è più grave
quando concerne uomini e
donne che si considerano ma-estri di vita e di pensiero
COS’È L’AMORE VERO TRA CANE E PADRONE
G
entile dott. Augias, a me sembra che difendere i diritti degli animali dovrebbe consistere prima di tutto nel
difendere il loro diritto alla libertà, senza la quale nessun essere vivente può essere felice. Se una persona
tiene un animale per tutta la vita separato dai suoi simili, prigioniero in un appartamento dal quale esce
solo legato e solo quando lo vuole lei; e se questa persona priva chirurgicamente quell’animale degli organi ri-produttivi, oppure gli permette di accoppiarsi solo quando lo vuole lei e solo con chi vuole lei (e in tal caso lo pri-va dopo pochi giorni dei figli eventualmente generati), a me sembra assurdo affermare che questa persona “ama”
il suo animale, e che quel povero animale (reso pazzo da una vita così innaturale) è “amico” di tale persona. Ep-pure i padroni di animali domestici fanno proprio questo ai loro “amati amici”.
Piero Righetti — Roma
COS’È L’AMORE VERO TRA CANE E PADRONE
I
l primo choc sulle torture inflitte agli animali lo pro-vocò — nella mia vita — il film-documentario
“Mondo cane” di Gualtiero Jacopetti nel lontano
1962. Vi si mostrava in qual modo alle oche vengano in-chiodate le zampe a terra per impedire ogni movimen-to e vengano poi ingozzate di cibo. In questo modo si
può ricavare dalla loro straziata carcassa il famoso fois
gras per la delizia dei buongustai. Gli esempi di torture
verso gli animali continuano a essere numerose e ripu-gnanti. Per esempio i cani usati come “bombe di fuo-co” negli scontri in Egitto. Imbevuti di benzina e lan-ciati contro l’esercito. Per tacere della sventura della vi-visezione, talvolta necessaria alla sperimentazione dei
farmaci, spesso no. Ovviamente si potrebbe continua-re per arrivare fino ai poveri cavallucci delle botticelle
romane che guadagnano a caro prezzo la loro porzio-ne di biada sotto il cocente sole di luglio della città dei
sette colli, ovvero piena di salite. O gli sventurati cani da
guardia che impazziscono perennemente legati a una
catena magari di soli due metri. O le scimmie asiatiche
scalottate da vive perché il gourmet affondi il cucchiai-no nel loro cervello palpitante. Ho preso il discorso al-la larga prima di arrivare al punto sollevato dal signor
Righetti che mi trova solo in parte d’accordo. Escludo i
casi di maltrattamenti così come quelli dei bastardi che
abbandonano il loro cane in autostrada. Per il resto il
rapporto affettivo che s’instaura tra cane e padrone è
così intenso da compensare con la forza delle emozio-ni (spesso reciproche) i disagi di una limitata libertà.
Quel rapporto infatti si è consolidato nei secoli come
dimostra tra l’altro questa toccante iscrizione funera-ria per un cane nell’antica Roma: Raedarum custos,
numquam latravit inepte; nunc silet et cineres vindicat
umbra suos, Guardiano dei carri, non abbaiò mai inva-no; ora tace, un’ombra [amica] veglia sulle sue cener
entile dott. Augias, a me sembra che difendere i diritti degli animali dovrebbe consistere prima di tutto nel
difendere il loro diritto alla libertà, senza la quale nessun essere vivente può essere felice. Se una persona
tiene un animale per tutta la vita separato dai suoi simili, prigioniero in un appartamento dal quale esce
solo legato e solo quando lo vuole lei; e se questa persona priva chirurgicamente quell’animale degli organi ri-produttivi, oppure gli permette di accoppiarsi solo quando lo vuole lei e solo con chi vuole lei (e in tal caso lo pri-va dopo pochi giorni dei figli eventualmente generati), a me sembra assurdo affermare che questa persona “ama”
il suo animale, e che quel povero animale (reso pazzo da una vita così innaturale) è “amico” di tale persona. Ep-pure i padroni di animali domestici fanno proprio questo ai loro “amati amici”.
Piero Righetti — Roma
COS’È L’AMORE VERO TRA CANE E PADRONE
I
l primo choc sulle torture inflitte agli animali lo pro-vocò — nella mia vita — il film-documentario
“Mondo cane” di Gualtiero Jacopetti nel lontano
1962. Vi si mostrava in qual modo alle oche vengano in-chiodate le zampe a terra per impedire ogni movimen-to e vengano poi ingozzate di cibo. In questo modo si
può ricavare dalla loro straziata carcassa il famoso fois
gras per la delizia dei buongustai. Gli esempi di torture
verso gli animali continuano a essere numerose e ripu-gnanti. Per esempio i cani usati come “bombe di fuo-co” negli scontri in Egitto. Imbevuti di benzina e lan-ciati contro l’esercito. Per tacere della sventura della vi-visezione, talvolta necessaria alla sperimentazione dei
farmaci, spesso no. Ovviamente si potrebbe continua-re per arrivare fino ai poveri cavallucci delle botticelle
romane che guadagnano a caro prezzo la loro porzio-ne di biada sotto il cocente sole di luglio della città dei
sette colli, ovvero piena di salite. O gli sventurati cani da
guardia che impazziscono perennemente legati a una
catena magari di soli due metri. O le scimmie asiatiche
scalottate da vive perché il gourmet affondi il cucchiai-no nel loro cervello palpitante. Ho preso il discorso al-la larga prima di arrivare al punto sollevato dal signor
Righetti che mi trova solo in parte d’accordo. Escludo i
casi di maltrattamenti così come quelli dei bastardi che
abbandonano il loro cane in autostrada. Per il resto il
rapporto affettivo che s’instaura tra cane e padrone è
così intenso da compensare con la forza delle emozio-ni (spesso reciproche) i disagi di una limitata libertà.
Quel rapporto infatti si è consolidato nei secoli come
dimostra tra l’altro questa toccante iscrizione funera-ria per un cane nell’antica Roma: Raedarum custos,
numquam latravit inepte; nunc silet et cineres vindicat
umbra suos, Guardiano dei carri, non abbaiò mai inva-no; ora tace, un’ombra [amica] veglia sulle sue cener
sabato 2 novembre 2013
LA TENTAZIONE DEL PUGNO DI FERRO
C
aro dottor Augias, sono amareggiata da un Paese in cui domina, a tutti i livelli, l’ignoranza, l’assenza di ri-spetto verso la cultura, la natura, l’archeologia e l’arte in genere. L’educazione familiare e scolastica, la
convivenza civile nelle strade, sono parole prive di significato. Basta pensare all’orrore delle due prosti-tute bambine di Roma. L’arroganza della classe politica nazionale e locale ci rende più che cittadini, sudditi. Le
leggi non danno alcuna certezza dei diritti e le pene sono spesso soggette all’individualità di chi giudica. Visto
che ancora non riusciamo ad avere un’Europa unita che ci governi, esprimo il desiderio “provocatorio” di chie-dere che un Paese europeo ci colonizzi. Se la lotta di Liberazione fatta dai nostri genitori ci ha portato a questo
stato, meglio sarebbe che sia un altro Paese più civile a spazzare via chi ci ha ridotto allo stato in cui siamo e ci
imponga regole e comportamenti che, evidentemente, non siamo capaci di darci da soli. Mi spinge a questa pro-posta assurda lo sdegno verso chi ha ridotto un meraviglioso Paese ad un degrado non più sopportabile.
Giuliana Giogli — giulianagiogli@gmail.com
LA TENTAZIONE DEL PUGNO DI FERRO
L
a signora Giogli riconosce da sola l’assurdità
della sua richiesta che ha quindi solo valore di
sfogo di fronte alla situazione inimmaginabile
in cui l’ultimo ventennio, con l’aggiunta della crisi, ci
ha trascinato. Dico inimmaginabile nel senso proprio:
se vent’anni fa, quando esplose Tangentopoli (e a
molti parve una liberazione), qualcuno ci avesse det-to che nel 2013 ci saremmo ritrovati dove stiamo, tut-ti lo avremmo considerato il solito profeta di inutili
sventure. Quello che aggiungo a ciò che scrive la no-stra lettrice è che oltre ad essere assurda la sua idea è
anche inutile. Di tanto in tanto affiora la tentazione di
affidarsi — faccio per dire — a un governatore tedesco
che riesca finalmente a far funzionare le cose, a distri-buire torti e ragioni in modo sensato. Si sente ogni tan-to qualcuno che, scherzando e ridendo, lo dice. Non
servirebbe a niente. Sarebbe solo l’estensione verso
l’estero del solito rimedio: l’illusione di un uomo del-la provvidenza che ci liberi da noi stessi. Mussolini al-lora, Berlusconi ieri, per esempio. Nella storia tor-mentata della penisola, uomini così ce ne sono stati
parecchi. Principi e granduchi, baroni e pontefici, pa-droni di un territorio, di un feudo, di un castello. Las-sù una corte e tutti gli altri col cappello in mano e la te-sta china al passaggio della carrozza e del seguito. So-gnare l’uomo della provvidenza che risolva i nostri
guai, italiano o straniero che sia, è esattamente la col-pa, la tentazione atavica dalla quale dobbiamo libe-rarci. Siamo mal messi ma da questa brutta condizio-ne possiamo tirarci fuori solo con le nostre forze. Se ne
saremo capaci, chissà
aro dottor Augias, sono amareggiata da un Paese in cui domina, a tutti i livelli, l’ignoranza, l’assenza di ri-spetto verso la cultura, la natura, l’archeologia e l’arte in genere. L’educazione familiare e scolastica, la
convivenza civile nelle strade, sono parole prive di significato. Basta pensare all’orrore delle due prosti-tute bambine di Roma. L’arroganza della classe politica nazionale e locale ci rende più che cittadini, sudditi. Le
leggi non danno alcuna certezza dei diritti e le pene sono spesso soggette all’individualità di chi giudica. Visto
che ancora non riusciamo ad avere un’Europa unita che ci governi, esprimo il desiderio “provocatorio” di chie-dere che un Paese europeo ci colonizzi. Se la lotta di Liberazione fatta dai nostri genitori ci ha portato a questo
stato, meglio sarebbe che sia un altro Paese più civile a spazzare via chi ci ha ridotto allo stato in cui siamo e ci
imponga regole e comportamenti che, evidentemente, non siamo capaci di darci da soli. Mi spinge a questa pro-posta assurda lo sdegno verso chi ha ridotto un meraviglioso Paese ad un degrado non più sopportabile.
Giuliana Giogli — giulianagiogli@gmail.com
LA TENTAZIONE DEL PUGNO DI FERRO
L
a signora Giogli riconosce da sola l’assurdità
della sua richiesta che ha quindi solo valore di
sfogo di fronte alla situazione inimmaginabile
in cui l’ultimo ventennio, con l’aggiunta della crisi, ci
ha trascinato. Dico inimmaginabile nel senso proprio:
se vent’anni fa, quando esplose Tangentopoli (e a
molti parve una liberazione), qualcuno ci avesse det-to che nel 2013 ci saremmo ritrovati dove stiamo, tut-ti lo avremmo considerato il solito profeta di inutili
sventure. Quello che aggiungo a ciò che scrive la no-stra lettrice è che oltre ad essere assurda la sua idea è
anche inutile. Di tanto in tanto affiora la tentazione di
affidarsi — faccio per dire — a un governatore tedesco
che riesca finalmente a far funzionare le cose, a distri-buire torti e ragioni in modo sensato. Si sente ogni tan-to qualcuno che, scherzando e ridendo, lo dice. Non
servirebbe a niente. Sarebbe solo l’estensione verso
l’estero del solito rimedio: l’illusione di un uomo del-la provvidenza che ci liberi da noi stessi. Mussolini al-lora, Berlusconi ieri, per esempio. Nella storia tor-mentata della penisola, uomini così ce ne sono stati
parecchi. Principi e granduchi, baroni e pontefici, pa-droni di un territorio, di un feudo, di un castello. Las-sù una corte e tutti gli altri col cappello in mano e la te-sta china al passaggio della carrozza e del seguito. So-gnare l’uomo della provvidenza che risolva i nostri
guai, italiano o straniero che sia, è esattamente la col-pa, la tentazione atavica dalla quale dobbiamo libe-rarci. Siamo mal messi ma da questa brutta condizio-ne possiamo tirarci fuori solo con le nostre forze. Se ne
saremo capaci, chissà
I SACERDOTI E LA BUONA POLITICA
G
entilissimo dottor Augias, sono un sacerdote e desidero complimentarmi con il giornale per lo spes-sore culturale del dibattito suscitato dal dialogo del dottor Scalfari con papa Francesco arricchito dai
tanti interventi che hanno approfondito il tema. Finalmente si riflette insieme, credenti e non cre-denti. È nella coscienza, in questo dialogo intimo con Dio che si scopre la grandezza della legge dell’amore.
Come ha sostenuto in uno dei sui articoli Mancuso citando sant’Agostino, Dio lo si ama amando il prossi-mo. La coscienza è il luogo dell’incontro con Dio e con il prossimo, non di chiusura individualistica. Per un
laico la coscienza è comunque il luogo dell’incontro con l’altro, dove risuona la necessità di voler bene alla
persona umana, in particolare a coloro che sono offesi nella loro dignità. Più la coscienza, laica o cristiana, è
formata, più si allontana dall’individualismo. Ecco il tratto di strada che dovremmo percorre insieme, cre-denti e non: l’impegno a salvaguardare i diritti e la dignità di ogni persona.
Felice Bacco, Canosa di Puglia — felicebacco@alice.it
I SACERDOTI E LA BUONA POLITICA
I
nfatti è così. Nessuno sa, tanto meno io, come an-drà a finire la straordinaria avventura umana e
pastorale di papa Francesco. Quello che è certo è
che l’epoca oscura di una Chiesa tentata dalla politi-ca, e vittima della politica, per il momento è chiusa.
Significa questo che la Chiesa non debba “fare poli-tica”? Sarebbe assurdo chiederlo. L’opinione di mol-ti laici, compreso il sottoscritto, è che non debba fa-re quel tipo di politica. Non debba cioè accantonare
il messaggio evangelico in nome dei benefici mate-riali che può assicurarsi – in un baratto vergognoso –
sostenendo l’uomo politico al potere in Italia (dell’I-talia stiamo parlando) indipendentemente dal suo
comportamento, dalla sua moralità pubblica e pri-vata, dalla sua decenza, o indecenza. È esattamente
ciò che fino a pochi anni fa è accaduto. Contro que-sto atteggiamento alcuni hanno protestato attiran-dosi i fulmini (di carta, per fortuna) di una parte del-le gerarchie. Oggi molte di quelle cose le afferma il
Papa in persona e può finalmente aprirsi il tema che
don Felice Bacco enuncia nella sua lettera: il tratto di
strada che non credenti e cattolici possono percor-rere insieme in questo mondo divorato dall’osses-sione del denaro, per tanti aspetti feroce. A nessuno
è chiesto di rinunciare ai suoi principi. In ogni inse-gnamento religioso c’è una zona di resistenza rigida
che ai fedeli non è dato trasgredire. Importante è che
la stessa rigidità non si pretenda di applicarla a chi
non crede o crede in modo diverso. È il caso di dare
concretezza al principio romano che la Chiesa ha
fatto proprio, Unicuique suum, a ciascuno il suo. An-che perché senza una tollerante laicità la democra-zia diventa difficile
entilissimo dottor Augias, sono un sacerdote e desidero complimentarmi con il giornale per lo spes-sore culturale del dibattito suscitato dal dialogo del dottor Scalfari con papa Francesco arricchito dai
tanti interventi che hanno approfondito il tema. Finalmente si riflette insieme, credenti e non cre-denti. È nella coscienza, in questo dialogo intimo con Dio che si scopre la grandezza della legge dell’amore.
Come ha sostenuto in uno dei sui articoli Mancuso citando sant’Agostino, Dio lo si ama amando il prossi-mo. La coscienza è il luogo dell’incontro con Dio e con il prossimo, non di chiusura individualistica. Per un
laico la coscienza è comunque il luogo dell’incontro con l’altro, dove risuona la necessità di voler bene alla
persona umana, in particolare a coloro che sono offesi nella loro dignità. Più la coscienza, laica o cristiana, è
formata, più si allontana dall’individualismo. Ecco il tratto di strada che dovremmo percorre insieme, cre-denti e non: l’impegno a salvaguardare i diritti e la dignità di ogni persona.
Felice Bacco, Canosa di Puglia — felicebacco@alice.it
I SACERDOTI E LA BUONA POLITICA
I
nfatti è così. Nessuno sa, tanto meno io, come an-drà a finire la straordinaria avventura umana e
pastorale di papa Francesco. Quello che è certo è
che l’epoca oscura di una Chiesa tentata dalla politi-ca, e vittima della politica, per il momento è chiusa.
Significa questo che la Chiesa non debba “fare poli-tica”? Sarebbe assurdo chiederlo. L’opinione di mol-ti laici, compreso il sottoscritto, è che non debba fa-re quel tipo di politica. Non debba cioè accantonare
il messaggio evangelico in nome dei benefici mate-riali che può assicurarsi – in un baratto vergognoso –
sostenendo l’uomo politico al potere in Italia (dell’I-talia stiamo parlando) indipendentemente dal suo
comportamento, dalla sua moralità pubblica e pri-vata, dalla sua decenza, o indecenza. È esattamente
ciò che fino a pochi anni fa è accaduto. Contro que-sto atteggiamento alcuni hanno protestato attiran-dosi i fulmini (di carta, per fortuna) di una parte del-le gerarchie. Oggi molte di quelle cose le afferma il
Papa in persona e può finalmente aprirsi il tema che
don Felice Bacco enuncia nella sua lettera: il tratto di
strada che non credenti e cattolici possono percor-rere insieme in questo mondo divorato dall’osses-sione del denaro, per tanti aspetti feroce. A nessuno
è chiesto di rinunciare ai suoi principi. In ogni inse-gnamento religioso c’è una zona di resistenza rigida
che ai fedeli non è dato trasgredire. Importante è che
la stessa rigidità non si pretenda di applicarla a chi
non crede o crede in modo diverso. È il caso di dare
concretezza al principio romano che la Chiesa ha
fatto proprio, Unicuique suum, a ciascuno il suo. An-che perché senza una tollerante laicità la democra-zia diventa difficile
martedì 22 ottobre 2013
MAFIA, SE LA POLITICA ABBANDONA UN SINDACO
G
entile Corrado Augias, ci ha molto colpiti la notizia delle dimissioni della sindaca Maria Concetta Lanzetta
del comune calabrese di Monasterace. Lanzetta era una dei sindaci anti ’ndrangheta della Locride, che ha
resistito all’incendio della sua farmacia e alle numerose minacce delle cosche. Nel dimettersi ha dichiara-to di essere stata abbandonata dalla politica. I mass media hanno riportato questa denuncia come uno dei tanti fat-ti di cronaca. Sapendo quanto la criminalità danneggi il nostro Paese, le dimissioni di un amministratore che la
combatte a rischio della vita, dovrebbe avere credo maggiore risonanza. Se la vita di una nazione dipende dalla po-litica, e questa abbandona le persone che meglio la interpretano, vuol dire che la politica nei fatti tollera che ciò ac-cade. La sindaca Lanzetta ha raccontato la sua esperienza a 500 studenti e docenti di Udine, impegnati in progetti
sulla legalità. I ragazzi hanno diritto di chiedersi: «Se un amministratore come lei viene abbandonato dalla politi-ca, non c’è più speranza?».
Liliana Mauro — Pasian di Prato (Udine)
MAFIA, SE LA POLITICA ABBANDONA UN SINDACO
L’
episodio Lanzetta è tragico. Per le ragioni che
hanno portato questo sindaco coraggioso a
dimettersi e anche per la mancanza di reazio-ni del mondo politico. Sola eccezione la visita in Cala-bria di martedì scorso del ministro della Giustizia Can-cellieri, segno d’interessamento del governo. Il sindaco
Lanzetta, aveva resistito a intimidazioni e minacce alla
sua farmacia e alla sua vita, giunta al suo secondo man-dato, ha deciso di lasciare. La goccia decisiva è stata una
votazione in giunta sulla costituzione di parte civile del
Comune contro gli affiliati ai clan. Qualcuno s’è detto
contrario e il sindaco ha dovuto, come si dice, trarne le
conseguenze. Gli avversari hanno subito dichiarato che
il gesto era politico, un volantino ha accusato la Lanzet-ta di “interessi personali”. Infamie locali. Quando l’am-ministrazione di un Comune si divide su un argomento
del genere vuol davvero dire che non c’è più molto da fa-re. Le dimissioni del sindaco Lanzetta non hanno avuto
a livello nazionale l’eco che meritavano anche se ci so-no stati messaggi di solidarietà compresi (da parte Pd)
quelli di Marco Minniti (ex segretario della Calabria),
Valeria Fedeli, Graziano Del Rio. Lodevoli e benvenuti.
È mancata però la voce forte del partito (il solo in grado
d’intervenire) impegnato a dilaniarsi sul congresso e
sulla fondamentale questione se Renzi possa o no cor-rere per la segreteria e anche per la premiership. Pro-blemi cui il Paese partecipa col fiato sospeso. Intanto di-venta difficile rispondere alla domanda della signora
Mauro: quale speranza stiamo dando ai più giovani,
quali concrete possibilità indichiamo di poter uscire
prima o poi dalla crisi nella quale stiamo affogando
entile Corrado Augias, ci ha molto colpiti la notizia delle dimissioni della sindaca Maria Concetta Lanzetta
del comune calabrese di Monasterace. Lanzetta era una dei sindaci anti ’ndrangheta della Locride, che ha
resistito all’incendio della sua farmacia e alle numerose minacce delle cosche. Nel dimettersi ha dichiara-to di essere stata abbandonata dalla politica. I mass media hanno riportato questa denuncia come uno dei tanti fat-ti di cronaca. Sapendo quanto la criminalità danneggi il nostro Paese, le dimissioni di un amministratore che la
combatte a rischio della vita, dovrebbe avere credo maggiore risonanza. Se la vita di una nazione dipende dalla po-litica, e questa abbandona le persone che meglio la interpretano, vuol dire che la politica nei fatti tollera che ciò ac-cade. La sindaca Lanzetta ha raccontato la sua esperienza a 500 studenti e docenti di Udine, impegnati in progetti
sulla legalità. I ragazzi hanno diritto di chiedersi: «Se un amministratore come lei viene abbandonato dalla politi-ca, non c’è più speranza?».
Liliana Mauro — Pasian di Prato (Udine)
MAFIA, SE LA POLITICA ABBANDONA UN SINDACO
L’
episodio Lanzetta è tragico. Per le ragioni che
hanno portato questo sindaco coraggioso a
dimettersi e anche per la mancanza di reazio-ni del mondo politico. Sola eccezione la visita in Cala-bria di martedì scorso del ministro della Giustizia Can-cellieri, segno d’interessamento del governo. Il sindaco
Lanzetta, aveva resistito a intimidazioni e minacce alla
sua farmacia e alla sua vita, giunta al suo secondo man-dato, ha deciso di lasciare. La goccia decisiva è stata una
votazione in giunta sulla costituzione di parte civile del
Comune contro gli affiliati ai clan. Qualcuno s’è detto
contrario e il sindaco ha dovuto, come si dice, trarne le
conseguenze. Gli avversari hanno subito dichiarato che
il gesto era politico, un volantino ha accusato la Lanzet-ta di “interessi personali”. Infamie locali. Quando l’am-ministrazione di un Comune si divide su un argomento
del genere vuol davvero dire che non c’è più molto da fa-re. Le dimissioni del sindaco Lanzetta non hanno avuto
a livello nazionale l’eco che meritavano anche se ci so-no stati messaggi di solidarietà compresi (da parte Pd)
quelli di Marco Minniti (ex segretario della Calabria),
Valeria Fedeli, Graziano Del Rio. Lodevoli e benvenuti.
È mancata però la voce forte del partito (il solo in grado
d’intervenire) impegnato a dilaniarsi sul congresso e
sulla fondamentale questione se Renzi possa o no cor-rere per la segreteria e anche per la premiership. Pro-blemi cui il Paese partecipa col fiato sospeso. Intanto di-venta difficile rispondere alla domanda della signora
Mauro: quale speranza stiamo dando ai più giovani,
quali concrete possibilità indichiamo di poter uscire
prima o poi dalla crisi nella quale stiamo affogando
SULLA MAFIA CHI HA CAPITO LA POSTA IN GIOCO?
D
ottor Augias, nella discussione sulla rana che finì bollita manca un elemento. La rana, fuor di metafora il po-polo, non ha dissentito adeguatamente perché anestetizzato dalle tv, e dai giornali, dell’uomo più ricco e
potente d’Italia. È noto, infatti, che una gran massa di elettori conosce la vita politica e si accultura attra-verso quelle trasmissioni che Berlusconi, talvolta sincero, ha dichiarato di aver concepito per un pubblico dall’età
mentale preadolescenziale “e nemmeno troppo intelligente”. La sua forza sta, oltre che nelle tre televisioni di pro-prietà, nel controllo più o meno forte, secondo le contingenze politiche, di quelle di Stato. E non è nemmeno sod-disfatto di questi privilegi, dono del suo vecchio amico Craxi. Come il lupo della favola, fa denunciare da suoi fede-li la presunta violazione della par condicio da parte della tv pubblica e l’Agcom (Garante delle comunicazioni) gli
dà pure ragione. Ma di quale par condicio stiamo parlando?
Ezio Pelino — eziopelino@gmail.com
SULLA MAFIA CHI HA CAPITO LA POSTA IN GIOCO?
F
orse non è stata anestesia totale, ma anche se si
tratta solo di sedazione, sicuramente non tutti so-no in condizione di sapere come stanno le cose.
Molti telegiornali danno le notizie in modo che solo chi
è già informato capisce di che cosa si stia parlando. Uno
degli esempi più evidenti lo abbiamo nel doppio vergo-gnoso tentativo consumato in questi giorni. Il primo ca-so è stato la pasticciata riforma, dopo vent’anni, della
legge sul voto di scambio tra politici e mafiosi approva-ta alla Camera con larga maggioranza e da lì rimbalzata
verso il Senato. Nessuno apparentemente s’era accorto
che il testo riformato peggiorava in realtà quello esi-stente. Se qualcuno lo sapeva, ha taciuto. Non ripeto le
ragioni giuridiche del peggioramento benissimo spie-gate su questo giornale (Roberto Saviano, Gianluigi Pel-legrino) e sul Corriere della Sera (Luigi Ferrarella). A que-sta prima vergogna s’è unita la proposta del partito ber-lusconiano (rivelata per Repubblica da Liana Milella) di
abolire il carcere che attualmente punisce il finanzia-mento illecito ai partiti. Mi scrive Marco Lombardi
(lombardimarco77@libero.it): “Alle mafie è difficile re-sistere in momenti di difficoltà finanziaria. Per famiglie,
imprese, banche, politici, associazioni, è fortissimo il ri-schio di rivolgersi alla malavita, o di cedere alle sue lu-singhe. Abbassare le difese in un tale momento signifi-ca favorire l’illegalità”. Se si arriva a litigare su norme co-sì evidentemente necessarie in un paese ad alto tasso di
corruzione, vuol dire veramente che le residue speran-ze di guarirlo sono minime. Sarebbe interessante sape-re quanti italiani sono stati messi davvero in condizione
di capire qual era la posta in gioco su temi di tale rilievo.
La rubrica sospende per alcune settimane. Riprenderà
martedì 3 settembr
ottor Augias, nella discussione sulla rana che finì bollita manca un elemento. La rana, fuor di metafora il po-polo, non ha dissentito adeguatamente perché anestetizzato dalle tv, e dai giornali, dell’uomo più ricco e
potente d’Italia. È noto, infatti, che una gran massa di elettori conosce la vita politica e si accultura attra-verso quelle trasmissioni che Berlusconi, talvolta sincero, ha dichiarato di aver concepito per un pubblico dall’età
mentale preadolescenziale “e nemmeno troppo intelligente”. La sua forza sta, oltre che nelle tre televisioni di pro-prietà, nel controllo più o meno forte, secondo le contingenze politiche, di quelle di Stato. E non è nemmeno sod-disfatto di questi privilegi, dono del suo vecchio amico Craxi. Come il lupo della favola, fa denunciare da suoi fede-li la presunta violazione della par condicio da parte della tv pubblica e l’Agcom (Garante delle comunicazioni) gli
dà pure ragione. Ma di quale par condicio stiamo parlando?
Ezio Pelino — eziopelino@gmail.com
SULLA MAFIA CHI HA CAPITO LA POSTA IN GIOCO?
F
orse non è stata anestesia totale, ma anche se si
tratta solo di sedazione, sicuramente non tutti so-no in condizione di sapere come stanno le cose.
Molti telegiornali danno le notizie in modo che solo chi
è già informato capisce di che cosa si stia parlando. Uno
degli esempi più evidenti lo abbiamo nel doppio vergo-gnoso tentativo consumato in questi giorni. Il primo ca-so è stato la pasticciata riforma, dopo vent’anni, della
legge sul voto di scambio tra politici e mafiosi approva-ta alla Camera con larga maggioranza e da lì rimbalzata
verso il Senato. Nessuno apparentemente s’era accorto
che il testo riformato peggiorava in realtà quello esi-stente. Se qualcuno lo sapeva, ha taciuto. Non ripeto le
ragioni giuridiche del peggioramento benissimo spie-gate su questo giornale (Roberto Saviano, Gianluigi Pel-legrino) e sul Corriere della Sera (Luigi Ferrarella). A que-sta prima vergogna s’è unita la proposta del partito ber-lusconiano (rivelata per Repubblica da Liana Milella) di
abolire il carcere che attualmente punisce il finanzia-mento illecito ai partiti. Mi scrive Marco Lombardi
(lombardimarco77@libero.it): “Alle mafie è difficile re-sistere in momenti di difficoltà finanziaria. Per famiglie,
imprese, banche, politici, associazioni, è fortissimo il ri-schio di rivolgersi alla malavita, o di cedere alle sue lu-singhe. Abbassare le difese in un tale momento signifi-ca favorire l’illegalità”. Se si arriva a litigare su norme co-sì evidentemente necessarie in un paese ad alto tasso di
corruzione, vuol dire veramente che le residue speran-ze di guarirlo sono minime. Sarebbe interessante sape-re quanti italiani sono stati messi davvero in condizione
di capire qual era la posta in gioco su temi di tale rilievo.
La rubrica sospende per alcune settimane. Riprenderà
martedì 3 settembr
domenica 20 ottobre 2013
LE RAGIONI DI DARWIN, AL DI LÀ DI OGNI DUBBIO
G
entile sig. Augias, dal dialogo tra papa Francesco e Scalfari si possono trarre molte osservazioni, la più
eclatante è ritenere l’evoluzione delle specie una cosa certa. Questa teoria non è in grado di offrire una
sola prova inoppugnabile, si parla di milioni di anni come fossero certezze mentre nessun laborato-rio al mondo può certificare un passaggio datato oltre i 30/35 mila anni. Neanche in laboratorio si può certi-ficare la minima evoluzione di due cellule. La prova della Creazione l’abbiamo sotto gli occhi ma come sem-pre accade non si è capaci di leggerla. La legge della natura rende ogni essere vivente unico, non esistono sul-la Terra due viventi uguali. Inoltre ogni essere vivente alla nascita è dotato di ogni organo idoneo a compiere
il ciclo della vita che varia a seconda delle specie, nascita, crescita, sviluppo, riproduzione e morte. Meglio mil-le volte credere in un Dio buono, generoso e onnipotente che nelle discutibili opinioni di chi vuole vendere
teorie prive di fondamento.
Alessandro Bisello— alessandrobisello@libero.it
LE RAGIONI DI DARWIN, AL DI LÀ DI OGNI DUBBIO
I
l signor Bisello è un convinto creazionista ed ha
ogni diritto di credere in ciò in cui crede. La realtà
scientifica però è diversa e la giustezza dell’ipote-si darwiniana sull’evoluzione delle varie specie vi-venti prevale largamente ovunque. Perfino la Chiesa
cattolica che ha a lungo respinto Darwin dato lo scon-quasso teologico portato dall’evoluzione, ha dovuto
cedere all’ipotesi del “disegno intelligente”, tentati-vo di compromesso per combinare le due ipotesi. Ho
comunque ritenuto di chiedere l’autorevole opinio-ne del prof. Telmo Pievani (autore de “La teoria del-l’evoluzione” – Il Mulino) che insegna Filosofia delle
Scienze Biologiche a Padova: «La parentela univer-sale dei viventi e l’evoluzione delle specie per sele-zione naturale e altri fattori sono dati di fatto acquisi-ti e accertati oltre ogni ragionevole dubbio. Basta en-trare in uno qualsiasi fra le migliaia di laboratori do-ve si fa biologia evoluzionistica al mondo (anche a Pa-dova, per il nostro lettore, dove l’area biologica è sta-ta valutata la migliore in Italia per ricerca) o in un Mu-seo di Storia Naturale. Vero che le idee espresse dal si-gnor Bisello sono ancora sostenute anche da alcuni
ingegneri e fisici, per fortuna sempre meno numero-si. D’altra parte, occupandomi di filosofia applicata
alle scienze biologiche so anche per esperienza che
rispondere ai convinti sostenitori del creazionismo
equivale ad un dialogo fra sordi. Temo che l’obietti-vo di queste esternazioni sia soprattutto acquisire un
po’ di visibilità. Si può al massimo consigliare qual-che buona lettura: se non proprio un manuale di bio-logia evoluzionistica, almeno qualche buon testo di-vulgativo come “Al di là di ogni ragionevole dubbio”
(Codice Edizioni, 2008) di Sean Carroll»
entile sig. Augias, dal dialogo tra papa Francesco e Scalfari si possono trarre molte osservazioni, la più
eclatante è ritenere l’evoluzione delle specie una cosa certa. Questa teoria non è in grado di offrire una
sola prova inoppugnabile, si parla di milioni di anni come fossero certezze mentre nessun laborato-rio al mondo può certificare un passaggio datato oltre i 30/35 mila anni. Neanche in laboratorio si può certi-ficare la minima evoluzione di due cellule. La prova della Creazione l’abbiamo sotto gli occhi ma come sem-pre accade non si è capaci di leggerla. La legge della natura rende ogni essere vivente unico, non esistono sul-la Terra due viventi uguali. Inoltre ogni essere vivente alla nascita è dotato di ogni organo idoneo a compiere
il ciclo della vita che varia a seconda delle specie, nascita, crescita, sviluppo, riproduzione e morte. Meglio mil-le volte credere in un Dio buono, generoso e onnipotente che nelle discutibili opinioni di chi vuole vendere
teorie prive di fondamento.
Alessandro Bisello— alessandrobisello@libero.it
LE RAGIONI DI DARWIN, AL DI LÀ DI OGNI DUBBIO
I
l signor Bisello è un convinto creazionista ed ha
ogni diritto di credere in ciò in cui crede. La realtà
scientifica però è diversa e la giustezza dell’ipote-si darwiniana sull’evoluzione delle varie specie vi-venti prevale largamente ovunque. Perfino la Chiesa
cattolica che ha a lungo respinto Darwin dato lo scon-quasso teologico portato dall’evoluzione, ha dovuto
cedere all’ipotesi del “disegno intelligente”, tentati-vo di compromesso per combinare le due ipotesi. Ho
comunque ritenuto di chiedere l’autorevole opinio-ne del prof. Telmo Pievani (autore de “La teoria del-l’evoluzione” – Il Mulino) che insegna Filosofia delle
Scienze Biologiche a Padova: «La parentela univer-sale dei viventi e l’evoluzione delle specie per sele-zione naturale e altri fattori sono dati di fatto acquisi-ti e accertati oltre ogni ragionevole dubbio. Basta en-trare in uno qualsiasi fra le migliaia di laboratori do-ve si fa biologia evoluzionistica al mondo (anche a Pa-dova, per il nostro lettore, dove l’area biologica è sta-ta valutata la migliore in Italia per ricerca) o in un Mu-seo di Storia Naturale. Vero che le idee espresse dal si-gnor Bisello sono ancora sostenute anche da alcuni
ingegneri e fisici, per fortuna sempre meno numero-si. D’altra parte, occupandomi di filosofia applicata
alle scienze biologiche so anche per esperienza che
rispondere ai convinti sostenitori del creazionismo
equivale ad un dialogo fra sordi. Temo che l’obietti-vo di queste esternazioni sia soprattutto acquisire un
po’ di visibilità. Si può al massimo consigliare qual-che buona lettura: se non proprio un manuale di bio-logia evoluzionistica, almeno qualche buon testo di-vulgativo come “Al di là di ogni ragionevole dubbio”
(Codice Edizioni, 2008) di Sean Carroll»
TROPPO CHIASSO INTORNO ALL’AMNISTIA
G
entile Dott. Augias, mi sto chiedendo perché il tema dell’amnistia e dell’indulto siano collegati al caso per-sonale di Berlusconi. A meno che non ci sia malafede da parte di qualcuno, le questioni sono diverse. Se
l’obiettivo di un provvedimento di clemenza è ridurre il numero dei reclusi, perché investire anche le po-sizioni di coloro che (come B), in carcere non ci andranno?
Stefano Corradi – Besozzo (Va)
Gentile Augias, vedo preoccupati Quagliariello e Schifani per la situazione carceraria, impegnati ad assecon-dare Napolitano per lo svuotamento delle carceri. Per poi affermare che se l’amnistia non riguardasse Silvio sa-rebbe una lex contra personam. Perché prendersela tanto? Infatti il carcere non si svuoterebbe nemmeno di un
centimetro perché Silvio non sarà incarcerato ma andrà ai servizi sociali.
Alberto Messersi– messalbe@yahoo.it
TROPPO CHIASSO INTORNO ALL’AMNISTIA
C
osì numerose altre lettere che colgono la stru-mentalità del chiasso sollevato intorno alla pro-posta del Presidente Napolitano. Il retroscena è
trasparente: fare chiasso sulla legge di stabilità, sul-l’amnistia, su un qualunque altro pretesto, nel tentati-vo di far cadere il governo sperando nelle urne. E che il
paese si danni, pazienza. E dire che il ministro Qua-gliariello aveva espresso un’opinione talmente pacifi-ca da sembrare ovvia: «Se le forze politiche e il Parla-mento decidono un provvedimento di amnistia è evi-dente che deve valere per tutti. Non è pensabile che
valga per tutti tranne che per uno perché la legge è
uguale per tutti». Chi mai potrebbe contraddirlo? Lui
stesso indica la giusta soluzione allo spinosissimo ca-so. Il ministro della Giustizia Cancellieri ha però preci-sato non smentita: «I reati finanziari non sono stati mai
presi in considerazione nei provvedimenti di amnistia
e indulto». Il discorso a rigor di logica dovrebbe finire
lì. Silvio Berlusconi è stato condannato in via definiti-va dalla Cassazione per frode fiscale (frode, non eva-sione) reato finanziario dei più gravi ad accentuato ca-rattere antisociale. Dunque sia applicato il principio
invocato dal ministro Quagliariello: la legge è uguale
per tutti e la legge ha sempre escluso questo tipo di de-litti da ogni provvedimento di clemenza. Pretesti ov-viamente, schermaglie, al di sotto delle quali c’è una
verità che Pier Ferdinando Casini ha riassunto in po-che parole: «Basta rimanere imprigionati su Berlusco-ni. Se serve al Paese si debbono prendere dei provve-dimenti, anche di clemenza sulle carceri. Lo si faccia e
ci si emancipi finalmente da Berlusconi». Questo il
succo della faccenda: dopo vent’anni basta, basta per
carit
entile Dott. Augias, mi sto chiedendo perché il tema dell’amnistia e dell’indulto siano collegati al caso per-sonale di Berlusconi. A meno che non ci sia malafede da parte di qualcuno, le questioni sono diverse. Se
l’obiettivo di un provvedimento di clemenza è ridurre il numero dei reclusi, perché investire anche le po-sizioni di coloro che (come B), in carcere non ci andranno?
Stefano Corradi – Besozzo (Va)
Gentile Augias, vedo preoccupati Quagliariello e Schifani per la situazione carceraria, impegnati ad assecon-dare Napolitano per lo svuotamento delle carceri. Per poi affermare che se l’amnistia non riguardasse Silvio sa-rebbe una lex contra personam. Perché prendersela tanto? Infatti il carcere non si svuoterebbe nemmeno di un
centimetro perché Silvio non sarà incarcerato ma andrà ai servizi sociali.
Alberto Messersi– messalbe@yahoo.it
TROPPO CHIASSO INTORNO ALL’AMNISTIA
C
osì numerose altre lettere che colgono la stru-mentalità del chiasso sollevato intorno alla pro-posta del Presidente Napolitano. Il retroscena è
trasparente: fare chiasso sulla legge di stabilità, sul-l’amnistia, su un qualunque altro pretesto, nel tentati-vo di far cadere il governo sperando nelle urne. E che il
paese si danni, pazienza. E dire che il ministro Qua-gliariello aveva espresso un’opinione talmente pacifi-ca da sembrare ovvia: «Se le forze politiche e il Parla-mento decidono un provvedimento di amnistia è evi-dente che deve valere per tutti. Non è pensabile che
valga per tutti tranne che per uno perché la legge è
uguale per tutti». Chi mai potrebbe contraddirlo? Lui
stesso indica la giusta soluzione allo spinosissimo ca-so. Il ministro della Giustizia Cancellieri ha però preci-sato non smentita: «I reati finanziari non sono stati mai
presi in considerazione nei provvedimenti di amnistia
e indulto». Il discorso a rigor di logica dovrebbe finire
lì. Silvio Berlusconi è stato condannato in via definiti-va dalla Cassazione per frode fiscale (frode, non eva-sione) reato finanziario dei più gravi ad accentuato ca-rattere antisociale. Dunque sia applicato il principio
invocato dal ministro Quagliariello: la legge è uguale
per tutti e la legge ha sempre escluso questo tipo di de-litti da ogni provvedimento di clemenza. Pretesti ov-viamente, schermaglie, al di sotto delle quali c’è una
verità che Pier Ferdinando Casini ha riassunto in po-che parole: «Basta rimanere imprigionati su Berlusco-ni. Se serve al Paese si debbono prendere dei provve-dimenti, anche di clemenza sulle carceri. Lo si faccia e
ci si emancipi finalmente da Berlusconi». Questo il
succo della faccenda: dopo vent’anni basta, basta per
carit
L PRIMATO DEL BENE COMUNE
C
aro Augias, papa Francesco nella lettera a Scalfari ha scritto tra l’altro che la misericordia di Dio non ha limiti
se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, chi non crede in Dio deve obbedire alla propria coscienza. Pa-role molto belle che però mi hanno suscitato un dubbio. Anche Priebke, compiendo i suoi atti criminali ha
pensato di obbedire alla sua coscienza di fedele soldato del Terzo Reich.
Lettera firmata — Novara
Caro Augias, quando il Papa parla di “coscienza”, allude alla coscienza morale, capacità di distinguere tra Bene e
Male agendo di conseguenza. Tradire la coscienza significa scegliere il male. Ma qui entra in gioco la volontà, la qua-le, per comune definizione, è la capacità di determinare azioni dirette a uno scopo. C’è poi il famoso libero arbitrio
che apre un campo dove volontà, ambiente, Dna, educazione variamente si mescolano nel destino di un individuo.
Si può ancora parlare di colpa?
Tiberio Di Filippo — tiberio.difilippo@gmail.com
IL PRIMATO DEL BENE COMUNE
I
l richiamo del Papa alla “coscienza” ha sollevato una
discussione tra i lettori di Repubblica di cui questi
due brevi estratti sono specchio. Qualche giorno fa lo
studioso olandese Ian Buruma ha sostenuto su queste
pagine che il primato accordato da Francesco alla co-scienza è intonato all’individualismo estremo dei nostri
anni. Vito Mancuso nel suo intervento di giovedì scorso
ha tentato di dimostrare che così non è. La prima do-manda che bisogna porsi parlando di etica, ha scritto, è
se esista il bene come qualcosa di universale indipen-dentemente dalle circostanze. Domanda successiva:
come si può riconoscere? Il richiamo di papa Francesco
alla “coscienza” va in quella direzione. Il bene comune a
tutti gli uomini esiste, tale bene è rappresentato da ciò
che favorisce la vita. Mancuso si è poi rifatto ad altri prin-cipi della teologia morale nonché al catechismo della
sua Chiesa che qui tralascio. Interessano invece tutti le
sue conclusioni poiché una coscienza così delineata è
molto lontana dall’individualismo richiamato da Buru-ma che soppesa circostanze e azioni a partire dalla pro-pria convenienza. Concludendo questa parte del ragio-namento Mancuso ha scritto che il primato della co-scienza è un concetto peculiare del cattolicesimo che
papa Francesco ha riproposto. Il concetto appartiene
anche, non in esclusiva, al cattolicesimo migliore. Tutti
i grandi movimenti del pensiero, dal migliore illumini-smo, al migliore socialismo, si sono sempre proposti il
bene comune o, se si vuole, l’interesse generale. Si tratta
di un’aspirazione – qualcuno dice di un’utopia – che ac-comuna tutti gli uomini di buona volontà quale che sia il
loro credo
aro Augias, papa Francesco nella lettera a Scalfari ha scritto tra l’altro che la misericordia di Dio non ha limiti
se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, chi non crede in Dio deve obbedire alla propria coscienza. Pa-role molto belle che però mi hanno suscitato un dubbio. Anche Priebke, compiendo i suoi atti criminali ha
pensato di obbedire alla sua coscienza di fedele soldato del Terzo Reich.
Lettera firmata — Novara
Caro Augias, quando il Papa parla di “coscienza”, allude alla coscienza morale, capacità di distinguere tra Bene e
Male agendo di conseguenza. Tradire la coscienza significa scegliere il male. Ma qui entra in gioco la volontà, la qua-le, per comune definizione, è la capacità di determinare azioni dirette a uno scopo. C’è poi il famoso libero arbitrio
che apre un campo dove volontà, ambiente, Dna, educazione variamente si mescolano nel destino di un individuo.
Si può ancora parlare di colpa?
Tiberio Di Filippo — tiberio.difilippo@gmail.com
IL PRIMATO DEL BENE COMUNE
I
l richiamo del Papa alla “coscienza” ha sollevato una
discussione tra i lettori di Repubblica di cui questi
due brevi estratti sono specchio. Qualche giorno fa lo
studioso olandese Ian Buruma ha sostenuto su queste
pagine che il primato accordato da Francesco alla co-scienza è intonato all’individualismo estremo dei nostri
anni. Vito Mancuso nel suo intervento di giovedì scorso
ha tentato di dimostrare che così non è. La prima do-manda che bisogna porsi parlando di etica, ha scritto, è
se esista il bene come qualcosa di universale indipen-dentemente dalle circostanze. Domanda successiva:
come si può riconoscere? Il richiamo di papa Francesco
alla “coscienza” va in quella direzione. Il bene comune a
tutti gli uomini esiste, tale bene è rappresentato da ciò
che favorisce la vita. Mancuso si è poi rifatto ad altri prin-cipi della teologia morale nonché al catechismo della
sua Chiesa che qui tralascio. Interessano invece tutti le
sue conclusioni poiché una coscienza così delineata è
molto lontana dall’individualismo richiamato da Buru-ma che soppesa circostanze e azioni a partire dalla pro-pria convenienza. Concludendo questa parte del ragio-namento Mancuso ha scritto che il primato della co-scienza è un concetto peculiare del cattolicesimo che
papa Francesco ha riproposto. Il concetto appartiene
anche, non in esclusiva, al cattolicesimo migliore. Tutti
i grandi movimenti del pensiero, dal migliore illumini-smo, al migliore socialismo, si sono sempre proposti il
bene comune o, se si vuole, l’interesse generale. Si tratta
di un’aspirazione – qualcuno dice di un’utopia – che ac-comuna tutti gli uomini di buona volontà quale che sia il
loro credo
lunedì 23 settembre 2013
SE LA RANA NON SALTA A SUFFICIENZA
C
aro Augias, ho letto la storia della rana che si lascia lentamente abituare alla temperatura sempre più eleva-ta dell’acqua fino a morirne. Bollita. È bella e suggestiva ma non si adatta alla realtà italiana che anzi ha avu-to nel corso degli ultimi anni forti momenti di protesta e mobilitazione. Esempi: 25 giugno 2010 contro la
riforma Sacconi, oltre un milione di persone; 30 ottobre 2008 contro riforma Gelmini, oltre un milione di persone;
17 aprile 2002 contro l'articolo 18, oltre tre milioni, e l'elenco è lungo. A differenza dei governi della prima repub-blica quando il solo annuncio di proteste massicce portava a una ricerca di dialogo, a partire dal 1994 ha prevalso
l'interesse di una sola persona unito a un completo disinteresse verso la possibile ricomposizione delle diverse
istanze. L'apatia che ne è conseguita è dovuta all'inutilità sostanziale delle proteste come mezzo di cambiamento.
Infatti hanno avuto effetti minimi sui programmi dei governi. Da qui l'indifferenza della, diciamo, ranocchia. A que-sto si associa la constatazione che il potere, dopo tutto, è potere. Invade. È la sua natura. Invade la nostra vita. Di-venta difficile difendersi.
Fabrizio Floris— fabrizio.floris@unito.it
SE LA RANA NON SALTA A SUFFICIENZA
L
a lettera del signor Floris condensa in poche righe
l’eterno problema politico che si affaccia da sem-pre nella storia. Il rapporto tra la volontà della
maggioranza, comunque manifestata, e la possibile effi-cacia del dissenso. È vero che in Italia abbiamo avuto ma-nifestazioni di dissenso anche imponenti, sicuramente
con qualche risultato positivo. Uno degli esempi più elo-quenti è quello dei quattro referendum (legittimo impe-dimento, uso pubblico dell’acqua, energia nucleare) che
nel 2011 hanno respinto a furor di popolo provvedimen-ti iniqui. Appena qualche anno prima, 2006, sempre per
referendum, era stata bocciata la sciagurata riforma del-la Costituzione redatta in una baita montana da quattro
buontemponi in pantaloncini. Gli esempi dunque sono
possibili, le reazioni ci sono state. Tuttavia nulla nella so-stanza è cambiato da vent’anni a questa parte, al punto
da poter parlare — in questo senso — di regime. Per re-stare nell’apologo attribuito a Chomsky, la rana insom-ma ha mosso un po’ le zampe, ma non è riuscita a salta-re fuori dalla pentola nella quale sta(va) lentamente bol-lendo. Gli italiani hanno reagito in numero sufficiente
quando sono stati interpellati su singoli provvedimenti,
non sono invece stati in condizione di reagire per con-trastare l’atmosfera generale del paese, la distorsione
profonda dei meccanismi democratici troppo spesso
piegati agli interessi di una sola persona. Le cause di que-sta sostanziale acquiescenza sono numerose e note agli
storici. Tra le tante ha però il suo posto una progressiva
assuefazione. La sindrome della rana, appunto
aro Augias, ho letto la storia della rana che si lascia lentamente abituare alla temperatura sempre più eleva-ta dell’acqua fino a morirne. Bollita. È bella e suggestiva ma non si adatta alla realtà italiana che anzi ha avu-to nel corso degli ultimi anni forti momenti di protesta e mobilitazione. Esempi: 25 giugno 2010 contro la
riforma Sacconi, oltre un milione di persone; 30 ottobre 2008 contro riforma Gelmini, oltre un milione di persone;
17 aprile 2002 contro l'articolo 18, oltre tre milioni, e l'elenco è lungo. A differenza dei governi della prima repub-blica quando il solo annuncio di proteste massicce portava a una ricerca di dialogo, a partire dal 1994 ha prevalso
l'interesse di una sola persona unito a un completo disinteresse verso la possibile ricomposizione delle diverse
istanze. L'apatia che ne è conseguita è dovuta all'inutilità sostanziale delle proteste come mezzo di cambiamento.
Infatti hanno avuto effetti minimi sui programmi dei governi. Da qui l'indifferenza della, diciamo, ranocchia. A que-sto si associa la constatazione che il potere, dopo tutto, è potere. Invade. È la sua natura. Invade la nostra vita. Di-venta difficile difendersi.
Fabrizio Floris— fabrizio.floris@unito.it
SE LA RANA NON SALTA A SUFFICIENZA
L
a lettera del signor Floris condensa in poche righe
l’eterno problema politico che si affaccia da sem-pre nella storia. Il rapporto tra la volontà della
maggioranza, comunque manifestata, e la possibile effi-cacia del dissenso. È vero che in Italia abbiamo avuto ma-nifestazioni di dissenso anche imponenti, sicuramente
con qualche risultato positivo. Uno degli esempi più elo-quenti è quello dei quattro referendum (legittimo impe-dimento, uso pubblico dell’acqua, energia nucleare) che
nel 2011 hanno respinto a furor di popolo provvedimen-ti iniqui. Appena qualche anno prima, 2006, sempre per
referendum, era stata bocciata la sciagurata riforma del-la Costituzione redatta in una baita montana da quattro
buontemponi in pantaloncini. Gli esempi dunque sono
possibili, le reazioni ci sono state. Tuttavia nulla nella so-stanza è cambiato da vent’anni a questa parte, al punto
da poter parlare — in questo senso — di regime. Per re-stare nell’apologo attribuito a Chomsky, la rana insom-ma ha mosso un po’ le zampe, ma non è riuscita a salta-re fuori dalla pentola nella quale sta(va) lentamente bol-lendo. Gli italiani hanno reagito in numero sufficiente
quando sono stati interpellati su singoli provvedimenti,
non sono invece stati in condizione di reagire per con-trastare l’atmosfera generale del paese, la distorsione
profonda dei meccanismi democratici troppo spesso
piegati agli interessi di una sola persona. Le cause di que-sta sostanziale acquiescenza sono numerose e note agli
storici. Tra le tante ha però il suo posto una progressiva
assuefazione. La sindrome della rana, appunto
VOTO SEGRETO, VOTO PALESE QUANDO È MEGLIO L’UNO O L’ALTRO
Le sarò grato se vorrà
spiegarmi perché esiste, in
alcuni casi, un regolamento
che prevede il voto segreto. A
mio avviso è contro ogni
logica per almeno due
motivi. Il primo: chi vota
potrebbe votare, per diverse
ragioni (non escluse quelle
molto personali), in modo
diverso da quello in linea
con il mandato ricevuto dai
propri elettori. So che l’eletto
non ha obbligo di fedeltà al
mandato, ma mi auguro che
questo sia applicabile solo
nei «casi di coscienza».
Vero, il voto palese potrebbe
mettere in difficoltà chi ha
una visione diversa da
quella del proprio partito ma
mi chiedo, è questa una
buona ragione? Il secondo:
con il voto segreto si
autorizza chi vota ad avere
una dicotomia tra il dire ed
il fare, si può pubblicamente
sostenere una tesi e poi
votare, in segreto, per la tesi
opposta. Assolutamente
illogico, il voto segreto
autorizza il malcostume
intellettuale e fa sì che coloro
che dovrebbero essere
esempi di moralità possano
comportarsi come poveri
ladri di galline.
Giorgio Mazzeri
giorgio@mazzeri.net
Caro Mazzeri,
I
l voto palese permette al-l’elettore di giudicare me-glio il suo parlamentare.
Ma non credo che l’esistenza
del mandato possa essere usa-to, in questa materia, come
fattore determinante. Nessun
candidato, nel momento in
cui chiede il suffragio, potrà
mai assumere impegni vinco-lanti. Quali che siano le sue
promesse, le circostanze lo
costringeranno molto spesso
a votare in condizioni alquan-to diverse da quelle che era-no prevedibili al momento
delle elezioni. Provo a fare un
esempio. Se nel corso della
campagna elettorale mi sono
impegnato a non votare per
una legge finanziaria che pre-veda l’aumento delle impo-ste, dovrò forse attenermi a
quella promessa se la situazio-ne economica e finanziaria,
nel frattempo avrà subito un
radicale cambiamento? Farò
mancare al governo il mio vo-to se il risanamento del defi-cit è la condizione indispensa-bile per rifinanziare il debito
sul mercato delle obbligazio-ni con tassi d’interesse non
troppo punitivi? Questo di-lemma non è puramente ipo-tetico. È esattamente quello
in cui si dibattono i deputati
socialisti all’Assemblea nazio-nale francese. Avevano an-nunciato una tregua fiscale,
soprattutto per i redditi delle
fasce sociali meno favorite, e
saranno costretti a votare un
progressivo aumento delle
imposte sino al 2015. È bene
che il voto sia palese, ma oc-corre che il mandato non sia
vincolante e che il giudizio
dell’elettore, nella prossima
scadenza elettorale, tenga
conto delle condizioni in cui
il suo parlamentare ha dovu-to esercitare le sue funzioni.
Non è tutto. Siamo tutti fa-vorevoli alla trasparenza del
voto palese, ma non bisogna
dimenticare che gli elettori,
con il loro voto, scelgono an-che un partito, e che i partiti,
per svolgere efficacemente la
loro funzione devono potere
contare sulla disciplina dei lo-ro deputati e senatori. Può ac-cadere quindi che il voto pale-se serva soprattutto ai partiti
per imporre la loro disciplina
ed evitare i «franchi tiratori».
In linea di massima la discipli-na è una virtù, ma possono
esservi circostanze in cui gli
ordini di scuderia impartiti
dai capi dei gruppi parlamen-tari (in Gran Bretagna si chia-mano whip, frusta) offendo-no la coscienza del parlamen-tare.
Nel 1988 i regolamenti del-le Camere furono modificati
per garantire che il voto fosse
generalmente palese, ma se-greto nei casi concernenti di-ritti di libertà, casi di coscien-za o singole persone. Fu un ra-gionevole compromesso che
può essere modificato sulla
base di altre considerazioni e
nuove esperienze. Ma non
sorprendiamoci per favore se
cambiamenti dettati da una
particolare circostanza come
la votazione sul caso Berlusco-ni, sembreranno a molti (lo
ha ricordato Michele Ainis
sul Corrieredel 17 settem-bre) un provvedimento ad
personam, anzi contra perso-nam
spiegarmi perché esiste, in
alcuni casi, un regolamento
che prevede il voto segreto. A
mio avviso è contro ogni
logica per almeno due
motivi. Il primo: chi vota
potrebbe votare, per diverse
ragioni (non escluse quelle
molto personali), in modo
diverso da quello in linea
con il mandato ricevuto dai
propri elettori. So che l’eletto
non ha obbligo di fedeltà al
mandato, ma mi auguro che
questo sia applicabile solo
nei «casi di coscienza».
Vero, il voto palese potrebbe
mettere in difficoltà chi ha
una visione diversa da
quella del proprio partito ma
mi chiedo, è questa una
buona ragione? Il secondo:
con il voto segreto si
autorizza chi vota ad avere
una dicotomia tra il dire ed
il fare, si può pubblicamente
sostenere una tesi e poi
votare, in segreto, per la tesi
opposta. Assolutamente
illogico, il voto segreto
autorizza il malcostume
intellettuale e fa sì che coloro
che dovrebbero essere
esempi di moralità possano
comportarsi come poveri
ladri di galline.
Giorgio Mazzeri
giorgio@mazzeri.net
Caro Mazzeri,
I
l voto palese permette al-l’elettore di giudicare me-glio il suo parlamentare.
Ma non credo che l’esistenza
del mandato possa essere usa-to, in questa materia, come
fattore determinante. Nessun
candidato, nel momento in
cui chiede il suffragio, potrà
mai assumere impegni vinco-lanti. Quali che siano le sue
promesse, le circostanze lo
costringeranno molto spesso
a votare in condizioni alquan-to diverse da quelle che era-no prevedibili al momento
delle elezioni. Provo a fare un
esempio. Se nel corso della
campagna elettorale mi sono
impegnato a non votare per
una legge finanziaria che pre-veda l’aumento delle impo-ste, dovrò forse attenermi a
quella promessa se la situazio-ne economica e finanziaria,
nel frattempo avrà subito un
radicale cambiamento? Farò
mancare al governo il mio vo-to se il risanamento del defi-cit è la condizione indispensa-bile per rifinanziare il debito
sul mercato delle obbligazio-ni con tassi d’interesse non
troppo punitivi? Questo di-lemma non è puramente ipo-tetico. È esattamente quello
in cui si dibattono i deputati
socialisti all’Assemblea nazio-nale francese. Avevano an-nunciato una tregua fiscale,
soprattutto per i redditi delle
fasce sociali meno favorite, e
saranno costretti a votare un
progressivo aumento delle
imposte sino al 2015. È bene
che il voto sia palese, ma oc-corre che il mandato non sia
vincolante e che il giudizio
dell’elettore, nella prossima
scadenza elettorale, tenga
conto delle condizioni in cui
il suo parlamentare ha dovu-to esercitare le sue funzioni.
Non è tutto. Siamo tutti fa-vorevoli alla trasparenza del
voto palese, ma non bisogna
dimenticare che gli elettori,
con il loro voto, scelgono an-che un partito, e che i partiti,
per svolgere efficacemente la
loro funzione devono potere
contare sulla disciplina dei lo-ro deputati e senatori. Può ac-cadere quindi che il voto pale-se serva soprattutto ai partiti
per imporre la loro disciplina
ed evitare i «franchi tiratori».
In linea di massima la discipli-na è una virtù, ma possono
esservi circostanze in cui gli
ordini di scuderia impartiti
dai capi dei gruppi parlamen-tari (in Gran Bretagna si chia-mano whip, frusta) offendo-no la coscienza del parlamen-tare.
Nel 1988 i regolamenti del-le Camere furono modificati
per garantire che il voto fosse
generalmente palese, ma se-greto nei casi concernenti di-ritti di libertà, casi di coscien-za o singole persone. Fu un ra-gionevole compromesso che
può essere modificato sulla
base di altre considerazioni e
nuove esperienze. Ma non
sorprendiamoci per favore se
cambiamenti dettati da una
particolare circostanza come
la votazione sul caso Berlusco-ni, sembreranno a molti (lo
ha ricordato Michele Ainis
sul Corrieredel 17 settem-bre) un provvedimento ad
personam, anzi contra perso-nam
L PRIMATO DELLA GEOGRAFIA
G
entile Augias, negli ultimi esami di maturità alcuni temi centravano argomenti di estrema attualità ed im-portanza come Brics e Stato, mercato e democrazia. Sono temi che in pratica non sono trattati da nessun pro-gramma, infatti solo una minima parte degli studenti, nonostante l’attualità degli argomenti, li ha svolti. Al-le superiori esiste solo l’indirizzo tecnico-commerciale, che li tratta, con l’insegnamento di geografia economica nel
triennio. Tale disciplina rimarrà solo fino al prossimo anno in quanto il cd “riordino Gelmini” (che ha sottratto 8 mi-liardi di euro alla scuola con la regia di Tremonti: «Con la cultura non si mangia») l’ha relegata al biennio dei “soli tec-nici commerciali”. A me pare un danno che un Paese che resta una delle prime dieci economie mondiali e ambisce
(confidiamo) a rimanervi, non valorizzi l’insegnamento della geografia (soprattutto economica) nelle superiori an-che perché nei licei, da dove esce la classe dirigente, praticamente non esiste.
Riccardo Canesi — Carrara
IL PRIMATO DELLA GEOGRAFIA
I
l signor Canesi ha ragione. Le tracce date alla matu-rità erano giuste in teoria ma scollegate dai program-mi. In un complesso mondo globalizzato dove tutto
ormai è diventato interdipendente e dove davvero il bat-tito d’ali d’una farfalla può provocare un uragano dalla
parte opposta del pianeta (il famoso Butterfly Effect) è
impensabile che a scuola non s’insegnino almeno i prin-cipi della geografia nei suoi aspetti politici, economici,
ambientali. Senza arrivare così lontano vorrei ricordare
che la geografia fisica ci interessa in modo particolare
proprio come italiani. La penisola che abitiamo, baciata
da un clima favorevole, è però geograficamente infelice.
È una striscia di terra molto lunga e molto stretta. Gior-gio Ruffolo per indicare alcuni svantaggi che la geografia
ci ha storicamente apportato aveva richiamato questo
difetto nel titolo di un suo saggio “Un paese troppo lun-go”. L’Italia non è solo lunga e stretta, è anche piena di
montagne il che ha sempre reso difficili le comunicazio-ni sia da nord a sud sia da est a ovest. Se si pensa alle gran-di pianure francesi in un territorio che ha tra l’altro il dop-pio della nostra superficie, si capiscono meglio tante di-versità tra popoli così vicini. Qui è il punto: la conforma-zione della penisola è uno dei fattori che aiuta a capire
tanti passaggi della nostra storia, compresa l’unificazio-ne nazionale arrivata così tardi. Certo influirono anche
altre cause ma, tra queste, la geografia occupa uno dei
primi posti. Fiumi, insenature, montagne, valichi la
quintessenza di una geografia che appare “neutrale” ha
invece avuto profonde ripercussioni storiche, economi-che, ambientali, in definitiva politiche. Molti studenti
escono dalle superiori ignorandolo
entile Augias, negli ultimi esami di maturità alcuni temi centravano argomenti di estrema attualità ed im-portanza come Brics e Stato, mercato e democrazia. Sono temi che in pratica non sono trattati da nessun pro-gramma, infatti solo una minima parte degli studenti, nonostante l’attualità degli argomenti, li ha svolti. Al-le superiori esiste solo l’indirizzo tecnico-commerciale, che li tratta, con l’insegnamento di geografia economica nel
triennio. Tale disciplina rimarrà solo fino al prossimo anno in quanto il cd “riordino Gelmini” (che ha sottratto 8 mi-liardi di euro alla scuola con la regia di Tremonti: «Con la cultura non si mangia») l’ha relegata al biennio dei “soli tec-nici commerciali”. A me pare un danno che un Paese che resta una delle prime dieci economie mondiali e ambisce
(confidiamo) a rimanervi, non valorizzi l’insegnamento della geografia (soprattutto economica) nelle superiori an-che perché nei licei, da dove esce la classe dirigente, praticamente non esiste.
Riccardo Canesi — Carrara
IL PRIMATO DELLA GEOGRAFIA
I
l signor Canesi ha ragione. Le tracce date alla matu-rità erano giuste in teoria ma scollegate dai program-mi. In un complesso mondo globalizzato dove tutto
ormai è diventato interdipendente e dove davvero il bat-tito d’ali d’una farfalla può provocare un uragano dalla
parte opposta del pianeta (il famoso Butterfly Effect) è
impensabile che a scuola non s’insegnino almeno i prin-cipi della geografia nei suoi aspetti politici, economici,
ambientali. Senza arrivare così lontano vorrei ricordare
che la geografia fisica ci interessa in modo particolare
proprio come italiani. La penisola che abitiamo, baciata
da un clima favorevole, è però geograficamente infelice.
È una striscia di terra molto lunga e molto stretta. Gior-gio Ruffolo per indicare alcuni svantaggi che la geografia
ci ha storicamente apportato aveva richiamato questo
difetto nel titolo di un suo saggio “Un paese troppo lun-go”. L’Italia non è solo lunga e stretta, è anche piena di
montagne il che ha sempre reso difficili le comunicazio-ni sia da nord a sud sia da est a ovest. Se si pensa alle gran-di pianure francesi in un territorio che ha tra l’altro il dop-pio della nostra superficie, si capiscono meglio tante di-versità tra popoli così vicini. Qui è il punto: la conforma-zione della penisola è uno dei fattori che aiuta a capire
tanti passaggi della nostra storia, compresa l’unificazio-ne nazionale arrivata così tardi. Certo influirono anche
altre cause ma, tra queste, la geografia occupa uno dei
primi posti. Fiumi, insenature, montagne, valichi la
quintessenza di una geografia che appare “neutrale” ha
invece avuto profonde ripercussioni storiche, economi-che, ambientali, in definitiva politiche. Molti studenti
escono dalle superiori ignorandolo
LA STRANA ALLEANZA CHE LITIGA SU TUTTO
C
aro Augias, guardare Silvio Berlusconi che applaude in Senato Enrico Letta quando annuncia la vit-toria dei “no” alla mozione di sfiducia al Ministro Alfano mi ha dato lo stesso fastidio di quando si os-serva un qualcosa di innaturale, posticcio. L’inciucio in nome della governabilità “tout court” ha par-torito nell’aula più nobile del Paese il solito mostro del “damose ‘na mano” italico, in nome di un compro-messo politico da ingoiare per il bene di una nazione che perde pezzi di economia e di prestigio ogni gior-no. Nessuno sa dove andrà a parare questo connubio tra avversari; fin dove si spingerà la tragicommedia di
schieramenti che si fingono “maggioranza” avendo perso la loro stessa sostanza politica. Fatto sta che la
condizione politica e istituzionale cui assistiamo si gioca su equilibrismi e pasticci che umiliano sempre più
le istituzioni dello Stato ed il popolo italiano.
Antonio Taraborrelli— Pescara
LA STRANA ALLEANZA CHE LITIGA SU TUTTO
S
ento e leggo un diffuso fastidio per l’alleanza di
governo che non si fatica a definire “innatura-le”. La sola giustificazione del coesistere al go-verno, è l’agenda urgente delle cose da fare con il de-bito ormai diventato una montagna pari al 130% del
Pil. Confesso che la coerenza politica, in un mo-mento come questo, sembra il dato meno interes-sante. Spaventa invece il fatto che l’agenda delle ur-genze sia ancora praticamente ferma. Ogni giorno si
garantisce, si assicura ma in pratica niente accade.
La credibilità di Letta all’estero, come s’è visto anche
nel recente viaggio in Europa, è legata alle cose che
riuscirà a fare nei tempi annunciati. Se non dovesse
riuscire non solo la sua credibilità ma quella di tutti
e del paese andrebbe definitivamente in pezzi col ri-schio di far avverare le irresponsabili (per ora) paro-le di Casaleggio. Dagli Stati Uniti al Kazakistan allo
stato indiano del Kerala, tutti giocano ormai con la
nostra indebolita credibilità, sarebbe necessaria
una maggiore stabilità politica, ha reclamato il go-vernatore Visco al G20 di Mosca, per renderci nuo-vamente credibili. Invece si litiga su tutto. Meno che
su un punto: i soldi dei partiti. Il paradosso è che la
resistenza dei tesorieri è assolutamente comprensi-bile. Con le dilatate, pletoriche, funzioni assunte, i
partiti politici hanno bisogno di essere finanziati
dallo Stato. L’errore è stato pretendere di comincia-re dai soldi mentre si sarebbe dovuto cominciare ri-ducendone l’invadenza, l’occupazione dello Stato,
degli enti pubblici, delle Asl, la cifra mostruosa di un
milione di italiani che vivono di politica. L’aveva già
detto a questo giornale Enrico Berlinguer: «I partiti
non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e
questa è l’origine dei malanni d’Italia». Sono passa-ti invano più di trent’anni. I risultati li vediamo
aro Augias, guardare Silvio Berlusconi che applaude in Senato Enrico Letta quando annuncia la vit-toria dei “no” alla mozione di sfiducia al Ministro Alfano mi ha dato lo stesso fastidio di quando si os-serva un qualcosa di innaturale, posticcio. L’inciucio in nome della governabilità “tout court” ha par-torito nell’aula più nobile del Paese il solito mostro del “damose ‘na mano” italico, in nome di un compro-messo politico da ingoiare per il bene di una nazione che perde pezzi di economia e di prestigio ogni gior-no. Nessuno sa dove andrà a parare questo connubio tra avversari; fin dove si spingerà la tragicommedia di
schieramenti che si fingono “maggioranza” avendo perso la loro stessa sostanza politica. Fatto sta che la
condizione politica e istituzionale cui assistiamo si gioca su equilibrismi e pasticci che umiliano sempre più
le istituzioni dello Stato ed il popolo italiano.
Antonio Taraborrelli— Pescara
LA STRANA ALLEANZA CHE LITIGA SU TUTTO
S
ento e leggo un diffuso fastidio per l’alleanza di
governo che non si fatica a definire “innatura-le”. La sola giustificazione del coesistere al go-verno, è l’agenda urgente delle cose da fare con il de-bito ormai diventato una montagna pari al 130% del
Pil. Confesso che la coerenza politica, in un mo-mento come questo, sembra il dato meno interes-sante. Spaventa invece il fatto che l’agenda delle ur-genze sia ancora praticamente ferma. Ogni giorno si
garantisce, si assicura ma in pratica niente accade.
La credibilità di Letta all’estero, come s’è visto anche
nel recente viaggio in Europa, è legata alle cose che
riuscirà a fare nei tempi annunciati. Se non dovesse
riuscire non solo la sua credibilità ma quella di tutti
e del paese andrebbe definitivamente in pezzi col ri-schio di far avverare le irresponsabili (per ora) paro-le di Casaleggio. Dagli Stati Uniti al Kazakistan allo
stato indiano del Kerala, tutti giocano ormai con la
nostra indebolita credibilità, sarebbe necessaria
una maggiore stabilità politica, ha reclamato il go-vernatore Visco al G20 di Mosca, per renderci nuo-vamente credibili. Invece si litiga su tutto. Meno che
su un punto: i soldi dei partiti. Il paradosso è che la
resistenza dei tesorieri è assolutamente comprensi-bile. Con le dilatate, pletoriche, funzioni assunte, i
partiti politici hanno bisogno di essere finanziati
dallo Stato. L’errore è stato pretendere di comincia-re dai soldi mentre si sarebbe dovuto cominciare ri-ducendone l’invadenza, l’occupazione dello Stato,
degli enti pubblici, delle Asl, la cifra mostruosa di un
milione di italiani che vivono di politica. L’aveva già
detto a questo giornale Enrico Berlinguer: «I partiti
non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e
questa è l’origine dei malanni d’Italia». Sono passa-ti invano più di trent’anni. I risultati li vediamo
CARCERE, IL DIRITTO DI STEFANO A UN’ALTRA VITA
E
gregio dottor Augias, da qualche anno sono volontaria alla biblioteca “Tommaso Campanella” nel car-cere di Padova. Una bella biblioteca che vive del nostro contributo, delle donazioni e della buona vo-lontà di un detenuto, Stefano, che, attivissimo e disponibile, cataloga, etichetta, attiva il prestito, siste-ma i volumi, li consegna ai piani, consiglia. I libri hanno salvato la sua vita: grazie ai libri ha scoperto curiosità
e talenti che non sapeva di avere, ha valorizzato energie e competenze. Stefano è, agli occhi di tutti, esempio
di “riabilitazione” riuscita, quella tanto incoraggiata nelle discussioni politiche e giornalistiche, quella di cui
qualsiasi operatore del settore andrebbe fiero. Che succede a Stefano? Ottiene riconoscimenti, attestazioni di
stima? Permessi per andare come bibliotecario nelle scuole, in linea con il concetto di pena riabilitativa e co-me da tempo programmato? No. Con motivazioni rese note a posteriori (un ricorso per sovraffollamento) Ste-fano è stato improvvisamente trasferito, da un giorno all’altro, perde così tutti i benefici, lascia la sua cella, la
biblioteca Tommaso Campanella, il lavoro che aveva imparato per essere trasferito a Cremona. La biblioteca
resta senza Stefano. Siamo amareggiati, preoccupati per Stefano e per la sua disperazione. Siamo soprattutto
impotenti. Scrivo a lei perché so che da questa “piccola storia” si può ricavare una grande storia: la conferma
che un’altra vita è possibile, che si può uscire dal tunnel e che lo si può fare con i libri e con la cura di essi.
Agnese Solero —agnesesolero@gmail.com
CARCERE, IL DIRITTO DI STEFANO A UN’ALTRA VITA
È
vero, la storia di Stefano illumina tutti gli aspet-ti che la signora Solero tratteggia nella sua lette-ra. Ma illumina purtroppo, nel suo rovescio, an-che una certa Italia di burocrati, negligente e distrat-ta, contro la quale non è facile difendersi. Intendia-moci bene, sappiamo tutti perfettamente che i com-portamenti della burocrazia sono a volte obbligati. Le
norme, le circolari, i regolamenti consentono margi-ni ridotti al comportamento dei singoli funzionari. Le
ragioni per cui questo accade sono evidenti, non c’è
bisogno di ripeterle. Per un altro aspetto il problema
delle carceri è immenso e non facilmente risolvibile,
a cominciare dal sovraffollamento di cui a quanto pa-re anche il detenuto Stefano è rimasto vittima. Biso-gnerebbe costruire nuove carceri, adeguare quelle
esistenti ai criteri di umanità riabilitativa che, nel pae-se di Cesare Beccaria, gli istituti di pena dovrebbero
avere. Servirebbero insomma molti soldi che come
sappiamo non ci sono. Intanto però si potrebbe co-minciare dalle piccole storie come quella di Stefano.
Il ministro della Giustizia è persona di comprovata ef-ficienza e umanità, sono certo che vorrà porre mano
al caso, e risolverlo nel modo migliore
gregio dottor Augias, da qualche anno sono volontaria alla biblioteca “Tommaso Campanella” nel car-cere di Padova. Una bella biblioteca che vive del nostro contributo, delle donazioni e della buona vo-lontà di un detenuto, Stefano, che, attivissimo e disponibile, cataloga, etichetta, attiva il prestito, siste-ma i volumi, li consegna ai piani, consiglia. I libri hanno salvato la sua vita: grazie ai libri ha scoperto curiosità
e talenti che non sapeva di avere, ha valorizzato energie e competenze. Stefano è, agli occhi di tutti, esempio
di “riabilitazione” riuscita, quella tanto incoraggiata nelle discussioni politiche e giornalistiche, quella di cui
qualsiasi operatore del settore andrebbe fiero. Che succede a Stefano? Ottiene riconoscimenti, attestazioni di
stima? Permessi per andare come bibliotecario nelle scuole, in linea con il concetto di pena riabilitativa e co-me da tempo programmato? No. Con motivazioni rese note a posteriori (un ricorso per sovraffollamento) Ste-fano è stato improvvisamente trasferito, da un giorno all’altro, perde così tutti i benefici, lascia la sua cella, la
biblioteca Tommaso Campanella, il lavoro che aveva imparato per essere trasferito a Cremona. La biblioteca
resta senza Stefano. Siamo amareggiati, preoccupati per Stefano e per la sua disperazione. Siamo soprattutto
impotenti. Scrivo a lei perché so che da questa “piccola storia” si può ricavare una grande storia: la conferma
che un’altra vita è possibile, che si può uscire dal tunnel e che lo si può fare con i libri e con la cura di essi.
Agnese Solero —agnesesolero@gmail.com
CARCERE, IL DIRITTO DI STEFANO A UN’ALTRA VITA
È
vero, la storia di Stefano illumina tutti gli aspet-ti che la signora Solero tratteggia nella sua lette-ra. Ma illumina purtroppo, nel suo rovescio, an-che una certa Italia di burocrati, negligente e distrat-ta, contro la quale non è facile difendersi. Intendia-moci bene, sappiamo tutti perfettamente che i com-portamenti della burocrazia sono a volte obbligati. Le
norme, le circolari, i regolamenti consentono margi-ni ridotti al comportamento dei singoli funzionari. Le
ragioni per cui questo accade sono evidenti, non c’è
bisogno di ripeterle. Per un altro aspetto il problema
delle carceri è immenso e non facilmente risolvibile,
a cominciare dal sovraffollamento di cui a quanto pa-re anche il detenuto Stefano è rimasto vittima. Biso-gnerebbe costruire nuove carceri, adeguare quelle
esistenti ai criteri di umanità riabilitativa che, nel pae-se di Cesare Beccaria, gli istituti di pena dovrebbero
avere. Servirebbero insomma molti soldi che come
sappiamo non ci sono. Intanto però si potrebbe co-minciare dalle piccole storie come quella di Stefano.
Il ministro della Giustizia è persona di comprovata ef-ficienza e umanità, sono certo che vorrà porre mano
al caso, e risolverlo nel modo migliore
mercoledì 18 settembre 2013
I PIROMANI DEL MIO LICEO LI CONOSCO BENE
C
aro Augias, i quattro responsabili dell’incendio al liceo Socrate li conosco bene: per due anni sono stata lo-ro insegnante. Ho cercato di capire e cerco ancora di farlo, nonostante la scena apocalittica dell’aula 22,
una delle aule in cui ho lavorato. «Ho rischiato di bruciare vivo», ha detto uno dei responsabili nell’inter-rogatorio. Inorridisco al pensiero: fortunatamente non è accaduto, ma non ce la faccio a dire “poverino”, alme-no la paura, quella sì, è bene che ci sia stata. Dicono di essere pentiti: lo credo. Il problema è capire di che cosa. Se
i quattro avessero bruciato solo qualche banco e un po’ di libri, facendola franca, si sarebbero pentiti ugualmen-te? Le autorità hanno promesso che il 2 settembre sarà tutto in ordine: ma dietro la cattedra dell’aula 22 c’era un
cartellone, fatto da altri miei studenti, sul quale, con una bilancia, era riportato il passo di Quintiliano in cui si par-la del rapporto equilibrato e sereno che deve esserci tra discenti e docenti. Era costato solo pochi euro di carton-cino, ma aveva un valore incalcolabile: il 2 settembre quel cartellone non ci sarà. Tuttavia non permetteremo che
quattro, tra le migliaia di allievi del Socrate, ne distruggano il contenuto. Nelle nostre teste quel cartellone sarà
ancora lì, come sempre.
Cristina Triolo — insegnante liceo Socrate
I PIROMANI DEL MIO LICEO LI CONOSCO BENE
Q
uattro giovanotti frustrati, alcuni di loro multi-ripetenti, figli di quella che si usa definire non
sempre a ragione buona borghesia, hanno dato
fuoco alla loro scuola causando 700 mila euro di danni.
Due maggiorenni e due minorenni, tra i loro genitori un
medico, un dirigente d’azienda, due impiegati. Leggo
che le autorità, dal ministero competente al Comune di
Roma, si sono mobilitate, hanno trovato i soldi neces-sari (speriamo che bastino) e garantito che il 2 settem-bre la scuola potrà riaprire regolarmente. Ho anche let-to che gli sventurati hanno pianto ammettendo il loro
crimine. Ho letto solo marginalmente e per scarni ac-cenni che le famiglie si sono dette disposte a risarcire
nei limiti del possibile parte dei danni. Sembrerebbe
francamente preferibile che le famiglie facessero tutti i
sacrifici necessari per risarcire la collettività per la stu-pidaggine dei loro rampolli. Mi piacerebbe leggere che
i quattro ragazzi non faranno nemmeno un giorno di
vacanza a Torvajanica, dove sembra che abbiamo ar-chitettato la loro bravata, perché saranno ogni mattina
impegnati sul cantiere ad aiutare muratori e pittori a ri-pristinare ciò che hanno distrutto. L’assessore regio-nale Smeriglio ha dichiarato che, senza sottovalutare le
gravi responsabilità, vorrebbe evitare la scorciatoia del
capro espiatorio. L’assessore Smeriglio sa che cosa si-gnifica “capro espiatorio”? Sa distinguere tra “capro
espiatorio” e responsabile di un crimine
aro Augias, i quattro responsabili dell’incendio al liceo Socrate li conosco bene: per due anni sono stata lo-ro insegnante. Ho cercato di capire e cerco ancora di farlo, nonostante la scena apocalittica dell’aula 22,
una delle aule in cui ho lavorato. «Ho rischiato di bruciare vivo», ha detto uno dei responsabili nell’inter-rogatorio. Inorridisco al pensiero: fortunatamente non è accaduto, ma non ce la faccio a dire “poverino”, alme-no la paura, quella sì, è bene che ci sia stata. Dicono di essere pentiti: lo credo. Il problema è capire di che cosa. Se
i quattro avessero bruciato solo qualche banco e un po’ di libri, facendola franca, si sarebbero pentiti ugualmen-te? Le autorità hanno promesso che il 2 settembre sarà tutto in ordine: ma dietro la cattedra dell’aula 22 c’era un
cartellone, fatto da altri miei studenti, sul quale, con una bilancia, era riportato il passo di Quintiliano in cui si par-la del rapporto equilibrato e sereno che deve esserci tra discenti e docenti. Era costato solo pochi euro di carton-cino, ma aveva un valore incalcolabile: il 2 settembre quel cartellone non ci sarà. Tuttavia non permetteremo che
quattro, tra le migliaia di allievi del Socrate, ne distruggano il contenuto. Nelle nostre teste quel cartellone sarà
ancora lì, come sempre.
Cristina Triolo — insegnante liceo Socrate
I PIROMANI DEL MIO LICEO LI CONOSCO BENE
Q
uattro giovanotti frustrati, alcuni di loro multi-ripetenti, figli di quella che si usa definire non
sempre a ragione buona borghesia, hanno dato
fuoco alla loro scuola causando 700 mila euro di danni.
Due maggiorenni e due minorenni, tra i loro genitori un
medico, un dirigente d’azienda, due impiegati. Leggo
che le autorità, dal ministero competente al Comune di
Roma, si sono mobilitate, hanno trovato i soldi neces-sari (speriamo che bastino) e garantito che il 2 settem-bre la scuola potrà riaprire regolarmente. Ho anche let-to che gli sventurati hanno pianto ammettendo il loro
crimine. Ho letto solo marginalmente e per scarni ac-cenni che le famiglie si sono dette disposte a risarcire
nei limiti del possibile parte dei danni. Sembrerebbe
francamente preferibile che le famiglie facessero tutti i
sacrifici necessari per risarcire la collettività per la stu-pidaggine dei loro rampolli. Mi piacerebbe leggere che
i quattro ragazzi non faranno nemmeno un giorno di
vacanza a Torvajanica, dove sembra che abbiamo ar-chitettato la loro bravata, perché saranno ogni mattina
impegnati sul cantiere ad aiutare muratori e pittori a ri-pristinare ciò che hanno distrutto. L’assessore regio-nale Smeriglio ha dichiarato che, senza sottovalutare le
gravi responsabilità, vorrebbe evitare la scorciatoia del
capro espiatorio. L’assessore Smeriglio sa che cosa si-gnifica “capro espiatorio”? Sa distinguere tra “capro
espiatorio” e responsabile di un crimine
NOI ASSUEFATTI A TUTTO COME LA RANA BOLLITA
C
aro Augias, questa storiella è attribuita a Noam Chomsky: una rana viene immessa in una pentola d’acqua.
Il fuoco è acceso, l’acqua diventa tiepida. La rana la trova gradevole e continua a nuotare. La temperatura
sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, però non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero molto calda. La rana la trova sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza per reagire.
Sopporta e non fa nulla. La temperatura sale ancora, fino a quando la rana finisce – semplicemente – morta bolli-ta. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa e sa-rebbe balzata fuori dal pentolone. Quando un cambiamento avviene in maniera lenta, sfugge alla coscienza e non
suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna rivolta. Da alcuni decenni stiamo subendo
una lenta deriva alla quale gradatamente ci siamo (ci hanno) abituato. Molte cose che ci avrebbero fatto orrore 30
o 40 anni fa, sono diventate banali, ci disturbano solo leggermente, lasciano molti indifferenti. Come la rana.
Antonio Sutera Sardo — a.suterasardo@gmail.com
NOI ASSUEFATTI A TUTTO COME LA RANA BOLLITA
L’
apologo, sia o no di Chomsky, è ingegnoso e
descrive comunque bene il processo di assue-fazione che rende tollerabili manifestazioni e
fenomeni anche molto gravi quando vengano progres-sivamente assorbiti. Se nel 1992, quando l’attuale deri-va è cominciata (forse era successo prima ma il ’92 resta
comunque indicativo), ci avessero detto che la politica
si sarebbe ridotta al perenne litigio che abbiamo sotto
gli occhi, che tutte le istituzioni, comprese le più alte, sa-rebbero state coinvolte nel fuoco delle polemiche, tira-te da tutte le parti, insultate o derise, che la corruzione
sarebbe arrivata a un livello da far impallidire Tangen-topoli, nessuno ci avrebbe creduto. Se si fosse dovuto
affrontare di colpo ciò che oggi è cronaca quotidiana,
molti avrebbero reagito. C’è una prova storica che con-ferma questa opinione. Nel luglio 1994, Berlusconi, è a
palazzo Chigi da tre mesi, si emana un decreto inteso a
salvare dal carcere i corruttori. È subito ribattezzato
“salvaladri”. La reazione dell’opinione pubblica, nono-stante sia in corso il Mundial sul quale probabilmente
si contava come fattore di distrazione, è tale che il prov-vedimento dev’essere ritirato. È stato uno dei rari erro-ri di comunicazione di un uomo per il resto abilissimo.
Infatti era l’equivalente della rana gettata nell’acqua
bollente. Da allora, fino al Lodo detto Alfano, si conte-ranno altri diciassette provvedimenti ritagliati su misu-ra, cioè “ad personam”. Ebbene, come quelle della ra-na, anche le reazioni di molti sono diventate sempre più
blande, fino a raggiungere in molti un’indifferenza sui-cid
aro Augias, questa storiella è attribuita a Noam Chomsky: una rana viene immessa in una pentola d’acqua.
Il fuoco è acceso, l’acqua diventa tiepida. La rana la trova gradevole e continua a nuotare. La temperatura
sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, però non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero molto calda. La rana la trova sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza per reagire.
Sopporta e non fa nulla. La temperatura sale ancora, fino a quando la rana finisce – semplicemente – morta bolli-ta. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa e sa-rebbe balzata fuori dal pentolone. Quando un cambiamento avviene in maniera lenta, sfugge alla coscienza e non
suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna rivolta. Da alcuni decenni stiamo subendo
una lenta deriva alla quale gradatamente ci siamo (ci hanno) abituato. Molte cose che ci avrebbero fatto orrore 30
o 40 anni fa, sono diventate banali, ci disturbano solo leggermente, lasciano molti indifferenti. Come la rana.
Antonio Sutera Sardo — a.suterasardo@gmail.com
NOI ASSUEFATTI A TUTTO COME LA RANA BOLLITA
L’
apologo, sia o no di Chomsky, è ingegnoso e
descrive comunque bene il processo di assue-fazione che rende tollerabili manifestazioni e
fenomeni anche molto gravi quando vengano progres-sivamente assorbiti. Se nel 1992, quando l’attuale deri-va è cominciata (forse era successo prima ma il ’92 resta
comunque indicativo), ci avessero detto che la politica
si sarebbe ridotta al perenne litigio che abbiamo sotto
gli occhi, che tutte le istituzioni, comprese le più alte, sa-rebbero state coinvolte nel fuoco delle polemiche, tira-te da tutte le parti, insultate o derise, che la corruzione
sarebbe arrivata a un livello da far impallidire Tangen-topoli, nessuno ci avrebbe creduto. Se si fosse dovuto
affrontare di colpo ciò che oggi è cronaca quotidiana,
molti avrebbero reagito. C’è una prova storica che con-ferma questa opinione. Nel luglio 1994, Berlusconi, è a
palazzo Chigi da tre mesi, si emana un decreto inteso a
salvare dal carcere i corruttori. È subito ribattezzato
“salvaladri”. La reazione dell’opinione pubblica, nono-stante sia in corso il Mundial sul quale probabilmente
si contava come fattore di distrazione, è tale che il prov-vedimento dev’essere ritirato. È stato uno dei rari erro-ri di comunicazione di un uomo per il resto abilissimo.
Infatti era l’equivalente della rana gettata nell’acqua
bollente. Da allora, fino al Lodo detto Alfano, si conte-ranno altri diciassette provvedimenti ritagliati su misu-ra, cioè “ad personam”. Ebbene, come quelle della ra-na, anche le reazioni di molti sono diventate sempre più
blande, fino a raggiungere in molti un’indifferenza sui-cid
mercoledì 4 settembre 2013
LE SFUMATURE SBIADITE DELL’EROTISMO
C
aro Augias, dilagano i romanzi erotici. In un articolo su “Donna Moderna” Flora Casalinuovo li de-finisce il tormentone dell’estate scrivendo che «il successo di “Cinquanta sfumature” ha fatto sco-prire un nuovo piacere alle donne... storie che fanno fremere... che si colorano di rosso fuoco... libri
hot». Giulia De Biase, editor della Sperling & Kupfer ha commentato: «La trilogia della James ha sdogana-to il genere hard, oggi nessuno si vergogna di mostrarsi con libri bollenti che, anzi, si sfoggiano con orgo-glio». Irene Cao, autrice di una trilogia pubblicata da Rizzoli, ha dichiarato: «Diciamo la verità: oggi di ses-so se ne parla tanto, se ne fa tanto però male... Un amico ha ammesso che, dopo avere finito la mia saga, ha
capito meglio i desideri della fidanzata...». Marco Rossi, sessuologo: «Leggere hot rafforza gli stimoli ero-tici che spesso languono nel subconscio». Non ci si chiede nulla sull’eventuale valore letterario. L’essen-ziale è che parlino di sesso, se in maniera raffinata o volgare e banale, non conta.
Renato Pierri — renatopierri@tiscali.it
LE SFUMATURE SBIADITE DELL’EROTISMO
I
n un racconto o romanzo dichiaratamente ero-tico la qualità letteraria è in genere l’ultima cosa
che si va a cercare. Non sarei severo come mi pa-re lo sia il signor Pierri. Un romanzo erotico può in-segnare delle cose, divertire, risvegliare desideri so-piti, la letteratura è un’altra cosa. Anche se sarebbe
importantissima perché, diciamo la verità, le fac-cende sessuali riferite o guardate nude crude con-sentono un limitato repertorio di varianti. I senti-menti che (eventualmente) le accompagnino han-no invece ben più di “cinquanta sfumature”. La
qualità della scrittura, l’ambientazione, il carattere
dei protagonisti insomma gli elementi che sono al-la base d’una buona narrazione sono tra l’altro ciò
che distingue erotismo da pornografia. Cito un ca-so classico di cui parla anche Kundera nel suo “La
Lentezza”. Il racconto erotico “Point de lende-main” di Dominique Vivant Denon (che è stato tra
l’altro il fondatore del Louvre). Questo gioiello ven-ne pubblicato a Parigi nel 1777. Centrava in pieno
lo spirito libertino dell’epoca, ebbe un tale succes-so da stimolare numerose edizioni e anche molte-plici imitazioni. Tra le altre una dal titolo “La nuit
merveilleuse ou le non-plus-ultra du plaisir’’. Tut-to ciò che nel racconto originale era intravisto, la-sciato ad allusioni velate quando non alla fantasia,
nella versione hard veniva brutalmente spiattella-to sotto gli occhi del lettore. Una differenza analo-ga la troviamo del resto nei thriller. Dan Brown è un
costruttore di suspense e basta. John Le Carré con il
suo “La spia che venne dal freddo” costruiva un th-riller che era anche letteratura. Insomma, ogni co-sa ha il suo posto, importante è saper distinguere
aro Augias, dilagano i romanzi erotici. In un articolo su “Donna Moderna” Flora Casalinuovo li de-finisce il tormentone dell’estate scrivendo che «il successo di “Cinquanta sfumature” ha fatto sco-prire un nuovo piacere alle donne... storie che fanno fremere... che si colorano di rosso fuoco... libri
hot». Giulia De Biase, editor della Sperling & Kupfer ha commentato: «La trilogia della James ha sdogana-to il genere hard, oggi nessuno si vergogna di mostrarsi con libri bollenti che, anzi, si sfoggiano con orgo-glio». Irene Cao, autrice di una trilogia pubblicata da Rizzoli, ha dichiarato: «Diciamo la verità: oggi di ses-so se ne parla tanto, se ne fa tanto però male... Un amico ha ammesso che, dopo avere finito la mia saga, ha
capito meglio i desideri della fidanzata...». Marco Rossi, sessuologo: «Leggere hot rafforza gli stimoli ero-tici che spesso languono nel subconscio». Non ci si chiede nulla sull’eventuale valore letterario. L’essen-ziale è che parlino di sesso, se in maniera raffinata o volgare e banale, non conta.
Renato Pierri — renatopierri@tiscali.it
LE SFUMATURE SBIADITE DELL’EROTISMO
I
n un racconto o romanzo dichiaratamente ero-tico la qualità letteraria è in genere l’ultima cosa
che si va a cercare. Non sarei severo come mi pa-re lo sia il signor Pierri. Un romanzo erotico può in-segnare delle cose, divertire, risvegliare desideri so-piti, la letteratura è un’altra cosa. Anche se sarebbe
importantissima perché, diciamo la verità, le fac-cende sessuali riferite o guardate nude crude con-sentono un limitato repertorio di varianti. I senti-menti che (eventualmente) le accompagnino han-no invece ben più di “cinquanta sfumature”. La
qualità della scrittura, l’ambientazione, il carattere
dei protagonisti insomma gli elementi che sono al-la base d’una buona narrazione sono tra l’altro ciò
che distingue erotismo da pornografia. Cito un ca-so classico di cui parla anche Kundera nel suo “La
Lentezza”. Il racconto erotico “Point de lende-main” di Dominique Vivant Denon (che è stato tra
l’altro il fondatore del Louvre). Questo gioiello ven-ne pubblicato a Parigi nel 1777. Centrava in pieno
lo spirito libertino dell’epoca, ebbe un tale succes-so da stimolare numerose edizioni e anche molte-plici imitazioni. Tra le altre una dal titolo “La nuit
merveilleuse ou le non-plus-ultra du plaisir’’. Tut-to ciò che nel racconto originale era intravisto, la-sciato ad allusioni velate quando non alla fantasia,
nella versione hard veniva brutalmente spiattella-to sotto gli occhi del lettore. Una differenza analo-ga la troviamo del resto nei thriller. Dan Brown è un
costruttore di suspense e basta. John Le Carré con il
suo “La spia che venne dal freddo” costruiva un th-riller che era anche letteratura. Insomma, ogni co-sa ha il suo posto, importante è saper distinguere
lunedì 2 settembre 2013
UNA GIORNATA BESTIALE
G
entile dottor Augias, un giorno come un altro leggo: un esponente leghista dà dell’orango al ministro
Kyenge; un medico di base del varesotto espone busti di Hitler, fa propaganda antisemita, nega l’olo-causto; il responsabile di una Onlus si appropria e utilizza fondi destinati a bambini bisognosi; i disabi-li in una cosidetta casa di riposo vengono segregati e trattati come bestie; un orso tra i pochissimi rimasti nel par-co abruzzese è ucciso a fucilate. Tutto in un solo giorno. Quando lei legge tutto questo non le viene la sensazio-ne che il paese sia in caduta libera e si allontani sempre di più la speranza di una risalita? Quando a metà dell’800
si sono unificati i vari stati presenti nella penisola con il progetto di crearne uno nuovo e più moderno, si auspi-cava che fosse migliore di quelli esistenti. A un secolo e mezzo di distanza ci si deve chiedere amaramente se non
si sia trattato d’una speranza disillusa e di un progetto in gran parte fallito.
Fernando Esposito — fernesp1@gmail.com
UNA GIORNATA BESTIALE
L’
elenco fatto dal signor Esposito potrebbe al-lungarsi fino a comprendere i pezzi pregiati
delle nostre industrie e dell’alto artigianato
italiano (tra i primi nel mondo) ceduti, svenduti, a
qualche ditta straniera. Marchi resi famosi da una bor-ghesia industriosa, tramandati per generazioni, che
ora finiscono nel portafoglio di una qualche società
per azioni europea. Le domande del signor Esposito
sono molto impegnative, sarebbe difficile rispondere
per uno storico figurarsi per un cronista. C’è un saggio
illuminante sul tema che può aiutare: Il paese manca-to di Guido Crainz (Feltrinelli). Da cronista mi limito
ad alcune osservazioni suggerite dall’attualità. La cri-si economica sembra solo un aspetto di una crisi così
profonda da investire la nostra stessa identità. Una
classe politica di così basso livello non si spiega altri-menti, sono i politici che ci meritiamo e che, nella loro
mediocrità, ci rispecchiano. Non sarà possibile alcu-na riforma della politica, e dei suoi costi esorbitanti, fi-no a quando non verrà ridimensionato il ruolo dei par-titi che hanno invaso lo Stato e la società. Parlare dei
soldi dati alla politica senza tener conto che un milio-ne (circa) di persone vivono di politica è perfettamen-te inutile, le resistenze di tutti i partiti infatti lo dimo-strano. Il declino industriale, politico, morale, cultu-rale sono diverse facce di uno stesso fenomeno: una
perdita generalizzata di fiducia in noi stessi, dunque di
status anche internazionale. Si potrebbe uscire dalla
spirale? Qualcuno ha suggerito una guerra e una ri-partenza come nel 1945. Sarebbe un prezzo eccessivo.
Esiste una prospettiva più realistica. Rassegnarsi al
fatto che ciò che stiamo vivendo è il ruolo, lo status, che
al momento ci spetta nel contesto delle nazioni
entile dottor Augias, un giorno come un altro leggo: un esponente leghista dà dell’orango al ministro
Kyenge; un medico di base del varesotto espone busti di Hitler, fa propaganda antisemita, nega l’olo-causto; il responsabile di una Onlus si appropria e utilizza fondi destinati a bambini bisognosi; i disabi-li in una cosidetta casa di riposo vengono segregati e trattati come bestie; un orso tra i pochissimi rimasti nel par-co abruzzese è ucciso a fucilate. Tutto in un solo giorno. Quando lei legge tutto questo non le viene la sensazio-ne che il paese sia in caduta libera e si allontani sempre di più la speranza di una risalita? Quando a metà dell’800
si sono unificati i vari stati presenti nella penisola con il progetto di crearne uno nuovo e più moderno, si auspi-cava che fosse migliore di quelli esistenti. A un secolo e mezzo di distanza ci si deve chiedere amaramente se non
si sia trattato d’una speranza disillusa e di un progetto in gran parte fallito.
Fernando Esposito — fernesp1@gmail.com
UNA GIORNATA BESTIALE
L’
elenco fatto dal signor Esposito potrebbe al-lungarsi fino a comprendere i pezzi pregiati
delle nostre industrie e dell’alto artigianato
italiano (tra i primi nel mondo) ceduti, svenduti, a
qualche ditta straniera. Marchi resi famosi da una bor-ghesia industriosa, tramandati per generazioni, che
ora finiscono nel portafoglio di una qualche società
per azioni europea. Le domande del signor Esposito
sono molto impegnative, sarebbe difficile rispondere
per uno storico figurarsi per un cronista. C’è un saggio
illuminante sul tema che può aiutare: Il paese manca-to di Guido Crainz (Feltrinelli). Da cronista mi limito
ad alcune osservazioni suggerite dall’attualità. La cri-si economica sembra solo un aspetto di una crisi così
profonda da investire la nostra stessa identità. Una
classe politica di così basso livello non si spiega altri-menti, sono i politici che ci meritiamo e che, nella loro
mediocrità, ci rispecchiano. Non sarà possibile alcu-na riforma della politica, e dei suoi costi esorbitanti, fi-no a quando non verrà ridimensionato il ruolo dei par-titi che hanno invaso lo Stato e la società. Parlare dei
soldi dati alla politica senza tener conto che un milio-ne (circa) di persone vivono di politica è perfettamen-te inutile, le resistenze di tutti i partiti infatti lo dimo-strano. Il declino industriale, politico, morale, cultu-rale sono diverse facce di uno stesso fenomeno: una
perdita generalizzata di fiducia in noi stessi, dunque di
status anche internazionale. Si potrebbe uscire dalla
spirale? Qualcuno ha suggerito una guerra e una ri-partenza come nel 1945. Sarebbe un prezzo eccessivo.
Esiste una prospettiva più realistica. Rassegnarsi al
fatto che ciò che stiamo vivendo è il ruolo, lo status, che
al momento ci spetta nel contesto delle nazioni
CALDEROLI, IL DIETROFRONT DELLA CIVILTÀ
G
entile Corrado Augias, l’episodio Calderoli – Kyenge solleva un delicato quesito: il consenso elettorale
è un criterio valido per definire i valori che regolano la convivenza civile? In altre parole, la democrazia
è principalmente un censimento? Le apparenti intemperanze di uomini politici non sono soltanto l’e-spressione del livello culturale e morale della singola persona: accade che questa conservi un esteso consenso
elettorale anche dopo l’esibizione di tali intemperanze. Se un uomo politico si dimostra razzista e i suoi elet-tori lo confermano col voto, il razzismo diventa un valore. Detto altrimenti diventa un metodo, empirico ma
valido, per censire i razzisti presenti in Italia. Se un uomo politico invita a frodare il fisco, e i suoi elettori lo con-fermano a milioni, questo invito diventa un valore per la democrazia o è un censimento sul numero di ladri
presenti nel Paese? Spesso questo dilemma non viene posto o è risolto in modo ambiguo.
Franco Ajmar - Genova
CALDEROLI, IL DIETROFRONT DELLA CIVILTÀ
N
el caso Calderoli si mescolano elementi per-sonali e altri sociali che giustamente il signor
Ajmar richiama. Con ogni evidenza Calderoli
non ha ricevuto una sufficiente “educazione”. Uso la
parola in una doppia accezione. Educazione come
“buona educazione”, cioè modi garbati e civili, saper
maneggiare propriamente forchetta e coltello a tavo-la, non biascicare, «Posso avere lo zucchero?», «Prego
prima lei», «Disturba se fumo?», insomma quelle for-mule spicce di comportamento che smussano gli spi-goli della convivenza. Gli anglosassoni usano però
education nel senso di informazione, cultura, forma-zione. Circostanze familiari o d’ambiente hanno im-pedito a Calderoli di raggiungere un accettabile livel-lo sia nel primo senso sia nel secondo. Mi fa notare per
esempio il signor Giovanni Moschini: “Il ‘medico’
Calderoli almeno non ci renda ignoranti sull'evolu-zione conosciuta degli Ominidi: l'orango non vive in
Africa, terra natale del ‘medico’ Kyenge, ma in Borneo
e Sumatra. Ciò che tuttavia preoccupa di più è che,
nell’evoluzione delle specie, l'ambiente in cui esse
crescono influisce molto sui singoli individui (cfr.
Darwin). Negli ultimi anni in Italia si sono manifesta-te modifiche ‘ambientali’ di linguaggio e comporta-mento in tale contrasto con quanto credevamo paci-ficamente accettato e condiviso; alla fine potremmo
giungere, non dico a mutazioni genetiche, ma ad una
regressione di civiltà sì”. Le osservazioni congiunte
dei due lettori consentono di ipotizzare che in un am-biente antropologico meno guasto un individuo co-me Calderoli si sarebbe vergognato delle sue insuffi-cienze, le avrebbe nascoste. Nell’ambiente cultural-mente devastato in cui ci troviamo a vivere questo ri-tegno è scomparso. Possiamo utilizzare Calderoli co-me un termometro per misurare l’entità del guasto
entile Corrado Augias, l’episodio Calderoli – Kyenge solleva un delicato quesito: il consenso elettorale
è un criterio valido per definire i valori che regolano la convivenza civile? In altre parole, la democrazia
è principalmente un censimento? Le apparenti intemperanze di uomini politici non sono soltanto l’e-spressione del livello culturale e morale della singola persona: accade che questa conservi un esteso consenso
elettorale anche dopo l’esibizione di tali intemperanze. Se un uomo politico si dimostra razzista e i suoi elet-tori lo confermano col voto, il razzismo diventa un valore. Detto altrimenti diventa un metodo, empirico ma
valido, per censire i razzisti presenti in Italia. Se un uomo politico invita a frodare il fisco, e i suoi elettori lo con-fermano a milioni, questo invito diventa un valore per la democrazia o è un censimento sul numero di ladri
presenti nel Paese? Spesso questo dilemma non viene posto o è risolto in modo ambiguo.
Franco Ajmar - Genova
CALDEROLI, IL DIETROFRONT DELLA CIVILTÀ
N
el caso Calderoli si mescolano elementi per-sonali e altri sociali che giustamente il signor
Ajmar richiama. Con ogni evidenza Calderoli
non ha ricevuto una sufficiente “educazione”. Uso la
parola in una doppia accezione. Educazione come
“buona educazione”, cioè modi garbati e civili, saper
maneggiare propriamente forchetta e coltello a tavo-la, non biascicare, «Posso avere lo zucchero?», «Prego
prima lei», «Disturba se fumo?», insomma quelle for-mule spicce di comportamento che smussano gli spi-goli della convivenza. Gli anglosassoni usano però
education nel senso di informazione, cultura, forma-zione. Circostanze familiari o d’ambiente hanno im-pedito a Calderoli di raggiungere un accettabile livel-lo sia nel primo senso sia nel secondo. Mi fa notare per
esempio il signor Giovanni Moschini: “Il ‘medico’
Calderoli almeno non ci renda ignoranti sull'evolu-zione conosciuta degli Ominidi: l'orango non vive in
Africa, terra natale del ‘medico’ Kyenge, ma in Borneo
e Sumatra. Ciò che tuttavia preoccupa di più è che,
nell’evoluzione delle specie, l'ambiente in cui esse
crescono influisce molto sui singoli individui (cfr.
Darwin). Negli ultimi anni in Italia si sono manifesta-te modifiche ‘ambientali’ di linguaggio e comporta-mento in tale contrasto con quanto credevamo paci-ficamente accettato e condiviso; alla fine potremmo
giungere, non dico a mutazioni genetiche, ma ad una
regressione di civiltà sì”. Le osservazioni congiunte
dei due lettori consentono di ipotizzare che in un am-biente antropologico meno guasto un individuo co-me Calderoli si sarebbe vergognato delle sue insuffi-cienze, le avrebbe nascoste. Nell’ambiente cultural-mente devastato in cui ci troviamo a vivere questo ri-tegno è scomparso. Possiamo utilizzare Calderoli co-me un termometro per misurare l’entità del guasto
mercoledì 28 agosto 2013
IL PAPA “PONTIERE” TRA CRISTIANI E EBREI
G
entile Augias, la Chiesa di Roma è in procinto di dichiarare santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il
papa polacco a me pare una figura controversa anche se molto amata tra i fedeli come dimostra il fa-moso cartello “Santo subito” innalzato durante i funerali. Mi hanno invece profondamente commos-so la bontà e l’umanità di papa Roncalli, Giovanni XXIII. Il giorno dopo la sua morte, partecipai alle esequie
in piazza san Pietro. Alcune persone di mia conoscenza non lo apprezzavano perché aveva sdoganato i co-munisti come dicevano. Mi hanno anche detto che alcuni esponenti vaticani e una certa corrente pubblici-stica di stampo antisemita lo ritengono responsabile dell'intrusione degli ebrei negli affari ecclesiastici, cosa
che i suoi predecessori avevano impedito. Ammesso che queste idee abbiano dignità per essere discusse do-ve potrebbero trovare un loro fondamento, o pretesto?
Porfirio Russo — porfirio.russo@live.it
IL PAPA “PONTIERE” TRA CRISTIANI E EBREI
I
l pretesto di cui parla il signor Russo, del resto mol-to noto e ormai affidato alla storia, potrebbe esse-re la dichiarazione conciliare Nostra Aetate pro-mulgata nel 1965 quando papa Roncalli era già mor-to ma che ha un suo significativo precedente in un
commovente incontro avvenuto qualche anno pri-ma. Il 13 giugno 1960 Angelo Roncalli, che era stato
eletto papa col nome di Giovanni XXIII solo un anno
e mezzo prima, ricevette in udienza lo storico Jules
Isaac, estensore, insieme ad altri intellettuali, dei fa-mosi “10 punti di Seelisberg” con i quali, dopo la tra-gedia della Shoah, si cercava di riannodare il dialogo
fra cristiani ed ebrei. I precedenti erano scoraggian-ti. Un incontro fra Isaac e Pio XII avvenuto il 16 otto-bre 1949 era andato molto male. Quando lo storico
aveva offerto al pontefice il documento, papa Pacel-li aveva detto gelidamente: «Lo appoggi pure su quel
tavolo». Giovanni XXIII non solo accolse il documen-to, ma quando Isaac, la cui famiglia era stata stermi-nata ad Auschwitz, gli chiese se poteva nutrire qual-che speranza, rispose testualmente: «Vous avez droit
à plus que de l’espoir », lei ha diritto a più di una spe-ranza. Papa Roncalli morì il 3 giugno 1963, Jules Isaac
tre mesi dopo. La Dichiarazione conciliare Nostra Ae-tate , promulgata nel 1965, al punto 4 diceva: “Scru-tando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricor-da il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento
è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo... Per
questo non può dimenticare che ha ricevuto la rive-lazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel
popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia,
si è degnato di stringere l’Antica Alleanza...”. Era un
nuovo inizio che proprio papa Wojtyla avrebbe defi-nitivamente consacrato durante la visita in sinagoga
quando benedisse gli ebrei “Nostri fratelli maggiori
entile Augias, la Chiesa di Roma è in procinto di dichiarare santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il
papa polacco a me pare una figura controversa anche se molto amata tra i fedeli come dimostra il fa-moso cartello “Santo subito” innalzato durante i funerali. Mi hanno invece profondamente commos-so la bontà e l’umanità di papa Roncalli, Giovanni XXIII. Il giorno dopo la sua morte, partecipai alle esequie
in piazza san Pietro. Alcune persone di mia conoscenza non lo apprezzavano perché aveva sdoganato i co-munisti come dicevano. Mi hanno anche detto che alcuni esponenti vaticani e una certa corrente pubblici-stica di stampo antisemita lo ritengono responsabile dell'intrusione degli ebrei negli affari ecclesiastici, cosa
che i suoi predecessori avevano impedito. Ammesso che queste idee abbiano dignità per essere discusse do-ve potrebbero trovare un loro fondamento, o pretesto?
Porfirio Russo — porfirio.russo@live.it
IL PAPA “PONTIERE” TRA CRISTIANI E EBREI
I
l pretesto di cui parla il signor Russo, del resto mol-to noto e ormai affidato alla storia, potrebbe esse-re la dichiarazione conciliare Nostra Aetate pro-mulgata nel 1965 quando papa Roncalli era già mor-to ma che ha un suo significativo precedente in un
commovente incontro avvenuto qualche anno pri-ma. Il 13 giugno 1960 Angelo Roncalli, che era stato
eletto papa col nome di Giovanni XXIII solo un anno
e mezzo prima, ricevette in udienza lo storico Jules
Isaac, estensore, insieme ad altri intellettuali, dei fa-mosi “10 punti di Seelisberg” con i quali, dopo la tra-gedia della Shoah, si cercava di riannodare il dialogo
fra cristiani ed ebrei. I precedenti erano scoraggian-ti. Un incontro fra Isaac e Pio XII avvenuto il 16 otto-bre 1949 era andato molto male. Quando lo storico
aveva offerto al pontefice il documento, papa Pacel-li aveva detto gelidamente: «Lo appoggi pure su quel
tavolo». Giovanni XXIII non solo accolse il documen-to, ma quando Isaac, la cui famiglia era stata stermi-nata ad Auschwitz, gli chiese se poteva nutrire qual-che speranza, rispose testualmente: «Vous avez droit
à plus que de l’espoir », lei ha diritto a più di una spe-ranza. Papa Roncalli morì il 3 giugno 1963, Jules Isaac
tre mesi dopo. La Dichiarazione conciliare Nostra Ae-tate , promulgata nel 1965, al punto 4 diceva: “Scru-tando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricor-da il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento
è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo... Per
questo non può dimenticare che ha ricevuto la rive-lazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel
popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia,
si è degnato di stringere l’Antica Alleanza...”. Era un
nuovo inizio che proprio papa Wojtyla avrebbe defi-nitivamente consacrato durante la visita in sinagoga
quando benedisse gli ebrei “Nostri fratelli maggiori
venerdì 16 agosto 2013
IL CASO SNOWDEN COME L’ANTIGONE DI SOFOCLE
C
aro Augias, se gli sviluppi del caso Edward Snowden sono una cartina di tornasole per verificare parole co-me verità, dovere, moralità, privacy, libertà, credo che il risultato sia tragico. Questo coraggioso ha de-nunciato un fatto di tale magnitudine che fa diventare ingenue e primitive le microspie della Nkvd. Siamo
di fronte a un tale attentato alla nostra privacy, libertà di opinione, di associazione che neppure Orwell l’avreb-be concepita. Questo scandalo è stato gestito così bene dai controllori che la notizia è stata presentata come se
si trattasse dell'ennesimo scandaluccio finanziario o di un ministro che scappa con un’attricetta. A me sembra
tragico che politici, sindacalisti, organizzazioni di cittadini e opinion makers siano rimasti in un tale silenzio e
che la maggioranza dei governi, fedeli solo al Grande Fratello Americano, non abbiano spezzato alcuna lancia
per questo eroe. Lei non crede che un caso come questo dimostra non solo che la nostra libertà è in serio peri-colo ma pure che i valori più importanti come verità, giustizia, onestà stanno scomparendo?
Jorge Pescio - jorgepescio@hotmail.it
IL CASO SNOWDEN COME L’ANTIGONE DI SOFOCLE
L
a mia opinione è che non abbiamo sufficienti
informazioni per capire davvero chi sia questo
giovane dalla faccia molto simpatica, quali reali
motivazioni l’abbiano spinto, se la sua clamorosa de-nuncia si giovi di collegamenti, aiuti, interessi indebiti.
È difficile decifrare le faccende di spie per i noti giochi di
specchi che le distinguono, ma è altrettanto difficile giu-dicare le storie di contro-spie. Può darsi che il giovane
Snowden sia uno di quegli idealisti americani che han-no in Henry David Thoreau il loro punto di riferimento,
un campione dell’innocenza americana; ma non sono
impossibili, al momento, motivazioni diverse. Leggo,
tra l’altro, che il giovane Snowden si è anche guadagna-to il diploma di “Hacker etico” per aver completato un
corso di antipirateria digitale mentre lavorava come
contractor della National security agency (Nsa) – meno
nota della Cia ma ancora più potente e attrezzata – che
sorveglia la sicurezza interna degli Usa. Non sappiamo
nemmeno chi sia realmente il soldato Bradley Manning
detenuto in condizioni inumane per un reato analogo
né conosciamo bene le reali motivazioni di Julian As-sange. Possiamo solo presumere la buona fede di que-sti giovani, immaginare cioè che nel loro tenebroso la-voro si siano trovati davanti a situazioni così ripugnan-ti alla coscienza da spingerli violare il giuramento pre-stato al momento di assumere quell’incarico. Se così
fosse (ed è possibile) saremmo di fronte all’ennesimo
caso già esposto da Sofocle nella tragedia “Antigone” di
contrasto tra la legge scritta e la superiore legge morale
umana. Se così fosse il giovane Snowden potrebbe dav-vero essere considerato un ero
aro Augias, se gli sviluppi del caso Edward Snowden sono una cartina di tornasole per verificare parole co-me verità, dovere, moralità, privacy, libertà, credo che il risultato sia tragico. Questo coraggioso ha de-nunciato un fatto di tale magnitudine che fa diventare ingenue e primitive le microspie della Nkvd. Siamo
di fronte a un tale attentato alla nostra privacy, libertà di opinione, di associazione che neppure Orwell l’avreb-be concepita. Questo scandalo è stato gestito così bene dai controllori che la notizia è stata presentata come se
si trattasse dell'ennesimo scandaluccio finanziario o di un ministro che scappa con un’attricetta. A me sembra
tragico che politici, sindacalisti, organizzazioni di cittadini e opinion makers siano rimasti in un tale silenzio e
che la maggioranza dei governi, fedeli solo al Grande Fratello Americano, non abbiano spezzato alcuna lancia
per questo eroe. Lei non crede che un caso come questo dimostra non solo che la nostra libertà è in serio peri-colo ma pure che i valori più importanti come verità, giustizia, onestà stanno scomparendo?
Jorge Pescio - jorgepescio@hotmail.it
IL CASO SNOWDEN COME L’ANTIGONE DI SOFOCLE
L
a mia opinione è che non abbiamo sufficienti
informazioni per capire davvero chi sia questo
giovane dalla faccia molto simpatica, quali reali
motivazioni l’abbiano spinto, se la sua clamorosa de-nuncia si giovi di collegamenti, aiuti, interessi indebiti.
È difficile decifrare le faccende di spie per i noti giochi di
specchi che le distinguono, ma è altrettanto difficile giu-dicare le storie di contro-spie. Può darsi che il giovane
Snowden sia uno di quegli idealisti americani che han-no in Henry David Thoreau il loro punto di riferimento,
un campione dell’innocenza americana; ma non sono
impossibili, al momento, motivazioni diverse. Leggo,
tra l’altro, che il giovane Snowden si è anche guadagna-to il diploma di “Hacker etico” per aver completato un
corso di antipirateria digitale mentre lavorava come
contractor della National security agency (Nsa) – meno
nota della Cia ma ancora più potente e attrezzata – che
sorveglia la sicurezza interna degli Usa. Non sappiamo
nemmeno chi sia realmente il soldato Bradley Manning
detenuto in condizioni inumane per un reato analogo
né conosciamo bene le reali motivazioni di Julian As-sange. Possiamo solo presumere la buona fede di que-sti giovani, immaginare cioè che nel loro tenebroso la-voro si siano trovati davanti a situazioni così ripugnan-ti alla coscienza da spingerli violare il giuramento pre-stato al momento di assumere quell’incarico. Se così
fosse (ed è possibile) saremmo di fronte all’ennesimo
caso già esposto da Sofocle nella tragedia “Antigone” di
contrasto tra la legge scritta e la superiore legge morale
umana. Se così fosse il giovane Snowden potrebbe dav-vero essere considerato un ero
Iscriviti a:
Commenti (Atom)